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Una società multietnica nel Mediterraneo medievale: rapporti sociali e potere regio nella Sicilia Normanna (1090-1194).

«Vengo dalla terra occidentale
dove dio lo puoi trovare in ogni canale1»

In questo contributo intendo parlare degli aspetti sociali e culturali del periodo Normanno in Sicilia e, in seguito, delle forme che il potere centrale assume durante la dominazione degli Altavilla – in particolare, di come tali forme si ispirino a degli esempi “orientali”, cioè ai califfi fatimidi e, in minor misura, agli imperatori di Costantinopoli. Per contestualizzare nel modo migliore, daremo delle piccole informazioni generali sul periodo e sugli eventi più importanti (per un approfondimento invece rimando alla bibliografia).
Gli Arabi arrivano in Sicilia nell’827, quando è governata ancora dall’Impero Romano d’Oriente e riescono a conquistarla definitivamente nel 902. Nel 1059 Roberto il Guiscardo d’Altavilla viene investito del titolo «dux Apulie et Calabrie et utroque subveniente futurus Sicilie» (duca della Puglia e Calabria e, anche sopraggiungente in futuro, della Sicilia) dal papa Nicolò II che promette all’Altavilla di diventare duca del territorio che avrebbe conquistato in Sicilia, in realtà sarà il fratello minore, Ruggero, a completare la conquista dell’isola. La Sicilia mussulmana ha, via via, perso l’unità territoriale che l’ha prima, invece, contrassegnata: i Normanni di Roberto e Ruggero si trovano, infatti, davanti a diversi potentati (Cfr. Mappa 1) che però, nonostante la divisione politica, riescono a resistere per 30 anni: Palermo viene conquistata nel 1072, mentre nel 1077 viene presa Trapani, Cinisi nel 1079 e Siracusa nel 1086, in ultimo nel 1090, quando l’isola di Malta (all’epoca all’interno della sfera siciliana) cade 2. Detto ciò, proveremo ad analizzare quale siano gli aspetti socioculturali che questa stratificazione storica ha lasciato al territorio isolano. In questo, la Sicilia è, quasi (si pensi al simile caso della Spagna araba e, viceversa, degli Stati crociati in Medio Oriente), un’eccezione rispetto alla situazione dell’Europa medievale in cui vi è – sostanzialmente – una forte unità religiosa, dove tutti sono cristiani (anche se alcuni di fede ortodossa, ma tale differenza è via via più evidente dal 1054), e dove i contatti con il mondo musulmano sono sempre molto ridotti3. In Sicilia, invece, a relazionarsi (sia nel campo di battaglia, che nella vita quotidiana) sono due popoli che vengono da contesti molto distanti: gli “Arabi” che arrivano sulle coste siciliane dal Nord Africa musulmano (dagli altri territori musulmani sono probabilmente poi giunte altre persone)4; i Normanni, invece, sono i discendenti dei Vichinghi che si sono stanziati nel nord-ovest della Francia, territorio a cui hanno anche dato l’attuale nome di Normandia5. Forse è stata anche tale distanza geografica e culturale a rappresentare un’attrattiva interessante negli studiosi di tale argomento.

1. Aspetti sociali e rapporti culturali. Arabi e Normanni in Sicilia

Quando, nel 1061, arrivano i cavalieri normanni nell’isola, questa è – come abbiamo detto sopra – una terra multietnica in cui sono presenti varie etnie e culture. Del resto, rispetto le compagini politiche “occidentali” cristiane, i musulmani – che governano l’isola tra il IX e l’XI secolo – sono sostanzialmente tolleranti nei confronti della popolazione siciliana, essendo di cultura cristiana (greco o latina) e, in piccola parte, ebraica – entrambe religioni di libro per l’Islam. I non-musulmani dovevano, però, pagare una tassa, la jizya (in arabo جزية‎, ğizya). Ruggero II, conte e poi re di Sicilia, mantiene sostanzialmente la stessa politica applicandola in questo caso a chi non professa la religione cristiana; lo stesso Ruggero è un vassallo del papa ed è uno dei suoi obbiettivi quello di riportare la Sicilia all’interno della cristianità latina. Prima di iniziare l’analisi dei due gruppi etnici, desidero sottolineare che in questo contributo non ci sarà nessun valore di merito nella definizione delle varie etnie che ci apprestiamo a descrivere, allo stesso tempo non credo che sia scontato parlare dei fattori etnici; non contestualizzare ciò può portare a un grave pericolo che ho trovato in alcune opere durante i miei, brevi, studi termini che tendono fortemente a una visione razziale6 della società, che, quasi sicuramente, avevano gli stessi uomini e donne dell’epoca che stiamo studiando ma che noi, invece, non possiamo permetterci non solo per la fallacia scientifica di tali teorie ma anche perché la stessa società è fortemente fluida dal punto di vista etnico dato che è molto più importante la religione praticata (islam, cristianesimo greco, ebraismo e cristianesimo latino) e la legge che si rispetta.

