Rivista Alcione

Rivista di Storia, Scienze Sociali e Scienze Umane

ArticoliStoriaTecniche e Metodologie

Della relatività storico-concettuale. Riflessioni sulle categorie di “Oriente” e “Occidente”

Quando abbiamo deciso di dedicare un numero della rivista al confronto “Oriente/Occidente”, eravamo probabilmente condizionati da quello che sta accadendo intorno a noi oggi. Solo a considerare le principali questioni internazionali occorse negli ultimi tre anni – Ucraina e Gaza –, infatti, si gioca facile decidendo di parlare di una tematica simile; tuttavia, il discorso ha una pregnanza che travalica agevolmente il corso dei secoli, per cui sembra che ogni momento sia quello giusto per prestarvi attenzione. Ne consegue, ovviamente, che da tale importanza ne siano scaturiti fiumi e fiumi di inchiostro, il che rende l’argomento un po’ “scomodo” da affrontare, se non altro perché il rischio di non aver considerato questa o l’altra teoria, uno studio piuttosto che un altro, è assai alto. Non credo ciò possa pregiudicare la bontà del nostro lavoro, né potremmo essere tacciati di “fare politica”. Uno studioso serio e meticoloso comprende ben presto che qualunque direzione di ricerca, ogni scelta effettuata, persino le parole selezionate possono con molta probabilità derivare dal suo essere politico, in quanto uomo sociale; ciononostante, l’onestà intellettuale, e dei criteri che generalmente vengono ricondotti ad una impostazione scientifica del proprio operato, contribuiscono in buona parte a garantire un certo grado di attendibilità a quanto si asserisce.
Occidente, dunque. E Oriente. Termini, questi, che rinviano a concetti la cui estensibilità è difficile da delimitare, eppure molti di noi raramente prestano la giusta attenzione all’uso che facciamo di giganti simili. Che si tenti un’analisi di tipo sociale, economica, culturale, geografica ecc., risulterà sempre impossibile identificare le parole con delle rappresentazioni “comuni”: per un italiano, ad esempio, l’Oriente può essere la Cina, l’Arabia Saudita e, per certi versi, la Turchia. Inoltre, tornando indietro di qualche secolo, anche alla stessa latitudine, non avrei probabilmente interposto quelle tre parole tra il secondo e il terzo paese dell’elenco appena suggerito. Allo stesso modo, è possibile che, prediligendo parametri specifici (lo sviluppo economico, le relazioni geopolitiche, ad esempio), una nazione sarà geograficamente situata in “Oriente” e parimenti considerata “occidentale”. Per tutti questi motivi, è importante ricercare un certo grado di precisione per ciò che vogliamo discutere, al fine di evitare generalizzazioni che conducono ad interpretazioni e letture fuorvianti ed erronee1.
In tal senso, una denuncia fu fatta alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, da un autore la cui biografia rappresenta per certi versi una sintesi tra “mondi” – Occidente e Oriente, appunto. Nel suo Orientalismo2. Edward W. Said propone una storia dell’omonima disciplina, provando a dimostrare come questa fosse il prodotto di un solido connubio tra teoria, contesto storico e influssi politici e istituzionali. Tra le principali critiche dello scrittore vi è senz’altro quella rivolta contro una deriva concettuale che ha dominato gli studi “orientali”, caratterizzata dalla sistematica produzione di macrocategorie generalizzanti che, secondo Said, avrebbero causato un’eccessiva e pericolosa omologazione del vasto crogiolo di culture oggetto degli studi orientalisti. In effetti, aldilà delle spiegazioni che l’autore fornisce per dimostrare quanto asserisce – i casi studio, infatti, riguardano soprattutto quell’area che oggi comunemente individuiamo nel Medioriente, e il Mediterraneo orientale – il principio di fondo è che l’Occidente abbia costantemente basato la propria conoscenza di realtà “altre” sulla semplificazione e riduzione ai minimi termini di una complessità che non poteva non caratterizzare una così ampia compagine di popoli, culture, società, fedi religiose, quali erano i paesi all’attenzione di studiosi, esploratori, avventurieri e funzionari di stato europei (e non solo).
La sequenza qui utilizzata (Occidente prima, europei poi) non è casuale. Analizzando Orientalismo, infatti, ho il sospetto che Said sia incappato nell’errore che egli stesso si premura di condannare nell’arco dell’intera opera: quello, cioè, di comprendere in un’unica grande categoria – l’Occidente, appunto – tutte le esperienze che, in un modo o nell’altro, hanno riguardato l’incontro tra uomini di molteplice provenienza. A ben vedere, gli “occidentali” di Said sono un insieme ridotto, rispetto al senso di vastità che termini come “Occidente” e “Oriente” trasmettono: fondamentalmente europei (inglesi e francesi, soprattutto), fino alla fine dell’Ottocento, e a Novecento inoltrato; europei e statunitensi, dalla seconda metà del XX secolo.
