Europa come Costruzione: Storia, Periferie e Politiche della Civiltà Europea
Definire la storia di un’idea consiste nelle estreme difficoltà conseguenti lo studio, l’analisi e la comparazione di una serie di fattori interconnessi, che necessitano la presa in considerazione di informazioni necessariamente multidisciplinari e prospettive differenti volte a definire il quadro temporale, spaziale e culturale di tale idea. L’atto stesso di definire (dal lat. definire «limitare», der. di finis «confine») un’entità implica la necessità di circoscrivere la stessa, ponendo limiti chiari che identifichino una determinata realtà e le sue caratteristiche. Tale processo, tutt’altro che scontato, ha rappresentato il principale motore dello sviluppo delle pratiche comunicative umane, in quanto la comunicazione stessa è stata resa possibile dalla definizione di significati e relativi significanti, i quali però non sfuggono alla necessità di doversi confrontare con i rispettivi contesti, dovendo quindi necessariamente essere costantemente essere rinegoziati, ridimensionati e riconosciuti. Tale complessità si ripercuote necessariamente sulle discipline storiografiche, le quali si basano principalmente proprio sullo studio e l’analisi di quelle forme significanti, spesso scritte, che hanno sviluppato significati diversi a seconda dei diversi contesti. Spesso, questa complessa rete di informazioni deve quindi essere necessariamente raffinata, semplificata e spiegata, al fine di poterne fornire una chiara e riconoscibile, appunto, definizione, la quale però è intrinsecamente il frutto di un atto selettivo che ben si presta allo sfruttamento politico. Difatti, impiegando differenti chiavi interpretative, composte da linguaggio, cultura, spazi e contesti, il medesimo concetto si presta alle più disparate interpretazioni, le quali possono poi a loro volta influenzare la percezione stessa che sia ha dell’oggetto in esame. Tale ideale principio si pone quindi alla base delle analisi che verranno di seguito condotte e che intendono ruotare su di un concetto culturalmente rilevante dell’età contemporanea, ovvero quello di “civiltà europea”. Fornire una definizione di tale entità rappresenta, soprattutto in questo periodo storico, una sfida significativa, data le evidenti ricadute geopolitiche che le ruotano attorno. La “civiltà europea” è infatti un significante i cui significati intrecciano concetti complessi e tematiche profonde della storia contemporanea quali religione, nazionalismo, imperialismo, razzismo, colonialismo, fino ad arrivare al più recente progetto federativo assediato dalle differenze interne e dalle tensioni internazionali. Quello che qui verrà tentato sarà un’analisi preliminare, esplorativa, che tenterà di analizzare l’Europa quale realtà concettuale frutto di teorizzazioni, artifici e negoziazioni, capace di raccogliere le speranza di alcuni ma anche le critiche di altri tra i popoli che abitano il continente, i quali, confrontandosi con il concetto stesso di “civiltà Europea”, hanno necessariamente sviluppato dinamiche complesse e spesso contraddittorie, caratterizzate da tensioni tra appartenenza e marginalità, tra l’essere e il divenire europei. Questi popoli hanno sviluppato nel corso dei secoli diverse narrative identitarie che oscillano tra l’affermazione della loro piena appartenenza alla civiltà europea e il riconoscimento di una posizione liminale o periferica rispetto al nucleo occidentale del continente.
Europa-spazio e Europa-civiltà

Nell’antichità classica, il concetto di Europa acquisì una prima definizione geografica come una delle tre parti del mondo conosciuto, distinta dall’Asia e dalla Libia, sebbene i confini precisi di queste divisioni restassero oggetto di dibattito tra i geografi antichi. 1 Il nome Europa deriva dalla mitologia greca, dove Europa era una principessa fenicia, figlia del re di Tiro, rapita da Zeus trasformatosi in toro bianco e condotta a Creta, dove dall’unione divina nacque Minosse, futuro re dell’isola. 2 Questo mito fondativo, ampiamente diffuso nel Mediterraneo classico, testimonia le complesse interazioni culturali tra Oriente e Occidente già nell’antichità, ponendo l’origine simbolica dell’Europa proprio in un movimento migratorio dal Medio Oriente verso il mondo greco. Lo storico greco Erodoto nel V secolo a.C. fornì una delle prime sistematizzazioni geografiche del mondo abitato, dividendolo in tre continenti, Europa, Asia e Libia, e interrogandosi sui criteri di tale distinzione, pur riconoscendo l’incertezza dei confini orientali dell’Europa.3 La tradizione geografica antica fissò spesso il confine orientale europeo lungo il fiume Tanai (l’attuale Don), separando così Europa e Asia, sebbene questa delimitazione non fosse universalmente accettata e altre fonti proposero confini alternativi. Nel Medioevo, la concezione di Europa subì una trasformazione sostanziale, passando da definizione prevalentemente geografica a identità religiosa e culturale identificata con la Cristianità occidentale.4 Isidoro di Siviglia, nelle sue Etymologiae, fornì una definizione enciclopedica dell’Europa inserendola nel quadro della geografia cristiana medievale, dove la dimensione simbolica e religiosa prevaleva su quella puramente territoriale. 