1.1. Gli arabi, “i vinti”.

Rispetto a quanto detto sopra, dobbiamo definire cosa siano gli “arabi” nella Sicilia dell’XI secolo. Con tale termine, infatti, si devono indicare tutti coloro che parlano arabo o fanno, comunque, riferimento alla «tradizione culturale fondata sulla lingua araba7». La maggior parte di essi sono musulmani propriamente detti, che, forse, rimangono la maggioranza della popolazione per l’intero periodo della dominazione normanna; ci sono poi i cristiani arabizzati, che troviamo ancora in Sicilia in fonti del XIV secolo8. Sono un populus debole e sconfitto: perseguitati per la diversità religiosa ma tollerati e strettamente legati al potere centrale della monarchia, la quale applica una tolleranza di tipo utilitaristico poiché questo atteggiamento è legato al peso delle comunità stesse musulmane. In questo senso la situazione è differente tra campagna e città.
Le comunità arabe, abbiamo visto, hanno provato invano a contenere l’avanzata Normanna. Alcune di esse, però, come a Palermo, contrattano la propria resa per poter ottenere delle migliori condizioni economiche ma anche sociali9. L’esiguo numero di Normanni – ne parleremo nel prossimo paragrafo più approfonditamente – li mette nelle condizioni di accettare volentieri degli accordi di questo genere. Gli arabi non sono un gruppo omogeneo, li vediamo molto presenti sia nella corte che nell’esercito (almeno per il periodo di cui stiamo parlando)10. Sui soldati arabi siamo portati a pensare che essi siano massicciamente presenti nell’esercito normanno e che forse costituiscano un corpo specializzato di cui al re non interessava la conversione, anzi durante il conflitto con il papato si saranno rivelati utili11. In città sono presenti anche artigiani arabi che producono ceramiche invetriate, sono attivi per tutto il periodo Normanno e anzi la produzione si sposta in Puglia quando Federico II esilia lì gli arabi siciliani. Oltre a Palermo, queste ceramiche vengono prodotte a Cefalù, Piazza Armerina, Messina e Agrigento12.
Dal punto di vista culturale, abbiamo una fonte interessante che ci parla della vita nella capitale, il poeta e viaggiatore Ibn Jubayr (vissuto tra il 1145-1217), che passa per la Sicilia negli anni 80 del XII secolo, descrive così l’influenza dei costumi femminili arabi a Palermo: «Le donne cristiane di questa città si vestono alla maniera delle donne musulmane. Parlando speditamente in arabo, ammantate di veli, erano uscite per la festa. Indossavano vesti di seta ricamate d’oro, splendidamente drappeggiate, velate di veli variopinti, con ai piedi calzature dorate. Procedevano verso le loro chiese […] adorne di tutti gli ornamenti delle donne musulmane […]13». Inoltre, nella Sicilia per via del periodo musulmano si coltivano: agrumi, cotone, canna da zucchero, datteri, gelso; connesso a quest’ultimo è la diffusione dell’allevamento del baco da seta. Grazie agli arabi che lavorano la seta si forma un laboratorio interno al palazzo in cui si producono tessuti di lusso, il tiraz (in arabo ﻃﺮﺍﺯ‎) che ha prodotto il mantello di Ruggero II di cui parliamo nel capitolo 2.
Aldilà delle città e in particolar modo della capitale, invece, la maggior parte delle persone di fede e legge musulmana vivono in campagna (come in tutto il mondo medievale), occupando un posto di basso rilievo nella società; il loro status è quello di villani (in arabo ahi al-djara’id, cioè “uomini registrati”) e sono costretti inoltre a pagare la djizyah. Condizione per cui la loro libertà personale è molto limitata14, tale status sembra che sia stato tratto dai Normanni ancora una volta dalla tradizione politico-sociale araba in quanto «il termine confoederati pare richiamare giuridicamente i ḏimmī15». Al momento della conquista normanna, sono stati distribuiti come dipendenti ereditari fra i vari signori dell’isola; altri, detti in arabo ahi al-maks, sottoposti a tributi, risultano più liberi. Tali condizioni di vita inducono buona parte dei musulmani ad abbandonare la Sicilia per andare in Nord Africa14.

