Sulla possibilità di Europa e di Unione europea
Se abbiamo deciso di dedicare un numero della nostra Rivista al tema “Europa”, la scelta credo scaturisca da un problema di fondo: una questione che sta alla base del concetto e che si ripropone ogni qual volta prende forma un discorso su di esso. Oltre alla contingenza storica attuale – la quale richiederebbe nondimeno profonde riflessioni – bisogna chiedersi cosa sia, in concreto, l’Europa; cosa essa rappresenti oggi e a cosa dobbiamo prestare attenzione, guardando al passato, per costruire tale rappresentazione.
Quello che i nostri autori hanno tentato, in questo consesso, è stato mostrare in che modo e quali siano le possibili ragioni che sottostanno a determinate costruzioni – in questo caso quelle intorno al concetto di Europa, appunto. I meccanismi insiti nel “prodotto finale”, che spesso vengono taciuti per diverse ragioni (come la renitenza ad esplorare la complessità di talune questioni, con la conseguente cristallizzazione dei concetti, dati per acquisiti una volta per tutte; o finanche la mancanza di strumenti adeguati di riflessione e trattazione, con la conseguente banalizzazione delle analisi), sono ciò che abbiamo provato a ricondurre in superficie, in modo da comprendere più agevolmente anche le volontà che soggiacciono alla promozione di determinati discorsi.
I collaboratori che hanno preso parte a questo numero si sono cimentati nella scomposizione di alcuni di questi discorsi, presi qui e lì da esperienze che ci riguardano, crediamo, sempre da vicino. Se non altro, per la semplice ragione di vivere in quell’area del globo che oggi conosciamo come Europa. Ci siamo soffermati, a vario titolo, principalmente sugli aspetti concettuali, storici, comunicativi e politici (in senso ontologico) che attengono a tale compagine. Credo personalmente che l’impronta concettuale sia presente in ognuno dei contributi, in misura variabile: che si tratti dell’indagine sulla didattica, su intenzioni, prospettive e visioni che alimentano certe proposte nella Scuola di casa nostra; della comunicazione politica mediante l’utilizzo ad hoc di immagini e strumenti mediali; delle esplorazioni in lungo e largo su caratteristiche, limiti e confini di ciò che abbiamo percepito e intendiamo, definendo “L’Europa”; su ricorsi storici passibili di eventuali comparazioni, o perlomeno forieri di indizi sul contesto specifico; per ognuno dei suddetti, dicevo, è forse ineludibile la domanda su cosa s’intende e intendiamo quando parliamo dell’Europa e dei “valori” che contraddistinguerebbero questa entità.
Qualche conclusione parziale possiamo anche trarla. L’Europa è qualcosa che può essere individuato, in maniera anche più o meno precisa; ciò che bisogna tener presente, tuttavia, è il processo che ne genera le caratterizzazioni, ogni qual volta ne discutiamo. Non esistono leggi sempiterne per i concetti; o meglio, possiamo ipotizzare delle regolarità nel processo di costruzione, ma il risultato dipende molto da cosa chiediamo ad essi di essere[1]. In altre parole, se un concetto è soggetto a dinamicità – e dunque a variazioni di un certo tipo – è perché noi siamo, più o meno consapevolmente, gli artefici di tale realizzazione. Pertanto, il concetto di Europa va analizzato a partire dal soggetto che lo estende: un europeista (nel senso attuale del termine) elaborerà idee e convinzioni probabilmente differenti, a tal riguardo, rispetto a chi predilige altre forme di organizzazione politica e istituzionale; un polacco o un lituano non si sentiranno “europei” allo stesso modo di un francese, né di uno spagnolo. Questo è un aspetto su cui è importante soffermarsi, perché conduce necessariamente al piano della comunicazione. Nelle nuove proposte di Indicazioni nazionali per la scuola, ad esempio, Lorenzo La Rosa evidenzia come determinate scelte esprimano una specifica idea di Europa, portatrice di una non meglio definita civiltà che dovrebbe tracciare la strada al resto del mondo. Il tramite, in questo caso, sono le linee guida per gli insegnanti, come potrebbe esserlo parimenti la locandina dell’Esposizione Universale studiata da Stefano Baldini, nella quale una gerarchia antropologica è teorizzata a partire dalla convinzione “europea” del possesso di valori umani di prim’ordine. Il messaggio che arriva, in questi casi, è che l’essere “europeo” stabilisce una superiorità di fatto.
Questo genere di narrazioni è esemplare per tornare alla riflessione concettuale. Se assumiamo, infatti, che un concetto non possa essere statico, non si capisce bene chi siano gli europei, e quali le potenziali caratteristiche universalmente riconosciute che rendano lecito conferire tale dominio. Si può esserlo vivendo entro i confini geografici dell’Europa, e allo stesso tempo riconoscere come proprio un retaggio culturale le cui radici originino altrove.