5 Con l’epoca carolingia, nell’VIII secolo, il concetto di Europa si identificò progressivamente con l’Occidente cristiano sotto la guida spirituale e politica di figure come Carlo Magno, celebrato dal suo consigliere Alcuino di York come difensore della Cristianità. In questo contesto, Europa divenne sinonimo di Christianitas, definendo un’identità collettiva basata non tanto su confini geografici quanto sull’appartenenza alla fede cristiana latina e alla civiltà che da essa derivava. Il Rinascimento e l’Età delle Scoperte rimodellarono profondamente il concetto di Europa. La rinascita umanistica dell’antichità creò una narrazione di un’eredità storica unica, mentre l’espansione globale fornì un palcoscenico planetario per il potere, la curiosità e l’autodefinizione europea.6 Studiosi e artisti italiani e transalpini riorganizzarono l’eredità greco-romana in una storia formale. Questo “antiquariato” intellettuale fu centrale per lo sviluppo culturale dell’età moderna.7 La “civiltà occidentale” non è dunque un’eredità diretta, bensì una “Grecia e Roma re-immaginate” da un’Europa moderna.8 L’idea di un filo di civiltà continuo greco-romano-europeo è una costruzione storiografica moderna, un potente mito delle origini volto a legittimare il primato culturale dell’Europa. J. G. A. Pocock, analizzando Gibbon, osserva che il termine “Europa” si associò ai regni transalpini emersi dalle province romane occidentali: una “Europa transalpina più che mediterranea”, definita anche dalla conquista islamica del Mediterraneo meridionale.9 Nel XV secolo, i navigatori dell’Europa occidentale svilupparono competenze che permisero di circumnavigare l’Africa e attraversare l’Atlantico, trasformando l’oceano in un “mezzo di comunicazione della curiosità e del potere europeo”.10 L’espansione globale intensificò la necessità di definire se stessi e gli altri, accelerando l’autocoscienza civile e inducendo gli europei a concepirsi come un’entità unitaria. Parallelamente, il concetto di Res Publica Christiana fu ripreso da papi umanisti come Pio II dopo la caduta di Costantinopoli, ora come comunità politica con interessi secolari condivisi. Questa nuova concezione, pluralista, segnò il passaggio dall’universalismo medievale a un equilibrio tra unità religiosa e particolarismi politici. Su tale sfondo maturarono le tensioni che condurranno alla Riforma protestante, la quale infranse l’unità cristiana nel continente europeo, generando nuove dinamiche identitarie legate ai nazionalismi nascenti. La divisione confessionale dell’Europa produsse una geografia culturale complessa, con il Nord protestante contrapposto al Sud cattolico, associando progressivamente il protestantesimo a modernità, individualismo e capitalismo, e il cattolicesimo a forme sociali più tradizionali. La Guerra dei Trent’anni e la pace di Westfalia istituzionalizzarono tale pluralismo, fondando l’Europa degli Stati sovrani. Fu tra Settecento e Ottocento che gli intellettuali europei, sulla spinta illuminista, iniziarono a scrivere di civiltà europea, un’entità che coniugava i comuni aspetti dei popoli del continente, che però necessariamente soprassedeva sulle evidenti differenze linguistiche, storiche e culturali che intercorrevano tra le varie e differenti aree. Improvvisamente, popoli dalle marcate differenze, accumunati da un lontano passato e da comuni radici religiose, furono da una nuova visione unificante promossa dagli Illuministi, i quali immaginavano un’Europa guidata dalla ragione, dal progresso e dal diritto naturale. Le colonie d’oltremare furono concepite in due modi distinti, ovvero quelle arretrate dominate dalla superiorità europea e quelle nordamericane, ove la comunione di delle diverse esperienze europee diedero vita ad un moto di sviluppo innovativo, che fino a quel momento non era stato possibile in Europa proprio a causa dei conflitti intercorsi in essa, e che invece erano stati possibili negli Stati Uniti, soprattutto dopo la loro vittoria nella Guerra di Indipendenza.
La paix a rétabli les constructions telles qu’elles doivent être, et l’on connaît des vaisseaux américains bâtis avant la guerre et depuis trente ans, qui, par la bonne construction et la durée, ne le cèdent à aucun vaisseau anglais. L’art de construire les navires a même fait dans l’Amérique libre des progrès plus rapides que partout ailleurs, et ce progrès s’explique aisément. Il ne faut pas oublier, lorsqu’on juge les Américains libres, qu’ils ne sortent pas d’un état de barbarie. Ce sont des hommes échappés de la civilisation européenne, occupés, pour ainsi dire, à créer leur pays, à créer leurs ressources. Nulle entrave ne contraint leurs mouvements. En Europe, on regarde tout comme parfait, on en use sans songer à perfectionner. Ces deux différences essentielles en mettent une prodigieuse dans l’intensité de l’industrie.11
La pace ha ristabilito le costruzioni come devono essere, e si conoscono navi americane costruite prima della guerra e da trent’anni ancora in servizio, che per buona fattura e solidità non cedono in nulla alle navi inglesi. L’arte di costruire navi ha compiuto nell’America libera progressi più rapidi che in qualsiasi altra parte del mondo; e questo progresso si spiega facilmente. Non bisogna dimenticare, quando si giudicano gli americani liberi, che essi non provengono da uno stato di barbarie. Sono uomini fuggiti dalla civiltà europea, impegnati, per così dire, a creare il proprio paese, a creare le proprie risorse. Nessun vincolo limita i loro movimenti. In Europa si considera tutto come perfetto, e lo si usa senza pensare a migliorarlo. Queste due differenze essenziali producono una distanza prodigiosa nell’intensità dell’industria.
La Rivoluzione francese e l’impero napoleonico fusero l’universalismo razionale e identità nazionali, attraverso il Codice civile e l’idea dei diritti universali. Le rivoluzioni del 1848, spesso finite attraverso il concetto di “primavera dei popoli”, portarono all’apice questo ideale, ma il nazionalismo ne rivelò le contraddizioni. L’Impero austro-ungarico ne è esempio emblematico: la politica etnica burocratica finì per fissare identità fluide in categorie rigide.12 L’espansione coloniale del XIX secolo aggiunse una dimensione globale al concetto di civiltà europea, ora strumento di legittimazione imperiale. La “missione civilizzatrice” presentò l’Europa come portatrice universale di progresso, razionalità e modernità, ridefinendo anche gerarchie interne: regioni come i Balcani furono rappresentate come “quasi europee”, mentre altre zone divennero simboli di marginalità.13 Tale logica di inclusione ed esclusione influenzò persino le società periferiche del continente, come dimostra il caso islandese, dove l’identità europea fu rivendicata attraverso narrative razziali e coloniali.14 Un ulteriore testimonianza di ciò fu il processo di modernizzazione ed inserimento del Giappone nel panorama internazionale del XIX, che venne descritto dal Alxadner Von Siebold come una diretta conseguenza del “Trionfo della Civiltà Europea”.