1.2. I Normanni, gli uomini del nord.

Non è facile descrivere chi siano i Normanni che hanno conquistato la Sicilia nell’XI secolo, perché anche qui (come per gli Arabi) siamo davanti a un termine che non restituisceb appieno la complessità del mondo dei conquistatori.
Iniziamo dal chiederci perché i cavalieri Normanni, a metà XI secolo, si trovino nel Meridione italiano. La storiografia è abbastanza concorde nell’affermare che siano due le principali cause di questo fenomeno: in primis si sta diffondendo in Normandia un modello basato sulla primogenitura probabilmente imposto anche dalla forte crescita demografica, ragion per cui sono proprio i cadetti a partire per cercare fortuna in una terra e in una cultura che gli è sempre più ostile16; in secundis i contrasti tra il duca Guglielmo il bastardo (1035-87), futuro conquistatore dell’Inghilterra, e gli esponenti dell’aristocrazia hanno contribuito a incentivare tale emigrazione. In questa casistica, rientrano anche i figli di Tancredi d’Hauteville. Quando arrivano in Italia sono soltanto dei semplici cavalieri e, nel giro di qualche decennio, riescono a innalzare sensibilmente la loro condizione economica e sociale: alcuni di essi diventano conti o duchi, Ruggero diventa re17.
Un altro importante nodo è sapere quanti siano i cavalieri ad arrivare in Italia. Difficile indicare il numero esatto e inconfutabile delle persone immigrate in Italia del Sud e in Sicilia. Negli anni ’70 dello scorso secolo lo storico francese Léon-Robert Ménager ha provato a calcolarne il numero cercando all’interno degli archivi italiani tutte le persone che hanno un nome ascrivibile alla Normandia18. In questo modo ha individuato circa 400 individui o famiglie, troppo pochi però: infatti, questi criteri di Ménager sono molto precisi ma anche veramente stretti e non riescono a far emergere tutti coloro che arrivano in Italia. Per Jean-Marie Martin il numero «dovrebbe ammontare a qualche migliaio19» di persone.
Mentre nell’Italia continentale i Normanni si integrarono all’aristocrazia locale, per motivi etnico-culturali ciò non è avvenuto con le élite musulmane in Sicilia, se non in casi particolari20. Come abbiamo visto, però, questo non vieta ai musulmani di avere ruoli all’interno della corte; infatti, i rapporti tra i conquistatori e i loro sudditi musulmani è ambiguo. Gli arabi hanno una cultura molto complessa e conoscenze avanzate riguardo l’agricoltura e l’artigianato che i Normanni non hanno remore a utilizzare quando possono, lo stesso vale per quanto riguarda la cultura araba che trova ancora spazio nella corte normanna. Però, durante il periodo normanno si assiste anche a un lento ma costante processo di “latinizzazione” (che coinvolge in parte anche la chiesa di rito greco)21, consistente nella fondazione di nuovi cenobi benedettini (SS. Trinità di Venosa, S. Eufemia, SS. Trinità di Mileto) e di nuove diocesi di rito latino (Messina, Palermo)22, che porterà alla progressiva emarginazione della società e religione araba fino alla deportazione a Lucera attuata, in età sveva, da Federico II.
Dopo la conquista dell’isola, viene importato anche in Sicilia il modello feudale di stampo occidentale. Nel periodo arabo, infatti, il territorio viene gestito in modo più centralizzato rispetto al resto del sud della Penisola. I modelli politici seguiti dai cavalieri normanni sono da ricercare in Normandia e in Inghilterra23, ma come vedremo non mancano influenze arabe e greche. Lo stesso Roberto d’Altavilla ha ottenuto da papa Niccolò II i suoi ducati in feudo24
Dopo la costituzione del Sud in Regno, con Ruggero II lo strumento feudale viene usato per governare il territorio. In questo senso lo Stato siciliano è effettivamente un “regno feudale” capace di servirsi del feudo per rafforzare l’autorità regia. I vassalli regi, tenuti al servizio militare o al pagamento di un’imposta sostitutiva (adiutorium) sono divisi in due categorie: conti e semplici baroni. Con il consenso regio, conti e baroni potevano procedere ad ulteriori sub-infeudazioni nell’ambito dei rispettivi domini, ma ogni vassallo era tenuto all’ “omaggio ligio” verso il sovrano, dominus supremo. Solo con le, cosiddette, Assise di Ariano si sono stabiliti, fin nei minimi dettagli, le facoltà pubbliche esercitabili dai baroni nei propri feudi, prevedendo sanzioni gravissime ai contravventori responsabili di abusi25.
Inoltre, le Assise confermano come regalità e feudalità ‒ termini che una tradizione storiografica vuole antitetici ‒ siano in realtà entità complementari: nella potestas del re si intrecciano infatti da una parte elementi teocratico-sacrali e dall’altra elementi feudali anch’essi presenti nel testo, non a caso promulgato in un’assemblea di vassalli, a riprova della imprescindibilità di un qualche coinvolgimento della feudalità negli atti fondamentali del Regno26.