L’autore ci mostra le conseguenze che scaturiscono dall’utilizzo di concetti nei quali vengono costretti elementi talvolta anche molto diversi tra loro. Una delle principali è la standardizzazione: agli occhi degli accademici orientalisti e dei novelli “visitatori” – e anche di coloro che, nelle terre patrie, recepivano i resoconti dei viaggiatori – che fossero egiziani, arabi, o persiani, i popoli conosciuti e studiati erano tutti riducibili a modelli antropologici riportanti una serie di caratteristiche comuni. Che queste caratteristiche, poi, fossero spesso deteriori – rispetto ad una presunta e superiore “civiltà occidentale” – non è il punto che vorrei qui emergesse3. Mi preme osservare, piuttosto, quelle che, secondo me, potrebbero essere delle inclinazioni cognitive, secondo le quali la nostra mente tenda talvolta a classificazioni e tassonomie, per adeguare e meglio controllare le informazioni esterne. Questo, va da sé, non sottrae in alcun modo alle medesime abilità dell’uomo la capacità di riflettere su quanto già processato, ed eventualmente mettere in discussione quelle acquisizioni che contrastano con la profondità dell’esperienza.
Nonostante la contraddizione che imputo al suo pensiero, credo che Said abbia rilevato un aspetto fondamentale delle teorie orientaliste, dalle forti potenzialità pedagogiche, ovvero la problematizzazione dell’uso di categorie “ecumeniche” e generalizzanti. Chi di noi, del resto, non ha mai incontrato narrazioni e descrizioni che rispettassero certe regole? Che generino attribuzioni positive o discriminanti, gli stereotipi sono sempre un terreno scivoloso su cui poggiare le proprie convinzioni. È quantomeno avventato supporre che “gli italiani sono…”, “i musulmani fanno…”, e via discorrendo. È da questo genere di discorsi che si producono pregiudizi e credenze talvolta non fondati.
Said era consapevole di essere ricorso egli stesso ad una macrocategoria, alla quale corrisponde un quadro sicuramente non coincidente con la totalità delle implicazioni del concetto di Occidente? Mi risulta difficile pensare che l’autore potesse ingenuamente restare vittima dei rischi che egli stesso intendeva segnalare. Piuttosto, ipotizzerei due spiegazioni, di cui una circoscritta all’opera.
È abbastanza chiaro che il testo rappresenti, al netto di uno studio serio – per quanto frutto di specifiche selezioni –, un pamphlet contro le politiche occidentali, nonché una critica alle epistemologie delle discipline alla base degli studi orientalistici – e ai relativi latori. Ripercorrendo la storia di tali studi, sembra che le teorie prodotte fossero sempre insidiate dal contesto storico-politico da cui provenivano gli studiosi. Non è sempre chiaro, in realtà, se fosse soprattutto una certa morsa del potere costituito, a influenzare o addirittura definire la direzione dei risultati, o se invece quei medesimi intellettuali (l’unico riferimento di Said) fossero destinati a partorire idee frutto esclusivo del loro tempo. Inoltre, ci si dovrebbe intendere sul grado di responsabilità da imputare agli studiosi, poiché Said sembra a tratti mostrare una concreta possibilità di svincolare il pensiero individuale dalle coordinate storiche di appartenenza. Se ciò fosse vero, si potrebbe concludere che lo scrittore di Orientalismo, riferendo di un determinato Occidente, non sia in realtà riuscito ad estraniarsi dal suo tempo. Il suo Occidente è quello dei colonizzatori, degli uomini di potere, delle istituzioni politiche e accademiche; i suoi orientali sono quelli già menzionati in precedenza, e le sue origini hanno probabilmente determinato interessi, attenzioni e studi personali. Credo sia più plausibile, e qui è la seconda spiegazione, che l’autore parlasse di un Occidente in senso lato – ma specifico –, certo che la collocazione contestuale e la comprensione filologica del suo lavoro fossero implicite.
Purtroppo, il discorso è generalmente fatto anche di fenomeni simili, di cui siamo un po’ tutti partecipi: le categorie ci permettono di “mettere a posto” le tessere che compongono il complesso di informazioni che la mente accoglie.
Se è così, dunque, che gestiamo le informazioni, la questione riguarda il modo con cui queste vengono trasmesse. La comunicazione diventa il deus ex machina che predispone quello che potrebbe divenire il nostro atteggiamento di fronte alle notizie; e, di conseguenza, determineremo le nostre azioni rispetto ai soggetti delle informazioni ricevute. Gli esempi non mancano: dalle strategie del giornalismo (ad esempio, un reato assume sfumature di gravità diverse a seconda del contesto sociale, della nazionalità o della situazione economica di colui che l’ha commesso) ai social media (dove orde di utenti “nascosti” non aspettano altro che essere aizzati), fino alla comunicazione politica (che assume la sua forma più strumentalizzante nei cosiddetti “populismi”).
L’unico deterrente possibile è l’approfondimento critico di qualunque notizia o informazione recepiamo. Nel caso dei concetti, occorre risalire alle radici, scomporne la costruzione e analizzare il/i costruttore/i, individuare il contesto di appartenenza. Il “nostro” Occidente non è sempre stato tale, e non tutti lo intendiamo allo stesso modo (variazione in sincronia e diacronia).