Outside of Europe, on the other hand, Japan is the only State which, after long years of effort, has succeeded in obtaining from the Occidental Powers the complete recognition of its international rights by the Treaties which came into operation on the 17th July and 4th August 1899. […] This recognition of the justifiable claims of Japan had, of course, to be preceded by the triumph of European civilisation over the pristine condition of affairs in that country; and the struggle for this purpose—of which European observers only beheld the superficial results—forms one of the most interesting episodes of modern history. 15
Al di fuori dell’Europa, invece, il Giappone è l’unico Stato che, dopo lunghi anni di sforzi, è riuscito a ottenere dalle Potenze occidentali il pieno riconoscimento dei propri diritti internazionali attraverso i Trattati entrati in vigore il 17 luglio e il 4 agosto 1899. […] Le legittime rivendicazioni del Giappone dovevano, naturalmente, essere precedute dal trionfo della civiltà europea sulla condizione primitiva di quel paese; e la lotta intrapresa a tale scopo — della quale gli osservatori europei non videro che i risultati superficiali — costituisce uno degli episodi più interessanti della storia moderna.
Le Periferie e la Negoziazione dell’Identità Europea

Saa dette skal vorde den sande Kristendoms Triumf! Den medfører Civilisation, siger man. Ja, sige vi, hvorherlig er den dog ikke, at den endog har mægtet at gjøre dette, saa sønderhugget som den har været og er! Dog, hvad har den mægtet, imod hvad den kunde have udrettet? Ere Østerne, eller endog Raabheden, uddøde blandt de Folkeslag, som stemple sig til Jordens første og fornemste med dette Navn? Eller, om vi endog indrømme en egen kristen eller europæisk Civilisation, hoi mægter den ikke at overstige en Flod, et Bjerg eller Europas Grændser? Hvi har nu i Aarhundreder en kristelig Hovedkirke, den græske, der tæller 40 Millioner, og den Mahomedaniske hvillet rolig i hinandens Arme, saavel i de slaviske Lande, som i Civilisationens Vugge Hellas, uden at Hin har formaaet at meddele Denne den mindste Kime til europæisk Civilisation? Det viser, hvorliden Kjerne, hvorliden Sandhed, der dog er i denne høitpriste kristelige, europæiske Civilisation, saaledes som den har været og er. 16
Così si dice questo sarà il vero trionfo del cristianesimo! Essa porta con sé la civiltà, si afferma. Sì, diciamo noi, quanto è meravigliosa, se è riuscita persino a compiere ciò, pur essendo stata tanto lacerata com’è stata e ancora è! Eppure, che cosa è riuscita a fare, in confronto a ciò che avrebbe potuto realizzare? Sono forse scomparse in Oriente, o anche tra i popoli rozzi, quelle barbarie che si arrogano il titolo di primi e più eminenti sulla terra con tale nome? Oppure, se pure ammettiamo una civiltà cristiana o europea propria, come mai essa non riesce a superare un fiume, una montagna o i confini dell’Europa? Perché mai, da secoli, una grande Chiesa cristiana, quella greca, che conta quaranta milioni di fedeli, e quella maomettana riposano tranquille l’una accanto all’altra, tanto nei paesi slavi quanto nella culla stessa della civiltà, l’Ellade, senza che la prima sia riuscita a trasmettere alla seconda la minima scintilla di civiltà europea? Ciò mostra quanto poco nucleo, quanta poca verità vi sia in questa tanto esaltata civiltà cristiana ed europea, così come è stata e com’è ancora oggi.
L’identità europea contemporanea si presenterebbe ad oggi come un costrutto storico complesso e plurale, il risultato di secolari processi di integrazione, esclusione e ridefinizione geopolitica. Lungi dall’essere un’entità data o naturale, l’”Europa” emerge nel tempo come una categoria culturale, politica e simbolica costantemente negoziata dalle sue diverse periferie, che comprendono aree quali la Penisola Iberica, la Regione Balcanica, la Scandinavia e l’Europa orientale. Questi spazi, spesso concepiti come liminari o marginali rispetto a un presunto “centro” occidentale, hanno in realtà svolto un ruolo decisivo nella formazione delle rappresentazioni, delle tensioni e delle contraddizioni che ancora oggi strutturano l’immaginario europeo. A partire dal secondo dopoguerra, l’integrazione europea e la progressiva istituzionalizzazione dell’Unione hanno imposto una nuova cornice di appartenenza che ha costretto le identità nazionali a misurarsi con un orizzonte post-imperiale, democratico e liberale. In tale contesto, la ridefinizione del passato, spesso coloniale, totalitario o rivoluzionario, è divenuta una condizione necessaria per la legittimazione del presente. Le memorie selettive, le mitologie nazionali e i processi di “europeizzazione” hanno operato come strumenti di costruzione simbolica, tesi a conciliare radici locali e aspirazioni universalistiche. L’analisi comparata delle diverse aree europee, che qui verrà solo parzialmente condotta, evidenzia come il progetto di un’identità comune debba necessariamente poggiare su esperienze storiche profondamente eterogenee.
Dicho esto […] conviene añadir que, aparte la utilidad que tiene siempre la aportación de todo factor de vida intelectual digno de ser incorporado, toda cultura que, como la española, se ha caracterizado fuertemente en la historia, y posee un sello propio, inconfundible e irreductible con relación a las otras —adquiere por eso mismo un campo patrimonial que no sólo le es lícito, sino obligado defender de toda absorción y de toda sustitución por un espíritu ajeno. Todo lo que he dicho del idioma se aplica también a ese campo, que constituye el substratum original de nuestra cultura hispana, análogo al que tienen la italiana, la anglosajona, la alemana, etc. Por ello, lo que algunos llaman «el latinismo» y han querido o quieren imponer en América, nosotros no lo aceptamos sino muy restringidamente. Sabemos las notas comunes que existen en la civilización —sobre todo, en el Orden intelectual de ella— de los países meridionales de Europa que hablan lenguas romances, y que por oposición espiritual a otras formas de civilización europea, podríamos llamar «latina». Pero sabemos igualmente que al lado de esas notas comunes la civilización hispana tiene otras exclusivamente suyas y que esas son las que nos importa sobre todo salvar de toda influencia que las desnaturalice. Respecto de ellas, por tanto, no somos «latinos», sino «hispanos», y no podemos reconocer concomitancia ninguna con cualquier otra nación europea, por muy afín que en otras cosas sea respecto de nosotros.17
Detto ciò […] conviene aggiungere che, oltre all’utilità che ha sempre l’apporto di ogni fattore di vita intellettuale degno di essere incorporato, ogni cultura che, come quella spagnola, si è fortemente caratterizzata nella storia e possiede un’impronta propria, inconfondibile e irriducibile rispetto alle altre, acquisisce per ciò stesso un campo patrimoniale che non solo le è lecito, ma le è anche doveroso difendere da ogni assorbimento e da ogni sostituzione da parte di uno spirito estraneo. Tutto ciò che ho detto della lingua si applica anche a questo ambito, che costituisce il substrato originario della nostra cultura ispana, analogo a quello che hanno la cultura italiana, anglosassone, tedesca, ecc. Per questo motivo, ciò che alcuni chiamano “latinismo” e hanno voluto o vogliono imporre in America, noi lo accettiamo solo in modo molto limitato. Conosciamo i tratti comuni che esistono nella civiltà — soprattutto nel suo ordine intellettuale — dei paesi meridionali d’Europa che parlano lingue romanze, e che, per opposizione spirituale ad altre forme di civiltà europea, potremmo chiamare “latina”. Ma sappiamo altrettanto bene che, accanto a questi tratti comuni, la civiltà ispana ne possiede altri esclusivamente propri, e che sono proprio questi quelli che ci preme soprattutto salvaguardare da qualsiasi influenza che possa snaturarli. Per quanto riguarda essi, dunque, non siamo “latini”, ma “ispani”, e non possiamo riconoscere alcuna concomitanza con qualsiasi altra nazione europea, per quanto affine possa essere a noi in altri aspetti.
La Penisola Iberica rappresenta un caso emblematico per comprendere la complessa costruzione dell’identità europea contemporanea. Dopo secoli di egemonia imperiale transatlantica, Spagna e Portogallo hanno dovuto ridefinire radicalmente la propria collocazione geografica, politica e culturale nel contesto europeo del secondo dopoguerra. Il processo di democratizzazione seguito alle dittature di Franco e Salazar ha coinciso con un profondo ripensamento dell’identità nazionale, che ha cercato di riconciliare un passato imperiale glorificato con le esigenze di integrazione in una comunità europea fondata su valori democratici e liberali.18 Le commemorazioni dei grandi viaggi di esplorazione, come il Quinto Centenario della scoperta dell’America nel 1992 in Spagna e l’Esposizione Universale di Lisbona nel 1998, hanno rappresentato momenti critici in cui le narrative nazionali hanno cercato di reinterpretare il passato coloniale come prefigurazione di un cosmopolitismo europeo. Questa operazione di memoria selettiva ha trasformato conquistatori e navigatori in precursori di un’Europa aperta al mondo, omettendo spesso le dimensioni violente e sfruttatrici dell’espansione imperiale. L’eredità iberica è stata così riconfigurata come contributo alla costruzione di una civiltà occidentale transatlantica, piuttosto che come dominio coloniale.19 L’ingresso nell’Unione Europea ha accelerato un processo di “europeizzazione” che ha profondamente trasformato le strutture economiche, politiche e culturali di entrambi i paesi. Il dibattito intellettuale sulla modernità europea ha accompagnato questa trasformazione, con pensatori come José Ortega y Gasset che hanno proposto una concezione dell’Europa come realtà storica capace di trascendere i particolarismi nazionali. Questa visione, tuttavia, si è scontrata con la persistenza di forti identità regionali etnoculturali che hanno sviluppato narrative alternative rispetto al progetto nazionale spagnolo.20 I nazionalismi periferici della Penisola Iberica hanno spesso rivendicato una connessione diretta con l’Europa che bypassa lo stato-nazione, costruendo genealogie storiche che enfatizzano l’autonomia medievale e le specificità culturali e linguistiche. Queste rivendicazioni identitarie, definite talvolta come “delirio identitario” dai critici, hanno utilizzato la falsificazione o la manipolazione selettiva della storia per costruire nazioni immaginate radicate in un passato premoderno idealizzato. Il processo di integrazione europea ha paradossalmente rafforzato queste tendenze centrifughe, offrendo alle regioni una cornice istituzionale alternativa allo stato centrale per affermare la propria specificità.21 La Penisola Iberica ha inoltre dovuto confrontarsi con la propria eredità multiculturale, particolarmente evidente nel periodo medievale quando territori iberici furono caratterizzati dalla convivenza (spesso conflittuale) tra cristianesimo, islam ed ebraismo. La romanizzazione dell’antica Iberia, la dominazione visigota, la conquista islamica e la Reconquista cristiana hanno lasciato stratificazioni culturali complesse che le narrative nazionali moderne hanno cercato di ordinare secondo logiche di continuità e discontinuità funzionali alla costruzione identitaria contemporanea.22
I Balcani occupano una posizione peculiare nella geografia mentale europea, essendo percepiti simultaneamente come parte dell’Europa e come sua alterità irriducibile. Il discorso balcanico, analizzato approfonditamente negli studi postcoloniali, ha costruito il Sud-est europeo come spazio di discordia, barbarie, arretratezza e opacità, servendo diverse funzioni politiche in epoche differenti. Nel XIX secolo, tale discorso ha legittimato l’assistenza britannica all’Impero Ottomano contro l’espansione russa; in epoca contemporanea, ha giustificato l’interferenza sistematica dell’Unione Europea nei processi politici ed economici della regione.23 La denigrazione dell’intera area centro-orientale e balcanica ha comportato un ampio controllo da parte dell’UE delle strutture economiche e dei quadri politici, replicando il concetto ottocentesco della penisola come terra di confine disponibile per l’intervento e il controllo occidentale. La rappresentazione dei Balcani come “polveriera d’Europa”, “ponte tra Oriente e Occidente” o luogo di emozioni forti costituisce una generalizzazione che oscura la pluralità culturale della regione.24 L’occupazione ottomana ha lasciato un’impronta profonda e duratura nelle popolazioni