2. Gli Altavilla, rapporti politici tra re normanni e funzionari arabi.

Dopo aver analizzato sinteticamente i due più importanti gruppi sociali presenti in Sicilia nell’XI secolo passiamo a una descrizione del potere degli Altavilla. Intraprendiamo due percorsi tematici differenti: in primis il ruolo degli arabi all’interno della corte e, quindi, del governo del Regno; in secundis le forme di potere dei Re Altavilla e di quali influenze “orientali” le caratterizzano.

2.1. Alla corte di Palermo.

Abbiamo sopra anticipato che gli arabi, almeno per il primo periodo, hanno avuto un certo ruolo all’interno della corte degli Altavilla. Partiamo dal dire che la stessa scelta della capitale, posta a Palermo è stata di per sé un avvicinamento alla cultura e alla popolazione araba: Palermo è, infatti, la città più importante di tutta la Sicilia dopo che gli arabi l’hanno conquistata e resa la loro capitale spostandola da Siracusa, è inoltre la città dove la cultura mussulmana si diffonde maggiormente27. I re Altavilla hanno mostrato una forte tolleranza soltanto quando sono stati costretti dalla contingenza storica, è probabile che anche la scelta di confermare Palermo come capitale si debba vedere in questa ottica. In ogni caso, i musulmani hanno avuto molto spazio all’interno della corte normanna, una testimonianza materiale di ciò è la famosa miniatura del manoscritto di Berna di Pietro da Eboli che raffigura la cancelleria reale: sono presenti notai latini glabri, greci dalle folte barbe e gli arabi con il turbante28.
Agli arabi che sono presenti in corte gli sono riservati alcuni incarichi, in particolare quello di caid, emiro e i posti notarili all’interno del diwan; tra questi molti sono i convertiti, anche se come dice Ugo Falcando parlando del caid Pietro «come tutti gli eunuchi di palazzo, è cristiano solo di nome e d’apparenza, ma saraceno nell’anima29».  
Il caid (qā’id in arabo قائد‎, che indica un “capo”) assomiglia a una carica nobiliare “feudale”, Martin li definisce «capi militari e dignitari palatini» sottolineando, però, come la loro presenza nella corte reale – pur essendo essi espressione di un potere “musulmano” – è stata svantaggiosa per la popolazione araba, ma anche il ruolo fondamentale avuto nella costruzione della forma definitiva del governo30. Per cercare di capire quali siano gli incarichi e i poteri di un caid nella Palermo dell’XII secolo vediamo velocemente la carriera proprio del succitato Pietro, nato musulmano a Djerba ( جربة(, con il nome di ʾAḥmad aṣ-ṣiqillī, che ripudia nel periodo cristiano – durante cui viene chiamato Pietro – ma riacquista una volta tornato in terra musulmana. Egli diventa prima famigliare del re con Guglielmo I (1154-1166) che lo ha nominato maître camerier (il capo del diwan, di cui ci apprestiamo a parlare) e gli dà l’incarico di guidare la flotta siciliana per due volte. Alla morte del re, viene nominato capo del gabinetto dalla regina Margherita di Navarra. Nonostante aver raggiunto l’apice dello stato, è costretto a fuggire in Africa dopo la disputa con il conte di Gravina Gilberto (di origine spagnola). Al suo posto viene nominato primo famigliare, Riccardo31. Incarichi militari e cancellereschi si mischiano in questa figura, nello stesso modo in cui fanno la sua identità cristiana e musulmana.
Il termine emiro (amīr in arabo أمير‎, significa letteralmente “comandante”) esprime un concetto peculiare nella Sicilia normanna: per rendere l’idea del significato in quest’epoca, la parola più corretta nell’italiano moderno sarebbe “ammiraglio”, che viene a formarsi proprio dalla volgarizzazione di “amīr”. Inizialmente, Roberto il Guiscardo nomina – dopo la presa di Palermo – un suo ignoto cavaliere emiro, cioè governatore militare della città; il secondo emiro normanno è Guglielmo Bidon, chiaramente francese32. La carica di emiro indica, nel secolo in cui rimane in vigore la carica, quindi, un titolo dalle funzioni politico-militari e che sono spesso accompagnate dall’incarico di comandare la flotta, in tal senso si spiega anche l’attuale significato della parola ammiraglio. In ogni caso, pur la chiarissima origine araba del termine, la carica è stata spesso ricoperta da greci e francesi33.
Il diwan (in arabo ﺩﻳﻮﺍﻥ, in latino “dohana de secretis”), anch’esso termine di orgine chiaramente araba34, è un ufficio centralizzato in cui lavorano notai greci o arabi che si occupavano di fissare confini e stabilire elenchi, mentre il diwan alma’mur si occupava di conservare tali documenti. L’area in cui esercitava il suo potere è solamente la Sicilia, poiché nel continente sono presenti altre istituzioni19.
Come abbiamo detto, è presente un maître camerier a gestire i lavori del diwan, nel 1168 viene sostituito da un ufficio centrale chiamato dohana baronum che si occupa delle prestazioni dovute dai feudatari continentali.  

2.2. Forme di potere “Orientali” in un territorio “Occidentale”

Una volta delineati i principali incarichi occupati da arabi (o creati sulla falsariga di quelli arabi), emerge già la peculiarità del governo normanno rispetto quelli degli altri stati medievali europei. La Sicilia ha la caratteristica di aver conosciuto varie dominazioni tra cui (in ultimo) quella bizantina e araba, infatti, descrivendo il re di Sicilia Canterella dice: «è quasi un re d’Oriente, quasi uno scandalo35», vediamo quanto di ciò sia effettivamente vero.  
Ufficialmente, il re di Sicilia si presenta con tre intitolazioni diverse: una in latino, quella più “classica” e “occidentale”, cioè “Dei gratia rex, divina favente clementia rex”; una in greco di tradizione tardo-bizantina “Rogerios en Christo to Theo eusebes krataios rex kai boethos ton Christianon36; mentre nei documenti arabi è chiamato “al maglis al-samiy” e sui tarì d’oro “malik37. In questo senso, come dice Martin il Re di Sicilia «non èdavvero un emiro, né un basileus né un re “feudale” della tradizione post-carolingia, è un po’ di tutto questo, ma questa particolarità non permette di farsene un’immagine unica19».
L’immagine che vogliono emanare i re di Sicilia ha come modelli politici, però, non le dominazioni siciliane arabe in senso stretto, ma i loro “superiori”: l’imperatore di Costantinopoli e i califfi fatimidi, essi sono modelli Mediterranei che influenzano anche la politica estera. Il re Ruggero II si rapporta con queste potenze sia sul piano politico che militare, conquistando parte del Nord Africa e l’isola greca di Corfù(Cfr. Mappa 3).
Riprendiamo ora il diwan per sottolineare alcuni elementi inediti per i re Occidentali. In particolare, la scrittura, detta diwani reale con cui vengono redatti i documenti arabi reali e usata quindi esclusivamente dentro il palazzo. I modelli per tale tipo di scrittura sono – per l’appunto – i diwani reali contemporanei dell’Egitto e del Levante e non le scritture arabe siciliane38. Allo stesso modo, con l’istituzione del regno, i re di Sicilia hanno iniziato ad apporre sui documenti arabi la hamdala, un tipo specifico di firma araba che viene usata per primi dai califfi fatimidi39.
Infine, l’elemento più icastico dell’influenza musulmana sugli Altavilla sono le opere artistico-architettoniche di ispirazione araba. Poniamo qui due esempi molto famosi: il mantello di Ruggero II, e la Cappella Palatina di Palermo. Il mantello, oggi conservato a Vienna (presso la camera del Tesoro del palazzo di Hofburg), raffigura su sfondo rosso due leoni che incombono su due dromedari con al centro una palma. Nell’iscrizione leggiamo invece che: «è stato fatto nel tiraz, […] nella capitale della Sicilia nell’anno 528 (dell’Egira)» cioè nel 1133-3440. La simbologia è chiara. Il leone, simbolo degli Altavilla, domina senza però uccidere il dromedario, che rappresenta gli arabi sconfitti; la palma di sfondo viene usata per descrivere la terra, straniera per i normanni, e sentita, forse, come ancora araba. Il colore rosso, invece, richiama fortemente alla porpora imperiale appannaggio dell’imperatore bizantino41. Riguardo la Cappella Palatina, anche essa ispirata all’arte musulmana, ha dei chiari rimandi alle architetture contemporanee arabe e alle pitture fatimite, alle quali si avvicinano «nell’iconografia, nella composizione e nello stile d’esecuzione», infatti, i palazzi siciliani hanno una connessione molto evidente con la tradizione islamica42
Tra le usanze prese in prestito dall’imperatore bizantino, vi è invece l’uso del sarcofago di porfido: Ruggero II si è fatto seppellire all’interno di una vasca di pietra purpurea nella cattedrale di Cefalù, lo stesso fa Guglielmo I19.

Conclusioni, il “mito” Normanno

Questo breve contributo mi ha permesso di fare qualcosa che non avevo mai fatto prima d’ora: indirizzare il mio profondo interesse per la storia del medioevo verso la terra dove sono cresciuto, la Sicilia. Lo studio della Sicilia altomedievale ha conosciuto una cesura per cui i secoli in cui nell’isola sono presenti civiltà diverse da quella tradizionalmente medievali sono esclusi dal “Medioevo dei medievisti”43. Tale visione storiografia mi è appartenuta e, forse, mi è stata insegnata. Infatti, il periodo siciliano di dominazione bizantina e araba è stato visto per molto tempo come appannaggio esclusivo di discipline specializzate come la bizantinistica e l’islamistica, considerando perciò: la seconda metà dell’XI secolo come un anno zero, e l’arrivo dei normanni abbastanza per reintegrare la Sicilia nell’Occidente medievale studiabile dai medievisti. In ogni modo, questi pregiudizi sono stati anche via via superati dall’inizio del XXI secolo44.

Credo, inoltre, che esista una certa “mitologia” che ha segnato le informazioni e le credenze su uno dei popoli che abbiamo analizzato, i normanni di Sicilia. I Normanni sono spesso citati quando si parla della storia Siciliana e a questi si fanno risalire, folkloristicamente, anche aspetti estetici dell’attuale popolazione siciliana, anche a me per via del colore biondo dei miei capelli mi è stato spesso fatta notare una probabile discendenza dai Normanni. Non ci sono, però, motivazioni veramente razionali per cui i geni di una parte della popolazione si possano propagare per quasi un migliaio di anni, ignorando poi completamente le popolazioni che sono arrivate e hanno dominato l’isola. Inoltre, tali Normanni non venivano neanche direttamente dalle zone Scandinave ma sono arrivati dopo centinaia di anni passati in Francia mischiandosi con la popolazione. Parlavano francese, non una lingua norrena. Ma, allora, perché vengono citati così spesso ancora i Normanni?

Come già detto, dopo il XII secolo non sono mancate le occupazioni straniere, però i normanni sembrano avere una maggiore rilevanza nella creazione dello spirito nazionale siciliano. Più di quanto pensassi prima di intraprendere questo studio. Per esempio, ho sempre visto – non penso di essere il solo in questo – Federico II come un degno successore di suo nonno e suo zio, e che per via di questo legame di sangue con gli Altavilla fosse legittimato pienamente al trono siciliano. Però, il passaggio di potere tra gli Altavilla e gli Svevi è stato visto in alcuni storici come il passaggio a una dominazione straniera, che sarebbe stata evitabile se Guglielmo II avrebbe saggiamente evitato il matrimonio tra Enrico VI e sua nipote Costanza, i genitori di Federico II.

Ma, in fondo, cosa sono stati i Normanni se non invasori di una terra straniera? Come abbiamo detto lo stesso mantello di Ruggero ci suggerisce questa visione. Ma quindi si può risolvere questo nodo gordiano? Probabilmente no. Qui cercheremo di capire quale sia veramente il problema che abbiamo delineato (se ce n’è uno), dato che, personalmente, non trovo ancora soddisfacenti le domande che abbiamo posto.

Lo scrittore John Addington Symonds, nel suo “Sketches in Italy and Greece” descrive in questo modo i normanni: «avventurieri norreni [che] divennero sultani di una capitale orientale. Insieme allo scettro, quei pirati s’impossessarono della cultura di una corte araba»45 il che, inconsapevolmente, ci aiuta nel nostro tentativo di risolvere il problema qui individuato e si ricollega pienamente al contenuto di questo Numero della Rivista: i Normanni sembrano avere dalla loro parte la narrazione di una certa storiografia eurocentrica perché hanno “liberato” la Sicilia e l’Italia meridionale dal “pericoloso” Islam, si potrebbe anche avvicinare tale fenomeno con la cosiddetta “Reconquista” spagnola (il termine stesso ha una violenza comunicativa fortissima, della quale ci potremmo rendere conto forse soltanto parlando con coloro che l’hanno subita e che oggi non hanno più una definizione etnica: i discendenti dei musulmani spagnoli). Questi pregiudizi, che sono stati abbandonati dagli studi storici sono, forse, però ancora presenti nei pensieri dei non addetti ai lavori, per cui ancora si può associare la Sicilia ai Normanni senza sembrare di star facendo un immenso volo pindarico. A questo proposito, da amante del genere rap, mi vengono in mente i versi di una canzone di Jake la Furia: «Grazie a mia madre ho la Sicilia nel sangue, io figlio dei Normanni[..]»46 in cui il binomio Sicilia/Normanni è evidentissimo.

Quindi, i Normanni – per via dell’impresa di cacciare via dall’Italia i musulmani – hanno ricevuto una sacralità mitologica diversa delle altre popolazioni che hanno governato (o invaso) la Sicilia. Probabilmente, la gestione tutto sommato positiva dello Stato, unita all’importanza del Regno normanno nello scacchiere mediterraneo, la riuscita politica di integrazione e la stagione di importanti costruzioni architettoniche sono fattori molto influenti; però, sia il periodo arabo precedente che il periodo successivo svevo hanno portato tantissimo alla Sicilia, Federico II per esempio pone la capitale del Sacro Romano Impero a Palermo, una cosa oggi impensabile. Come detto il nodo resta molto stretto e difficile da sciogliere. In conclusione, però, abbiamo visto come la Sicilia nei secoli centrali del Medioevo mette in crisi le idee su cui basiamo la nostra concezione di Medioevo europeo. Troviamo dei Re, che sono dei veri e propri parvenus e che restano affascinati dalla cultura e arte musulmana tanto da appropriarsene; allo stesso tempo la città meno europea del Regno che ne diventa la capitale e anche la città più importante. È un equilibrio molto precario che non durerà al lungo, la vicenda degli arabi in Sicilia (come quelle di praticamente tutte le minoranze) è segnata dalla deportazione: sarà lo stesso imperatore Federico II, spesso ricordato come amante della cultura araba (probabilmente così è), a spostarli a Lucera, in Puglia dove saranno poi dispersi da Carlo d’Angiò, un altro francese. Si chiude così la convivenza tra i nostri antenati cristiani e arabi.

Figura 1. Tarì d’oro di Ruggero II, coniato a Palermo.

 

Figura 2. Il mantello di Ruggero II.

 

Figura 3. Palermo, Cappella Palatina.

 

Figura 4. La corte di Ruggero II e i notai cristiani, greci e arabi.

 

Mappa 1. I potentati arabi all’arrivo dei Normanni.

 

Mappa 2. Palermo arabo-normanna, 960-1240 (Cfr. Sciascia Laura – Tramontana Salvatore, Palermo 1070-1492).

 

Mappa 3. Massima espansione del Regno di Sicilia (1166).

 

Mappa 4. Battaglie e assedi durante la conquista normanna.

 

Autore

  • Lorenzo La Rosa

    Laureato all'Università degli Studi di Padova in Scienze Storiche con un tesi in Storia medievale dal titolo "Una storia cittadina. Élites sociali e scambi economici a Piacenza nel IX secolo". Ho svolto un periodo di studio presso l'istituto di ricerca IRHT a Parigi. Attualmente lavoro come Professore di Filosofia e Storia presso l'Accademia Dante Alighieri di Dolo.

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  1. DJ Shocca featuring Masito e Danno, Coltelli, 60 Hz, 2004.[]
  2. Questa, brevissima, presentazione non ha la pretesa di riassumere quanto avvenuto, come detto, la storiografia è molto ampia e si dà una piccolissima lista delle più recenti pubblicazioni: Vanoli Alessandro, La Sicilia musulmana, 2012; Indelli Tommaso, I Normanni in Italia (XI-XIII sec.); Giaffreda, I normanni nel Sud Italia e il loro rapporto con gli arabi, in: I quaderni del MAES, 2007.[]
  3. Cfr. Feniello Amedeo – Vanoli Alessandro, Raccontare tutto a tutti”. Medioevo e divulgazione, in: Branca, branca, branca. Ritorno al Medioevo, 2021, p. 144.[]
  4. Vanoli Alessandro, Storia della Sicilia musulmana, 2012, pp. 56-60.[]
  5. Indelli Tommaso, I normanni in Italia, pp. 13-14.[]
  6. In Gabrieli Francesco, Normanni e arabi, in: Archivio storico pugliese, 1959: si riportano “infedeli”, “razza”; in Peri Illuminato, Uomini, città e campagne in Sicilia dall’XI al XIII secolo, 1986: il titolo stesso del capitolo IX è chiamato “Diversi per razza, diversi per casta”; in Amari, Biblioteca arabo-sicula, 1875-87: la traduzione che fa di un testo di Ibn Giubair parla di “negri musulmani”; in Martin Jean-Marie, La vita quotidiana nell’Italia Meridionale al tempo dei Normanni, 1997: parla di “razza buona” traducendo “de genere justo” da Pietro da Eboli.[]
  7. Vanoli Alessandro, Musulmani in un’isola cristiana, in: Edad Media. Regista de historia, 2016, p. 162.[]
  8. Infatti, verso il 1340, un viaggiatore tedesco, Ludolfo di Sudheim, incontrò in Sicilia cristiani di rito latino, greco e “saraceno” (ritum sarracenorum), Cfr. Houben Hubert, Mezzogiorno Normanno-Svevo. Monasteri e castelli, ebrei e musulmani, 1996, p. 229.[]
  9. Peri Illuminato, Uomini, città e campagne in Sicilia dall’XI al XIII secolo, p. 86.[]
  10. Martin Jean-Marie, La vita quotidiana nell’Italia meridionale al tempo dei Normanni, ed. digitale.[]
  11. Cfr. Vanoli Alessandro, Mussulmani in un’isola cristiana, p. 162; Houben Hubert, Mezzogiorno normanno-Svevo, p. 198.[]
  12. Cfr. Martin Jean-Marie, La vita quotidiana; D’Angelo Franco, Le produzioni di ceramiche invetriate dipinte in Sicilia nei secoli X-XII, in: Medieval Sophia, 2010, pp. 108-140.[]
  13. Ibn Jubayr, Viaggio in Sicilia, a cura di Calasso Giovanni, 2022, p. 47.[]
  14. Martin Jean-Marie, La vita quotidiana, ed. digitale.[][]
  15. Vanoli Alessandro, Musulmani in un’isola cristiana, p. 161; in arabo ذمي, indica un cittadino non-musulmano in uno stato che pratica la shari’a, in arabo شريعة cioè la legge islamica.[]
  16. Houben Hubert, I normanni, 2015, p. 58.[]
  17. Cfr. Indelli Tommaso, I Normanni in Italia.[]
  18. Cfr. Ménager Léon-Robert, Pesanteur et étiologie de la colonisation normande de l’Italie. Appendice: Inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in: Hommes et institutions de l’Italie normande, 1981,pp. 261-390.[]
  19. Martin, La vita quotidiana, ed. digitale.[][][][]
  20. Idem[]
  21. Houben, Mezzogiorno Normanno-Svevo, p. 234.[]
  22. Indelli Tommaso, I normanni in Italia, p. 17.[]
  23. Ivi, p. 2.[]
  24. Norwich John Julius, I normanni nel Sud: 1016-1130, 2021, ed. digitale.[]
  25. Indelli Tommaso, I normanni in Italia, p. 9.[]
  26. Cfr. Zecchino Ortensio, Assise di Ariano, in: Enciclopedia Federiciana, 2005.[]
  27. Per una breve storia della Palermo araba: Cfr. Vanoli Alessandro, La Sicilia Musulmana.[]
  28. Cfr. Figura 4; Pietro da Eboli, Petri Ansolini de Ebulo De rebus Siculis carmen, p. 12.[]
  29. Ugo Falcando, Liber de Regno Sicilie, p. 25 “Petrus eunucus, isque, sicut et omnes eunuchi palatii, nomine tantum habituque christianus erat, animo saracenus”.[]
  30. Cfr. Martin, La vita quotidiana, ed. digitale.[]
  31. Cantarella Glauco Maria, La Sicilia e i Normanni. Le fonti e il mito, 1989, pp. 63-73.[]
  32. Cfr. Ménager Léon-Robert, Amiratus-Ameras. L’emirat et les origines de l’amitauté (XIe-XIIIe siècles), 1960.[]
  33. Cfr. Martin Jean-Marie, La vita quotidiana, per una sintetica ma efficace lista dei più importanti emiri.[]
  34. Cfr. Matthew Donald J. A., The Norman kingdom of Sicily, 1992, pp. 218-223.[]
  35. Cantarella, La Sicilia e i Normanni, p. 63.[]
  36. “Ruggero, in Cristo Dio pio potente re e protettore dei cristiani”[]
  37. Rispettivamente “il consiglio superiore” e “re”, Cfr. Figura 1; per approfondire il tema si veda: Vagnoni Mirko, La sacralità regia dei Normanni di Sicilia: un mito?, 2012.[]
  38. Johns Jeremy, I normanni e i califfi fatimidi. Nuove prospettive su vecchi materiali, in: Del nuovo sulla Sicilia musulmana, pp. 15-17.[]
  39. Ivi, p. 17.[]
  40. Johns Jeremy, I titoli dei sovrani normanni di Sicilia in: Bullettino di Numismatica, 1986, p. 40.[]
  41. Cfr. Cantarella, La Sicilia e i Normanni, pp. 135-137.[]
  42. Johns Jeremy, I normanni e i califfi fatimidi, pp. 24-26.[]
  43. Corrao Pietro, La Sicilia altomedievale: alcuni temi storiografici in: La Sicilia nei secoli VI-X. Dinamiche di poteri e culture tra Oriente e Occidente, 2003, p. 29.[]
  44. Idem.[]
  45. Symonds John Addington, Sketches in Italy and Greece, 1874.[]
  46. Jake la Furia featuring Ensi e ‘Ntò, Libro senza cuore, Benvenuti nella giungla, 2008.[]

Lorenzo La Rosa

Laureato all'Università degli Studi di Padova in Scienze Storiche con un tesi in Storia medievale dal titolo "Una storia cittadina. Élites sociali e scambi economici a Piacenza nel IX secolo". Ho svolto un periodo di studio presso l'istituto di ricerca IRHT a Parigi. Attualmente lavoro come Professore di Filosofia e Storia presso l'Accademia Dante Alighieri di Dolo.

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