Seguendo questo discorso, possiamo giungere a quello relativo al modo delle organizzazioni sociopolitiche. Riferendo naturalmente il discorso all’Unione europea, oggi uno dei principali freni alla realizzazione di un’organizzazione sovranazionale matura e solida sembra essere la difficoltà di interazione tra interessi “locali” e generali, ossia appare oltremodo difficile trovare una quadra rispetto ai rapporti di forza nella rete, con gli stati-nazione che sembrano ad ogni stagione superati, ma sempre redivivi. È lecito pensare che le cause siano di molteplice segno, tra le quali sicuramente quelle economiche e politiche. Limitandoci qui a tirare i fili della questione precedentemente discussa, è chiaro che sul piano sociale e culturale sia problematico trovare il prisma di un’organizzazione che, per crescere e prosperare, dovrebbe riuscire a trovare una sintesi dialettica complessa, che tenga conto, tra l’altro, di storie e diversità di complicata conciliazione. Inoltre, potrebbe essere utile riflettere sulle necessità e le contingenze alla base dell’idea di Unione europea.
Nella prefazione al Manifesto di Ventotene, nel 1944 Eugenio Colorni sosteneva che, a dispetto di quanto credessero i democratici (soprattutto), una federazione europea non poteva essere la naturale prosecuzione delle istituzioni che sarebbero sorte alla fine della Guerra, bensì urgeva una convinzione politica che andasse in quella direzione, ossia il superamento degli stati nazionali[2]. È chiaro che dopo decenni di equilibri precari ed esperimenti di convivenza internazionale falliti la prospettiva progettuale, per alcuni più rassicurante, fosse quella di sacrificare gli interessi dei singoli paesi per farli convergere verso fini comuni.
A ottant’anni di distanza, tuttavia, nonostante l’Ue sia riuscita a compiere importanti passi verso il progetto federativo, una solida unità politica sembra lontana dalla concreta realizzazione. I paesi componenti, in tal senso, ancora a fatica vedono di buon grado quella “cessione di sovranità” necessaria per convergere in una direzione univoca. In un momento in cui l’Unione sembra perdere terreno sui principali dossier internazionali, bisogna domandarsi su quali basi possa davvero decollare una Europa unita nella sua interezza – qualora ciò sia davvero possibile. Non sarebbe insensato, pertanto, riflettere su quale sia l’Europa a cui aneliamo: è fondamentale, al riguardo, disporre degli strumenti per comprendere questa realtà che ci coinvolge in prima persona, con i relativi moniti e discorsi di volta in volta proposti. In altri termini, cercare di capire quale sia, esattamente, l’Europa di cui si parla, nel nome di quale entità si dettano le agende politiche.
Cosa è l’Europa, oggi? È una domanda fondamentale. Senz’altro, non può essere quella di inizio Novecento, quella del XVII secolo, né tantomeno quella di pochi decenni fa. Lo abbiamo detto: i concetti sono dinamici, e le loro traiettorie spesso non sono preventivabili. Gli “addetti ai lavori”, coloro che agiscono in nome di questa espressione – “Europa” –, lo fanno indicando un soggetto specifico, risultante da un processo di selezione. Ciò che viene incluso in questo alveo dipende dalle priorità di volta in volta individuate. Capire tutto questo, credo, può fornirci un supporto ad una maggiore consapevolezza, se non altro degli spazi che viviamo, della bandiera che portiamo; del fatto che il significato di “Europa” non si esaurisce in coordinate geografiche, in confini politicamente stabiliti, in lingue ufficialmente riconosciute, in istituzioni rappresentative. Uno spazio, un territorio, sono attraversati da uomini, culture, idee, contraddizioni, distanze e prossimità. Tutto ciò – per inclinazione antropologica – avviene e avverrà sempre all’insegna del contatto, dello scambio, del comunicare. Non esistono culture chiuse, isolate. Quand’anche concedessimo credito alla possibilità che siano determinabili con esattezza dei “valori europei”, dovremmo senza indugio tener presente che, quella che oggi chiamiamo Europa, è il risultato storico di milioni e milioni di persone che l’hanno attraversata, nel tempo, provenienti da ogni dove e portatrici dei più disparati apporti culturali. Ogni comunità, ogni gruppo, tutti coloro che hanno lasciato un segno tangibile di ciò che siamo oggi – in quanto europei – merita il riconoscimento di tale fatto, del contributo dato e di quello che potrebbe dare ancora. Un’infinita ricchezza storica e culturale, senza immaginare gerarchie di genti, di popoli. Ognuno di questi ha dato il proprio contributo umano a quel mosaico di mezzo miliardo di persone, che oggi ne costituiscono l’essenza.
[1] Discorso differente vale per l’utilizzo: il fatto che ci serviamo o maneggiamo un concetto non dimostra per certo la nostra conoscenza dello stesso, né di come si concretizzi: in tal caso, sussiste la gravità di accoglierlo per riflesso, per trasmissione altrui.
[2] Colorni Eugenio, Prefazione, in Civati Giuseppe (a cura di), Il Manifesto di Ventotene, ed. People, Busto Arsizio, 2023.