balcaniche. Le analisi genetiche hanno evidenziato una quota significativa di identità per discendenza con i turchi nelle popolazioni dell’Europa centro-orientale e dei Balcani, testimonianza dell’integrazione demografica avvenuta durante i secoli di dominazione ottomana.25 Questa eredità ha complicato i processi di costruzione delle identità nazionali nel XIX e XX secolo, quando i movimenti nazionali cercarono di affermare la propria appartenenza alla civiltà europea cristiana in opposizione all’eredità islamica.26 La trasformazione politica ed economica seguita alla caduta del comunismo ha innescato nelle società balcaniche un processo di “ritorno all’Europa” caratterizzato da una dualità fondamentale: da un lato, la rivendicazione di essere sempre stati europei; dall’altro, la necessità di “diventare europei” attraverso riforme economiche, politiche e culturali imposte dall’esterno. Questo processo ha rivelato tensioni tra l’identità culturale europea percepita internamente e le aspettative normative dell’Unione Europea, che ha funzionato come agente esterno di europeizzazione.27 La memoria storica balcanica è caratterizzata da narrazioni stratificate e spesso conflittuali, che riflettono le complesse vicende di dominazioni imperiali successive, ovvero quelle bizantina, ottomana e asburgica, e la formazione recente di stati nazionali. Le guerre jugoslave degli anni Novanta hanno riattivato stereotipi sui Balcani che avevano alimentato la percezione della regione come intrinsecamente violenta e tribale, consolidando la sua posizione liminale rispetto all’Europa “vera” occidentale.28 Gli sviluppi demografici nei Balcani mostrano una progressiva modernizzazione caratterizzata dalla riduzione della fertilità e dall’invecchiamento della popolazione, con significative differenze interne che separano paesi come la Bulgaria, che ha completato la transizione demografica, da Albania, Macedonia del Nord e Kosovo, dove la crescita naturale rimane elevata. Queste differenze riflettono divergenze socioeconomiche che complicano ulteriormente i processi di integrazione regionale ed europea.29

Il mondo slavo presenta anch’esso una notevole diversità interna, pur condividendo elementi linguistici e culturali comuni che hanno contribuito alla formazione di un’identità collettiva pan-slava. La missione evangelizzatrice di Cirillo e Metodio nell’863 in Grande Moravia ha gettato le fondamenta della letteratura e della cultura per gran parte del mondo slavo, creando un’identità radicata nei valori culturali bizantini e nella cristianità ortodossa. Tuttavia, questa unità culturale si è progressivamente frammentata attraverso traiettorie storiche divergenti che hanno portato alla formazione di identità nazionali slave distinte, divise tra l’influenza cattolica occidentale e quella ortodossa orientale.30 La Russia ha sviluppato un rapporto particolarmente complesso e ambivalente con l’Europa. Il dibattito ottocentesco tra slavofili e occidentalisti ha cristallizzato due visioni contrapposte dell’identità russa: da un lato, la Russia come “vera Europa” e custode dei valori cristiani autentici che l’Occidente avrebbe tradito; dall’altro, la Russia come civiltà unica, distinta e persino antitetica all’Occidente.31 Gli slavofili, come Ivan Kireevskij e Aleksej Chomjakov, hanno postulato una divisione di civiltà tra Russia e Occidente, pur riconoscendo che questo conflitto era emerso storicamente e non era ontologico.32 Essi vedevano nelle riforme di Pietro il Grande un punto di svolta che aveva provocato una trasformazione dell’identità culturale russa e della memoria storica, introducendo elementi dell’Illuminismo europeo che avrebbero compromesso l’autenticità spirituale russa basata sulla sintesi tra tradizione nazionale e cristianesimo ortodosso.33 La critica slavofila alle riforme petrine si concentrava su quello che percepivano come uno sdoppiamento dell’identità culturale russa: la separazione della società istruita dal popolo e la separazione dello stato dalla società. Secondo gli slavofili, l’adozione acritica dell’educazione e della cultura occidentale da parte delle élite aveva creato “due tribù diverse” all’interno della stessa nazione: conquistatori e conquistati, padroni e schiavi.
У данашње доба, кад је свијест продрла у сваку и најмању грану словенскога народа, ово питање има замашни значај. Рјешење овог питања објасниће, дали заиста има практичног смисла велика борба, у којој се славенство сад налази. И заиста, ако је европска цивилизација опшечовјечанска, тад не би имала никаквог, или врло малог смисла, садашњи напори славенства; тад би најбоље било подчинити се тежњама цијеле изображене Европе, која, као што у самој ствари видимо, стара се да подјарми Славене; и тиме Славени подчинили би се ономе, што мора бити, што им је вишим историјским законом наметнуто. Ако ли пак није тако, ако европска цивилизација није опшечовјечанска, то значи, да славенство мора играти самосталну улогу у васељенској историји; тад ће му се открити величанствен призор његове будуће задаће, те ће га побудити на озбиљно и што скорје остварење своје препородјаја; а то је преко потребито, јер, као што и само даље видити, кашњењем, могло би се оно подчинити (насилно или својевољно) туђем утицају, изгубити карактер самосталне историјске јединице, и послужити етнографским материјалом за остварење идеје друге историјске јединице, или тачније, другог културно-историјског типа. Рјешење овог питања објасниће нам такође прави узрок, зашто сва цивилизирана Европа деветнаестог вијека, у ком влада тобоже начело правде и права народних, обрћа све своје напоре на то, да не допусти, ама нигдје, да славенство добије своја права, па ни у Турској, гдје неправда превазилази сваку границу. Видјеће се, да овђе иде борба за сyштественоcт, и да зато имејно Европа не да подићи главе славенству, што у томе види развиће новог историјног дјелатеља, који ће самосталним путем издвојити у историји опшечовјечанској велику улогу, која је такође Европи као културно-историјском типу надживјела, али да она у исто доба мора уступити првенство том младом, снажном раднику и сину са сцене историјске.34
Nell’epoca odierna, quando la coscienza è penetrata in ogni ramo, anche nel più piccolo, del popolo slavo, questa questione assume un’importanza considerevole. La sua soluzione chiarirà se la grande lotta in cui oggi si trova lo slavismo abbia davvero un senso pratico. E in verità, se la civiltà europea è universale, cioè umana nel senso più ampio, allora gli sforzi attuali dello slavismo non avrebbero alcun significato, o ne avrebbero uno molto scarso; in tal caso, la cosa migliore sarebbe sottomettersi alle aspirazioni dell’intera Europa colta, la quale, come vediamo in realtà, si adopera per soggiogare gli Slavi. Così, gli Slavi si assoggetterebbero a ciò che deve essere, a ciò che una legge storica superiore impone loro. Ma se non è così, se la civiltà europea non è universale, ciò significa che lo slavismo deve svolgere un ruolo autonomo nella storia universale; allora gli si dischiuderà il magnifico scenario della sua futura missione, che lo stimolerà a un serio e sollecito compimento della propria rinascita; e ciò è estremamente necessario, poiché, come si vedrà più avanti, con il ritardo esso potrebbe finire col sottomettersi (con la forza o volontariamente) all’influsso straniero, perdendo il carattere di unità storica autonoma e servendo da materiale etnografico per la realizzazione dell’idea di un’altra unità storica, o, più precisamente, di un altro tipo culturale-storico.
La soluzione di questa questione spiega anche la vera ragione per cui tutta la civilizzata Europa del XIX secolo, in cui domina, in apparenza, il principio della giustizia e dei diritti dei popoli, impiega ogni sforzo per impedire, ovunque, che lo slavismo ottenga i propri diritti, neppure in Turchia, dove l’ingiustizia supera ogni limite. Si vedrà che qui si tratta di una lotta per l’esistenza stessa, e che proprio per questo l’Europa non permette allo slavismo di rialzare il capo, poiché in esso vede lo sviluppo di un nuovo agente storico, destinato, con un cammino autonomo, a conquistarsi nella storia universale un grande ruolo, che supererà quello dell’Europa stessa come tipo culturale-storico; e poiché l’Europa dovrà, nello stesso tempo, cedere il primato a questo giovane e vigoroso lavoratore e figlio che entra sulla scena della storia.
Questo dualismo si manifestava geograficamente nella dicotomia tra San Pietroburgo, sede del potere statale modernizzatore, e Mosca, depositaria dello spirito nazionale tradizionale.35 Alexander Herzen propose una strategia di riconciliazione tra slavofili e occidentalisti, parlando non di unicità russa ma di specificità russa all’interno del processo mondiale, combinando l’idea universale di emancipazione sociale con istituzioni russe autentiche come la comune contadina (obščina).36 Questa posizione intermedia anticipava il successivo sviluppo dell’eurasiatismo, che avrebbe concepito la Russia come centro di uno spazio civilizzato euroasiatico distinto sia dall’Europa occidentale sia dall’Asia.37 Nel contesto contemporaneo, il dibattito sull’identità russa si è riattivato con rinnovata intensità, con diverse scuole di relazioni internazionali e politica estera, coinvolgendo specialisti che riconoscono l’importanza dei valori nazionali come lente attraverso cui valutare mezzi e obiettivi dello sviluppo del paese.38 L’annessione della Crimea nel 2014 e la politica estera assertiva della Russia hanno segnato una rinnovata divisione ideologica e di influenza tra la Russia e l’Unione Europea/Occidente, riflettendo le prospettive geopolitiche degli anni 2020.39 I popoli slavi dell’Europa centro-orientale, come Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, hanno vissuto una lunga lotta per il riconoscimento della loro piena appartenenza europea. Dopo la caduta del comunismo, questi paesi hanno enfatizzato la loro identità di “Europa centrale” piuttosto che “orientale”, cercando di distanziarsi dalla percezione di arretratezza e di vicinanza alla Russia.40 Il concetto stesso di “Europa centrale” è stato oggetto di intenso dibattito accademico, con diverse denominazioni proposte a seconda del contesto storico e politico.41 Gli abitanti dell’Europa centro-orientale hanno articolato la loro appartenenza europea attraverso due strutture principali, da una parte la “lotta” per il riconoscimento europeo, che enfatizza il contributo della regione alla democrazia e all’integrazione europea, riferendosi ad eventi come la rivoluzione di Solidarność in Polonia, dall’altra la “banalità” dell’appartenenza europea, che considera l’essere europei come uno stato naturale e scontato.42 La posizione liminale secolare di questi paesi ha continuato a manifestarsi anche dopo l’allargamento dell’UE, creando una tensione tra l’essere e il divenire europei.43 Va sottolineato che l’Europa orientale ha vissuto secoli di dominazione da parte dell’Impero russo e successivamente dell’Unione Sovietica, realtà che hanno plasmato profondamente le identità nazionali e le relazioni stesse che queste regioni hanno con il concetto di Europa. Il periodo sovietico in particolare ha creato una frattura tra l’Europa orientale e occidentale, portando alla percezione dell’Europa come limitata geograficamente all’Occidente fino al 1989. L’eredità imperiale e sovietica si manifesta non solo nelle strutture politiche ed economiche, ma anche nella memoria collettiva e nelle narrative identitarie che continuano a influenzare i processi di europeizzazione contemporanei.44 La memoria della resistenza contro il regime sovietico è diventata un elemento centrale nell’affermazione dell’identità europea dei paesi dell’Europa orientale, i sostengono come l’integrazione europea non sia connessa solo all’eredità romano-cristiana o al consolidamento dell’Europa occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma anche al processo di emancipazione civica nell’Europa orientale dal regime comunista.45 Il processo di europeizzazione nell’Europa orientale, promossa dal punto di vista culturale dall’Unione Europea attraverso politiche culturali ed economiche; dall’altro, passerebbe quindi anche dal superamento della posizione periferica e delle controverse eredità storiche che interessano queste regioni, al fine di confermare il proprio definirsi “europee”. Questa dualità crea tensioni e ambiguità nel modo in cui i cittadini dell’Europa orientale negoziano la loro appartenenza europea, oscillando tra la rivendicazione di essere sempre stati europei e la consapevolezza di dover soddisfare criteri normativi imposti dall’esterno.46 Sviluppi politici recenti in paesi come Polonia e Ungheria hanno messo in discussione il consolidamento dell’identità europea in queste nazioni. Le politiche dei governi nazionalisti sono state percepite da molti cittadini come incompatibili con i valori europei, creando un senso di non-appartenenza e minacciando il progetto di integrazione europea. Il concetto di “Europa a due velocità” ha ulteriormente complicato la percezione dell’appartenenza europea, rafforzando la sensazione di una divisione persistente tra Europa occidentale e orientale.47 La trasformazione post-comunista ha comportato non solo cambiamenti nelle strutture politiche ed economiche, ma anche una profonda ridefinizione delle identità nazionali e della memoria storica. I paesi dell’Europa orientale hanno dovuto confrontarsi con eredità complesse e spesso contraddittorie: la memoria della resistenza antinazista, la collaborazione con il regime sovietico, le esperienze di repressione e l’aspirazione alla democrazia liberale occidentale. Queste narrative multiple e talvolta conflittuali si riflettono nei modi in cui il patrimonio culturale viene utilizzato per costruire l’identità europea contemporanea.48
Ofta nog lyssna vi med en oro och ett intresse, som gällde det ofjäfviga orakelsvar, till de omdömen om vår inhemska odling och särskildt om vår konst, som utländske resande med eller utan auktoritet, hvilka färdats några dagar inom våra landamären eller flygtigt betraktat svenska afdelningen på en eller annan utländsk utställning, behaga fälla; med svällande nationalkänsla läsa vi i en fransk tidning om den framgång svenske målare haft i årets salong, med djup förargelse höra vi en eller annan tysk eller amerikansk turist utropa, att Sverige ingenting eger, som har något värde i konstnärligt afseende, med öfverlägsen min förklara, att vi äro oförmögne af europeisk civilisation.49
Spesso ascoltiamo, con una certa inquietudine e interesse quasi religioso, i giudizi sulla nostra cultura nazionale e in particolare sulla nostra arte, che i viaggiatori stranieri, con o senza autorità, i quali abbiano percorso per pochi giorni il nostro territorio o osservato di sfuggita la sezione svedese in qualche esposizione estera, si compiacciono di pronunciare; con orgoglio nazionale leggiamo in un giornale francese del successo ottenuto da un pittore svedese al Salon dell’anno, e con profonda irritazione sentiamo qualche turista tedesco o americano esclamare che la Svezia non possiede nulla di valore artistico, dichiarando con aria di superiorità che siamo incapaci di civiltà europea.
Altra regione periferica di grande importanza ma spesso dimenticata è la Scandinavia, area che ha sviluppato un forte senso di identità nordica che si distingue per caratteristiche sociali, politiche e culturali specifiche, incarnate nel cosiddetto “modello nordico”. Questo modello, caratterizzato da sistemi di welfare avanzati, democrazia consensuale, elevata fiducia sociale, uguaglianza di genere e stabilità elettorale, è stato storicamente considerato eccezionale nel contesto europeo.50 I paesi nordici sono stati etichettati come “stati di cura” (caring states) per la loro enfasi sui servizi di assistenza a lungo termine piuttosto che sui trasferimenti monetari, garantendo agli anziani e ad altre categorie vulnerabili un sistema di protezione sociale pubblico di alta qualità.51 Tuttavia, i processi di integrazione europea e globalizzazione hanno recentemente minato questo eccezionalismo scandinavo, portando a crescente instabilità politica, volatilità elettorale e successo di partiti populisti.52 La “svolta a destra” in Finlandia e Svezia ha portato a cambiamenti significativi nella retorica delle élite al potere, con l’abbandono dell’identità nordica tradizionale a favore di un nuovo paradigma politico più orientato verso posizioni pro-occidentali e antirusse.53 L’emergere di atteggiamenti di “sciovinismo del welfare”, ovvero l’idea che i cittadini debbano ottenere la cittadinanza prima di avere diritti uguali ai benefici sociali, è particolarmente evidente proprio in Svezia, Norvegia e Finlandia, nonostante la generosità tradizionale dei loro stati sociali.54 L’eredità vichinga costituisce un elemento fondamentale della memoria collettiva scandinava e del senso di identità regionale, rappresentando circa il 20-25% dell’identità personale e nazionale dei danesi.55 I Vichinghi sono stati utilizzati nella costruzione della memoria collettiva come fondatori di dinastie o come elemento che conferisce un’eredità scandinava a specifiche regioni, contribuendo a distinguere l’identità nordica all’interno del contesto europeo più ampio. La formazione dello Stato nazionale in Scandinavia durante il periodo è stata fortemente influenzata dai raid, dagli insediamenti e dalle conquiste dei governanti norvegesi e danesi in Inghilterra, il regno più avanzato d’Europa. Questo processo di “diffusione della guerra” ha portato paradossalmente i vincitori a emulare i vinti, innescando processi di formazione statale in Norvegia e Danimarca che hanno contribuito allo sviluppo delle moderne nazioni scandinave. 56 L’atteggiamento scandinavo verso l’integrazione europea è stato caratterizzato da ambivalenza. Mentre Danimarca, Svezia e Finlandia sono membri dell’Unione Europea, la Norvegia ha scelto di rimanere fuori, e l’Islanda ha mantenuto una posizione ancora più distante. Questa ambivalenza riflette la tensione tra il mantenimento dell’identità nordica distintiva e la partecipazione al progetto europeo.57 La convergenza sociale tra i paesi nordici a livello regionale mostra significative differenze interne che sfidano la percezione monolitica spesso applicata alla Scandinavia. La prossimità geografica, le radici storiche comuni e la collaborazione all’interno del Consiglio Nordico portano spesso a trattare erroneamente i paesi nordici come un blocco uniforme, mentre in realtà le regioni nordiche differiscono in termini di sviluppo sociale.58
Conclusioni

L’analisi fin qui condotta, certamente parziale, ha però cercato di evidenziare come il concetto di “civiltà europea” rappresenti un costrutto storico dinamico e profondamente contingente, caratterizzato da processi plurisecolari di definizione e ridefinizione che hanno coinvolto simultaneamente dinamiche di inclusione ed esclusione. Lungi dall’essere un’entità naturale o data, l’Europa emerge come categoria culturale e politica costantemente negoziata attraverso meccanismi di alterità, proiezione imperiale e narrazione selettiva del passato. Come evidenziato dall’analisi delle diverse periferie continentali, la costruzione dell’identità europea ha storicamente richiesto la presenza di un “Altro” contro cui definirsi, meccanismo impiegato tanto nelle sue relazioni con entità esterne, quali l’Asia, il mondo islamico le colonie, quanto nelle gerarchie interne che hanno relegato determinate regioni a posizioni liminali rispetto a un presunto centro occidentale. Le traiettorie storiche della Penisola Iberica, dei Balcani, del mondo slavo e della Scandinavia rivelano l’eterogeneità fondamentale dell’esperienza europea e le tensioni irrisolte tra universalismo e particolarismo, tra memoria condivisa e narrazioni competitive. Queste dinamiche periferiche non rappresentano anomalie rispetto a una presunta norma europea, ma piuttosto rivelano i meccanismi costitutivi attraverso cui l’identità europea stessa sia stata prodotta e riprodotta. Il progetto contemporaneo di integrazione europea si trova oggi ad affrontare sfide senza precedenti che mettono in discussione la sostenibilità stessa dell’idea di una civiltà europea comune. La crescente frammentazione politica, alimentata dall’ascesa di movimenti nazionalisti e populisti che contestano il trasferimento di sovranità agli organismi sovranazionali, ha riportato al centro del dibattito pubblico la questione della sovranità nazionale versus quella europea. La Brexit ha rappresentato il punto culminante di questa tendenza disintegrativa, dimostrando che l’appartenenza all’Unione Europea non può più essere data per scontata e che il progetto di integrazione richiede una continua rilegittimazione presso i cittadini. Le crisi multiple che hanno attraversato l’Unione nell’ultimo decennio, dalla crisi dell’euro alla crisi migratoria, dalla pandemia da COVID-19 all’aggressione russa all’Ucraina, hanno ulteriormente evidenziato le divergenze profonde tra gli stati membri riguardo alla visione del futuro europeo, con alcuni paesi che promuovono un’integrazione più profonda e altri che difendono strenuamente le prerogative nazionali.In questo contesto, la memoria storica e le politiche culturali assumono un ruolo cruciale ma ambivalente. Da un lato, iniziative come l’European Heritage Label59 cercano di costruire narrazioni identitarie comuni che facilitino il senso di appartenenza dei cittadini all’Europa e all’Unione Europea, operando una “europeizzazione culturale” volta a integrare le diverse esperienze storiche nazionali in un quadro continentale condiviso. Dall’altro, queste stesse iniziative rivelano le tensioni irrisolte tra le diverse memorie nazionali e regionali, tra narrative egemoniche e contronarrazioni marginalizzate, tra la celebrazione di un patrimonio comune e il riconoscimento delle esperienze traumatiche di dominazione, colonialismo e autoritarismo che hanno segnato profondamente ampie porzioni del continente. La questione dell’identità europea si complica ulteriormente se si considera la dimensione globale e postcoloniale. Le critiche provenienti dagli studi postcoloniali hanno messo in discussione l’universalismo eurocentrico che ha caratterizzato la narrazione della “civiltà europea”, evidenziando come questa sia stata storicamente costruita attraverso l’appropriazione del patrimonio culturale di altre civiltà, la gerarchizzazione razziale dei popoli e la legittimazione del dominio imperiale. La “provincializzazione dell’Europa”, per usare l’espressione di Dipesh Chakrabarty60, richiede un ripensamento radicale delle pretese di universalità europea e il riconoscimento della pluralità delle modernità e delle traiettorie storiche che hanno plasmato il mondo contemporaneo. Questo processo di decentramento critico è essenziale non solo per una comprensione più accurata della storia globale, ma anche per la costruzione di un’identità europea che possa confrontarsi onestamente con le eredità problematiche del passato coloniale e imperiale. Il futuro dell’identità europea dipenderà dalla capacità degli attori politici, culturali e sociali di navigare queste tensioni multiple e apparentemente inconciliabili. Da un lato, sarà necessario mantenere un equilibrio tra l’affermazione di valori comuni, quali democrazia, stato di diritto, diritti umani, e il rispetto della diversità culturale, linguistica e storica che caratterizza il continente. Dall’altro, occorrerà sviluppare forme di appartenenza che non richiedano né l’assimilazione a un modello culturale egemonico né la rigida separazione in identità nazionali o regionali reciprocamente esclusive. Questa evoluzione verso identità più fluide e multilivello si scontra con tendenze opposte di rinazionalizzazione e rivendicazione di sovranità esclusiva, alimentate da percezioni di insicurezza economica, ansia culturale di fronte ai cambiamenti demografici e sfiducia nei confronti delle élite politiche e delle istituzioni sovranazionali. La polarizzazione crescente tra visioni inclusive e cosmopolite d’Europa, da un lato, e visioni esclusiviste e nativiste, dall’altro, rappresenta una delle sfide più serie alla coesione del progetto europeo. In particolare, il dibattito sull’immigrazione e sull’integrazione delle popolazioni di origine non europea ha rivelato profonde divisioni non solo tra stati membri ma anche all’interno delle società nazionali, con conseguenze significative per la definizione stessa dei confini simbolici della “civiltà europea”. Tale concetto si presenta oggi come una costruzione artificiosa da smontate piuttosto che come una realtà consolidata. Esso racchiude aspirazioni legittime a valori condivisi di democrazia, libertà e solidarietà, ma porta con sé anche l’eredità problematica di esclusioni, gerarchie e violenze storiche. La sfida per l’Europa contemporanea consiste nel costruire forme di appartenenza che possano integrare la molteplicità delle esperienze storiche del continente, dalle periferie ai centri, dalle narrazioni egemoniche a quelle subalterne, senza ricadere né in un universalismo astratto che neghi le differenze, né in particolarismi identitari che precludano la solidarietà transnazionale. Solo attraverso un processo continuo di negoziazione, dialogo e riflessione critica sul proprio passato e presente l’Europa potrà costruire un’identità condivisa che sia al contempo radicata nelle specificità storiche e aperta alle trasformazioni future. Come hanno dimostrato le traiettorie delle diverse periferie europee analizzate in questo studio, l’identità europea non è un dato ontologico ma un progetto politico e culturale in costante ridefinizione, la cui realizzazione dipende dalla volontà collettiva di confrontarsi onestamente con le contraddizioni del passato e di immaginare forme di convivenza più inclusive per il futuro.
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