Bisogna definire con la massima precisione possibile ciò di cui vogliamo discutere. Questo vale ancora di più se menzioniamo il termine “Oriente”, una realtà ugualmente composita, ma molto più lontana dalla nostra esperienza. Di fatto, quanto meno conosciamo una cosa, tanto più correremo il rischio di accettarne inconsapevolmente una spiegazione alterata, se non addirittura inventata. Tra gli orientalisti “premoderni” (quelli, cioè, anteriori agli studi “scientifici” ottocenteschi) Said annovera anche coloro che avevano dato credito ad una tradizione letteraria, i cui racconti sull’Oriente erano un intreccio di esperienze vissute in loco ed elemento narrativo non attestato dal contatto diretto. Queste integrazioni, non verificabili, scaturivano da un lavoro di immaginazione, influenzato, tra l’altro, dalla relazione con un’alterità non meglio definita, ma che per contrapposizione rappresentava un esotismo di maniera. Credo che la relazione dicotomica sia parte dell’ontologia di un qualunque “altro”; se la relazione avviene con un “altro” totalizzante di una moltitudine, le cui caratteristiche sono distanti dalle nostre, non sarà difficile comprendere quali possano essere le conseguenze. Con questo non si vuole certo dire che la soluzione risieda nell’individuare comunanze forzate, nocive allo stesso modo. Tuttavia, non escludiamo che il rapporto da dicotomico possa divenire dialettico. Se è importante tenere in giusto conto le diversità – che naturalmente esistono –, nondimeno è necessario non sottovalutare ciò che ci accomuna e può avvicinarci.
Questo è quanto hanno provato a fare gli autori del presente numero, che attraverso dei casi studio hanno tentato in vario modo di mostrare come le relazioni siano sempre composte da una duplice direzione, all’insegna di un do ut des che spesso si è rivelato determinante nel definire gli sviluppi culturali, politici, tecnologici e sociali delle realtà che hanno interagito (anche non pacificamente). Lorenzo La Rosa, addentrandosi nel periodo di transizione (XI secolo) tra dominazione araba e normanna, in Sicilia, mostra come gli avvicendamenti non comportarono l’abbandono totale delle pratiche dei predecessori; Thomas Bortolato, analizzando una fonte del XVI secolo, proveniente dalla città di Cesena, ipotizza la presenza di un dialogo tra mondo cristiano e islamico, in un momento storico di autoriflessioni dogmatiche; Giulia Domenichini ha osservato come alcuni commentatori in Iran, negli anni antecedenti la rivoluzione del 1978-79, hanno riflettuto su quali potessero essere le conseguenze, per il loro paese, dell’apertura nei confronti dei paesi occidentali; Davide Mocellin si è occupato delle missioni gesuitiche in Giappone nella seconda metà del Cinquecento, comparando le politiche di avvicinamento alle popolazioni autoctone, tra preservazione delle tradizioni e apertura a forme di sincretismo; Riccardo Aramini propone una comparazione tra “Pericolo giallo” e “Pericolo bianco”, narrazioni costruite rispettivamente da contesti occidentali e orientali, al fine di far fronte “politicamente” all’incontro con l’”altro”; Beatrice Zuin, infine, ha studiato l’esperienza di alcune comunità musulmane in Germania, tra relazioni complicate e iniziative potenzialmente foriere di una convivenza pacifica e accrescitiva.
Mi piacerebbe chiudere menzionando una questione sulla quale ultimamente il Comitato di questa rivista va riflettendo, che in qualche modo è correlata agli argomenti di questo numero. Nelle ultime settimane si discute della possibilità di promulgare nuove Indicazioni nazionali, riferite, in particolare, alla scuola dell’infanzia e all’istruzione primaria. Non mi soffermerò sugli aspetti didattici del progetto, né sui lavori della Commissione – su questi, sarà necessario esporsi in altra sede –, bensì sulle prospettive culturali verso cui la proposta tende.
Da un’analisi preliminare della bozza pubblicata4 – oggetto, al momento, di consultazione con le istituzioni scolastiche – sembra abbastanza chiara l’assunzione di posizioni che sostengono una gerarchia delle culture, attribuendo all’Occidente – a proposito di sintetizzazioni avventate e malposte – un ruolo da detentore unico e superiore di una civiltà che ha storicamente posto le basi per alcuni valori (libertà, democrazia), di cui oggi l’Europa sarebbe portatrice. Onestamente, non pensiamo serva addentrarsi nei meandri dei singoli programmi delle discipline – che invitiamo a leggere con attenzione – per comprendere quanto anacronistica possa essere, oggi, una simile proposta. L’Europa costituisce un contesto attraversato da un mosaico di popolazioni e culture, le quali sono costantemente sottoposte alla ricerca di modi per far fronte ad una convivenza sempre più ravvicinata. Ogni singolo stato è abitato da una percentuale di cittadini stranieri (e/o nazionali con origine straniera) il cui numero è in costante aumento; i fenomeni migratori rappresentano tra le principali sfide per le politiche nazionali e internazionali. Ne consegue che le agende dei governi debbano necessariamente calibrare le politiche in base a situazioni interne che, volente o nolente, fanno delle ibridazioni la cifra più ricorrente.
Più che una visione cosmopolita, le Indicazioni sembrano tessere le lodi della “nostra” civiltà, e soprattutto quelle dell’Italia. Scorrendo il programma di alcune discipline, infatti, non si può non notare un certo monopolio conferito alla tradizione del nostro Paese5. Ciò che corrobora questi sospetti è soprattutto la pretesa che siamo gli unici – noi dell’Occidente – ad aver avuto, fin dall’inizio, la contezza della storia, della sua comprensione, e di averne garantito gli sviluppi. Nella parte relativa all’insegnamento della Storia si scrive:

Solo l’Occidente conosce la Storia […] Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia, come compilazioni annalistiche di dinastie o di fatti eminenti succedutisi nel tempo; allo stesso modo, per un certo periodo della loro vicenda secolare anche altre civiltà, altre culture, hanno assistito a un inizio di scrittura che possedeva le caratteristiche della scrittura storica. Ma quell’inizio è ben presto rimasto tale, ripiegando su sé stesso e non dando vita ad alcuno sviluppo; quindi non segnando in alcun modo la propria cultura così come invece la dimensione della Storia ha segnato la nostra6

Oltre a conferire universalità ad una storia parziale, la stessa Storia sembra essere contemplabile esclusivamente in una chiave cristologica, se:

Dopo la venuta di Cristo, infatti, la storia umana acquistava il carattere di una sorta di percorso di prova che l’umanità era chiamata a intraprendere sulla via di quella salvezza che il suo redentore le aveva promesso. In tal modo essa non solo si apriva a una speranza, ma al tempo stesso acquisiva ciò che fino a quel momento non aveva mai avuto: un senso7

Le citazioni potrebbero essere molteplici, e ognuna sembra avvalorare una prospettiva chiaramente “occidentale”. Anche quando si tiene conto delle diversità, e delle esigenze di studenti stranieri, il punto di vista non sembra allontanarsi molto dalle coordinate a noi più vicine: così, le lingue oggetto di studio sono francese, inglese, spagnolo e tedesco, mentre si ricorre ad espressioni quali “Medioevo barbarico” e “lingue esotiche”8; parimenti, l’insegnamento deve essere incentrato sulla “dimensione nazionale italiana”, anche perché:

vista la sempre maggiore presenza di giovani provenienti da altre culture – al fine di favorire l’integrazione di questi ultimi, integrazione che dipende anche, in modo determinante, dalla conoscenza dell’identità storico-culturale del paese in cui ci si trova a vivere7

senza prendere in considerazione la possibilità di integrare strutturalmente la conoscenza della cultura italiana con contenuti appartenenti ad altre culture9.
In definitiva, noi crediamo che l’istruzione debba compiere tutti gli sforzi possibili per stare al passo con i cambiamenti che avvengono nella società, anziché intraprendere direzioni retrive e obsolete. Il rapporto con gli altri deve essere all’insegna dell’uguaglianza, senza alcuna gerarchia o senso di superiorità. Bisogna comprendere che la diversità non è un pericolo, bensì un fattore di crescita, di accrescimento e miglioramento umano.
Partire dall’analisi di contrapposizioni (pre)costruite, mettere in evidenza anche radici comuni e punti di contatto – celati o inaspettati – può essere un punto di partenza per abbattere quei muri culturali, storici, antropologici, che separano “Oriente e Occidente”.

Autore

  • Daniele Di Tommaso

    Laureato in Scienze storiche, il mio percorso formativo si realizza tra l'Università Federico II di Napoli e l'Università degli studi di Padova.
    Ad una formazione "storica" cerco di associare interessi relativi ad altre discipline, sia per soddisfare una costante sete di conoscenza, sia perché guidato dalla convinzione che quella stessa conoscenza abbia bisogno di attingere ad ogni tipo di fonte, e di prospettive plurime per i medesimi argomenti, per comprendere meglio l'esperienza umana.

    Visualizza tutti gli articoli
  1. Per fare un esempio, quando ad un gruppo sociale associamo delle caratteristiche standard (stereotipi), siamo portati a pensare che ogni singolo individuo di quel gruppo possieda le medesime caratteristiche; di contro, le differenze tra gruppi saranno percepite in misura maggiore. A livello psicologico, si parla di processi quali “assimilazione intracategoriale” e “differenziazione intercategoriale”, Diritti umani e inclusione, il Mulino, Bologna, 2019, p. 103.[]
  2. E. W. SAID, Orientalismo, Bollati Boringhieri, Torino, 1991, ed. italiana (or. Orientalism, 1978). L’autore è cittadino statunitense di origini palestinesi.[]
  3. Nell’incontro con l’”altro” l’approccio istintivo sembra essere quello della presa di distanza, anche nel rilevare i tratti caratterizzanti della cultura con cui si viene in contatto. Si tende, in altre parole, a percepire anzitutto le differenze, le quali, a seconda delle modalità e del contesto che determinano l’incontro, possono essere avvertite e descritte come rispettevoli o da denigrare. Bernard Lewis, in un’opera per certi versi speculare a quella di Said, traccia un resoconto della storiografia islamica (così la definisce) sull’Occidente. Dalle fonti analizzate sembra che questi studiosi riportassero alcune distinzioni – almeno rispetto alla disciplina orientalista raccontata da Said – sui popoli menzionati. Per quanto non esaustive, queste rappresentano almeno un approccio più latamente analitico, rispetto alla definizione di un unico e organico “Oriente”. Le distinzioni, tuttavia, attengono soprattutto alla dimensione geografica; per il resto, anche in questo caso ci si affida ad una divisione dicotomica, che contrappone il mondo cristiano a quello musulmano. Il mondo “altro”, inoltre, riveste spesso valori e caratteristiche meno apprezzabili (termini come “stupidi”, “rozzi”, “incivili”; usanze considerate deplorevoli, come “donne che si mozzano le mammelle per impedirne la crescita”), rispetto alle qualità del mondo islamico. B. LEWIS, I Musulmani alla scoperta dell’Europa, Rizzoli, Milano, 2004, ed. italiana (or. The Muslim Discovery of Europe, 1982).[]
  4. www.mim.gov.it/documents/20182/0/Nuove+indicazioni+2025.pdf/cebce5de-1e1d-12de-8252-79758c00a50b?version=1.0&t=1741684578272.[]
  5. Nel programma d’italiano per la scuola primaria, ad esempio, si indica che “una parte cospicua delle letture degli studenti dovrà avere per oggetto opere della tradizione culturale italiana”, p. 37. Naturalmente, un programma per una scuola italiana deve tenere in giusto conto la propria cultura; quello che fa riflettere, tuttavia, è la mancanza di proposte che riguardino culture vicine alle origini, per esempio, degli studenti italiani di seconda generazione (sono menzionati alcuni autori stranieri, ma si tratta di “classici” con una presenza pregressa nei programmi italiani).[]
  6. Ivi, p. 68.[]
  7. Ivi, p. 70.[][]
  8. Ivi, p. 44, 46.[]
  9. Tra l’altro, non vi è un solo accenno a realtà quali quella cinese, o del sud-est asiatico, la cui presenza, in Italia, è sempre più importante.[]

Daniele Di Tommaso

Laureato in Scienze storiche, il mio percorso formativo si realizza tra l'Università Federico II di Napoli e l'Università degli studi di Padova. Ad una formazione "storica" cerco di associare interessi relativi ad altre discipline, sia per soddisfare una costante sete di conoscenza, sia perché guidato dalla convinzione che quella stessa conoscenza abbia bisogno di attingere ad ogni tipo di fonte, e di prospettive plurime per i medesimi argomenti, per comprendere meglio l'esperienza umana.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *