Il sapere per il sapere: la rivoluzione culturale passa dalla conoscenza?
Nel 1985 di Ritorno al futuro, l’eclettico e geniale scienziato “Doc” dà al giovane Marty la possibilità – con una macchina del tempo – di “andare indietro nel futuro”, catapultandolo così nel 1955. Questa forzatura spazio-temporale consente al ragazzo, dunque, di entrare in un’epoca a lui sconosciuta, incontrando persone che fanno parte della sua vita – ma più giovani – ed entrando in contatto con usi, luoghi, costumi e oggetti a lui “insoliti”. Potremmo dire, letteralmente, che egli ha viaggiato nella Storia, oltre che nel tempo. Ma in che senso? Nella percezione più diretta, nel sentire più comune, è storico ciò che è passato, appartenente ad un tempo (considerato qui secondo una certa linearità, senza scomodare talune interpretazioni filosofiche) che in qualche modo abbiamo messo alle spalle. Più precisamente, quel medesimo sentire avverte come “storico” ciò che, inoltre, ha acquisito una certa distanza da chi lo pensa. Non darò qui giudizi – almeno per il momento – né adotterò un atteggiamento critico: mi occorrono alcune constatazioni per indirizzare il discorso verso un tentativo di spiegazione di cosa dovrebbe – nell’idea di coloro che daranno vita a questa rivista – rappresentare per i lettori il nostro progetto. Passato, quindi, e distanza. Fattori, questi, che rischiano di mancare di pregnanza, di avere un interesse poco dirimente, rispetto alla vita di tutti i giorni, alle sfide che essa continuamente pone ad ogni individuo. Soprattutto, il tempo in cui scriviamo sembra relegare il passato ad una esperienza di cui non necessariamente abbiamo bisogno, che in fondo non risponde alle richieste più incombenti della società. In un’epoca in cui il senso è direttamente proporzionale al servizio reso, alla possibilità di utilizzo – delle cose, della conoscenza, delle idee – la storia può sedere al tavolo delle attività degne di considerazione, solo se possiamo in qualche modo servircene. È probabile che una certa stagione storiografica abbia avallato epistemi per le quali questa disciplina potesse avere poteri profetici e taumaturgici, se interrogata nel giusto modo. Ne conseguono, forse, reflussi e sopravvivenze di quell’insegnamento, ma a mio avviso questa è una piccola e parziale spiegazione dello status quo. La trasmissione della conoscenza storica risente del vuoto di interesse maturato intorno ad essa. Da qui, i modi di diffusione del sapere sono determinati dall’esigenza di riempire quel vuoto, di provare a raggiungere coloro che al passato guardano poco, e quando ciò avviene, vi è spesso un velo di diffidenza coprente la visuale.
Se diamo un’occhiata a ciò che accade intorno a noi, è probabile che a qualcuno sarà capitato di chiedersi: “C’è qualcosa che abbiamo imparato? Perché assistiamo al perpetuarsi di esperienze che già altri uomini – non allo stesso modo, forse – hanno vissuto?” Questi interrogativi – propri di una vulgata che, a ben vedere, appartiene in un modo o nell’altro ad ognuno di noi – non sono qui chiamati in causa a caso (se mi si concede l’allitterazione), bensì anticipano un discorso che proverò ad approfondire in seguito. La trasmissione, dunque, sembra dover essere declinata in forme che si adattano alle richieste dell’uditorio contingente. Per fare qualche esempio, delle indicazioni possono giungere dall’insegnamento scolastico. Sfogliando alcuni manuali di didattica, infatti, appare evidente lo sforzo degli autori di mostrare le connessioni che una determinata conoscenza può creare con le questioni del presente. Ergo, il bisogno di comprendere la realtà che ci circonda può essere soddisfatto attingendo al patrimonio racchiuso nei libri che ogni anno case editrici e docenti selezionano per gli studenti. Nel caso delle “scienze umane”, ha ragione di esistere la convinzione che la comprensione di noi stessi, del nostro agire e pensare, debba necessariamente risultare dall’osservazione della traccia che i nostri simili hanno lasciato (e lasciano oggi, anche mentre scriviamo). Nondimeno, ho il dubbio che questa sia, più che una convinzione, una maniera funzionale al recupero di istanze in affanno, quali sono le cause delle discipline oggetto delle proposte didattiche cui mi riferisco. La mia impressione è che la didattica scolastica operi delle scelte che scaturiscono dall’intenzione di raggiungere e afferrare l’interesse delle nuove leve, ovunque questo conduca. L’insegnamento delle materie viene modificato (almeno in teoria) in modo da essere completamente intelligibile per gli studenti, anche se ciò richiede una radicale ristrutturazione delle fondamenta epistemologiche di una disciplina. Parlando di storia, ad esempio, non è marginale, ormai, l’attenzione rivolta dai teorici della didattica allo sviluppo del connubio tra insegnamento storico e gioco. Ora, includere nella didattica modalità d’insegnamento più prossime ad attività extrascolastiche dei ragazzi, pare logico e sensato; se, tuttavia, ciò prevede necessariamente un adattamento sistemico dei giochi introdotti, in modo che questi non stravolgano le fondamenta del sapere. Questo discorso, naturalmente, riguarda il gioco a tutto tondo, attività che coinvolge persone di ogni età. Allo stesso modo, è importante interrogarsi su come la conoscenza oggi venga diffusa attraverso i media. Nell’era di internet e dei social network chiunque può ambire ad abbeverare utenti famelici di sapere, assurgendo al ruolo di “insegnanti” occasionali. La scuola, di fatto, nella sua veste di istituzione educativa e formativa ha perduto il monopolio delle sue prerogative, sotto i colpi della democratizzazione (o sedicente tale) offerta dalla realtà digitale1.
Il sistema di cose che si accinge a divenire il deus ex machina – portando innovazioni e nuove questioni – impone un modo radicalmente altro di trasmettere conoscenza, all’insegna della velocità e di una mole enorme di contenuti offerti. Ne consegue, notiamo, una inesorabile liofilizzazione degli stessi, adattati alla natura del contesto di diffusione. In questo modo, il rischio (fondato) è quello di sbilanciare completamente la trasmissione della conoscenza a favore di un modus operandi semplificatorio, che predilige il bombardamento di pillole di sapere alla comprensione critica delle cose2.
Non è sbagliato, di per sé, modulare le proposte a partire dalle caratteristiche umane dei fruitori. Sono del parere che talune componenti della società debbano assumersi la responsabilità di creare i presupposti per il continuo sviluppo civile e culturale della società stessa, compiendo i passi necessari per avvicinare chi ha bisogno di imparare. Ma la mancanza dell’equilibrio, l’accettazione di tutto ciò che è “al passo con i tempi” può creare, a mio avviso, una frattura nel rapporto tra realtà, che forse dovrebbe essere all’insegna del confronto negoziale. Un’attività di raccordo tra conoscenza storica e pubblico è rappresentata dalle rievocazioni storiche. Si tratta, in genere, di “rievocare” un’epoca, un avvenimento (battaglie, rivoluzioni, ad esempio), mediante la ricostruzione puntuale – per quanto possibile – di quella realtà del passato che s’intende richiamare alla presenza degli astanti. Un’operazione, questa, che richiede studi mirati e particolareggiati, in modo da rendere la massima prossimità possibile. Ho avuto modo di assistere, di recente, ad uno di questi eventi; in quella occasione, gli organizzatori hanno offerto una storia della moda francese – nel Settecento – mostrandone l’evoluzione nel corso del secolo, determinata anche dagli sviluppi politici relativi ai cambiamenti occorsi soprattutto al passaggio del XVIII secolo. È interessante dare uno sguardo dietro le quinte di queste attività: gli studi e le deontologie alla base delle proposte, la meticolosità con cui vengono curati anche i minimi dettagli, l’onestà nel comunicare ai visitatori le difficoltà nel reperire gli oggetti materiali necessari. Soprattutto, ho appurato con piacere una certa consapevolezza nel decodificare fonti di varia natura (dagli abiti agli ornamenti, dagli oggetti di cura della persona a lettere e diari nei quali rinvenire indizi probanti). Di converso, sarebbe interessante ravvisare un maggiore e più accurato confronto con la storiografia, che consentirebbe di conoscere più diffusamente le “stagioni” interpretative concernenti la materia trattata. Nondimeno, sarebbe di notevole importanza provare ad interessare un pubblico più eterogeneo (anche se un solo evento non è statisticamente rilevante, registro che i giovani presenti alla rievocazione in oggetto erano davvero pochi), cercando inoltre di fidelizzarlo attraverso un percorso che non si esaurisca alla fine dell’evento (generando interesse, ad esempio, con proposte di contenuti di approfondimento). Immagino, tuttavia, che talune migliorie necessitino di una confluenza di sforzi da molteplici direzioni, sia dal pubblico che dal privato. Ad ogni modo, le rievocazioni – se fatte con i dovuti crismi – sono un esempio di come il sapere possa essere trasmesso ad ogni latitudine, prestando attenzione a modulare le proposte a seconda dei fruitori, senza rinunciare al rispetto delle regole – scritte e non scritte – che garantiscono una promozione onesta, critica e scientificamente ragionata, della conoscenza3.
È il fine ciò che conta. Per risalire alle radici di certi problemi occorre talvolta provare a decostruire i concetti. In questo caso, piuttosto, si tratterebbe di comprenderne l’ontologia. Un concetto, per intenderci, non è qualcosa che possa essere fissato ad imperitura memoria; di fatto, le parole che veicolano concetti non ne esauriscono il portato significante, né spiegano direttamente la prospettività intrinseca ai concetti medesimi. Del resto, le stesse parole possono indicarci tale relatività, se pensiamo a come queste possano differire a seconda di una serie cospicua di fattori (lingua, cultura, contesto socioeconomico, solo per citarne alcuni). Nel caso che interessa a noi hic et nunc, è diffusa ormai una forma mentis secondo la quale il senso del sapere sia direttamente proporzionale al grado di utilità che esso detiene. Ora, mi sembra che questa associazione sia quantomeno infelice e dannosa, in una contingenza specifica data: riprendendo il discorso intrapreso poc’anzi, se è vero che parole e concetti sono contestualmente determinati – dunque non neutri – non sarà molto arduo comprendere che il nostro modo di intendere l’utilità ci conduce quasi automaticamente alla dimensione dell’economico (l’utile come surplus di introiti calcolati in un bilancio consuntivo); di conseguenza, l’idea che viene sempre più spesso propinata è che l’unico sapere valido – degno di essere appreso – è quello che permette ad una persona di trovare il suo posto in società, di crearsi una posizione di rilievo – in ambito professionale –, materialmente soddisfacente. Se alcuni luoghi della conoscenza sono favoriti da questo sistema di cose, ne consegue che altri rami del sapere non versino in buone acque. Questo tempo di magra fa sì che talune discipline siano continuamente bistrattate e depotenziate nel legame con la società, riposte nel baule dei pleonasmi. Nell’era dell’homo oeconomicus le altre dimensioni di intelligibilità e comprensione dell’umano non hanno, in fondo, così tanta importanza4.
Finora abbiamo affrontato il problema di come una certa direzione didattica possa causare corti circuito nella trasmissione del sapere, e dell’oscuramento che oggi le scienze umane subiscono. Ma perché è così importante discuterne? È una questione di metodologia? Si tratta di issare la bandiera di una conoscenza che a noi è più cara, rispetto ad altre? In quanto alla scelta di teorie innovative, che introducono un nuovo modo di trasferire conoscenze, la soluzione più “inclusiva” sembra dunque essere quella di adeguarsi ad ogni modo ad un linguaggio mediatico che – almeno al momento – non presta particolare attenzione alla salvaguardia delle deontologie. In altre parole, il sapere viene tradotto in altre forme, senza che si trovi un terreno comune dove poter creare un’armonia tra le parti. I media, per natura, si interpongono tra ciò che s’intende comunicare e coloro ai quali sarà indirizzata la comunicazione. Dal momento che le variabili – sia per gli obiettivi di chi diffonde, sia per la pluralità dei soggetti destinatari – sono potenzialmente molteplici, il mezzo dovrà presentare una veste adeguata per ogni situazione. In letteratura, ad esempio, le partizioni che canonicamente distinguiamo (prosa, versi, e anche i generi come il romanzo, la canzone, l’epica ecc.) non sono solo artifici formali caratterizzati da elementi tecnici propri di ognuna, bensì modi di tradurre in materia ciò che il pensiero ha prodotto. Se proviamo ad immaginare, ad esempio, come potremmo esprimere qualcosa a cui stiamo pensando, comprenderemo che la comunicazione differirà a seconda del modo di trasmissione, del mezzo e del ricevente: nel parlato, il tono e il timbro della voce daranno soluzioni diverse (così come la prossemica); nello scritto, codici, lessico, strutture sintattiche (solo per citarne alcuni) trasmetteranno il messaggio in modo differente. Per quanto concerne il mezzo, invece, potremmo fare ugualmente delle distinzioni tra scritto e parlato (un articolo di giornale non comunica come un saggio, un tema non è un diario personale, e un tweet non è un volantino elettorale; posso parlare mediante le mie facoltà “fisiche”, ma potrei farlo attraverso un megafono, un microfono, un video, alla radio, e il risultato sarebbe sempre differente). Inoltre, quali che siano il modo e il mezzo di trasmissione, ognuno di noi potrebbe recepire le cose in maniera diversa, a seconda delle facoltà cognitive, dell’estrazione culturale, del contesto sociale, economico e situazionale. Tutto questo, va da sé, è solo una breve riflessione su come la trasmissione di conoscenza sia passibile di una serie di variabili che contribuiscono al condizionamento del percorso che conduce le persone alla conoscenza stessa5.
Desumiamo, dunque, che i media – anche quelli odierni – accolgono e traducono il sapere in modi specifici, propri del loro linguaggio; così, se dall’altro lato della corda non si crea una forza equilibratrice, il risultato è un ripensamento radicale dell’epistemologia stessa. Per quanto concerne il discernimento tra discipline, è chiaro che la dominanza di alcune rispetto ad altre è causa e conseguenza della direzione cui tende la società. Se è vero che oggi predomina la dimensione dell’uomo economico, il sapere precipuamente favorito sarà quello che consente di acquisire conoscenze e capacità tali da renderci produttori e sviluppatori di economia; la ricerca investirà soprattutto sulle discipline afferenti, le professioni si attesteranno su poche tipologie assonanti con il sistema economico in essere; l’istruzione avrà come fine ultimo quello di fornire ele-menti pronti a perpetuare tale sistema. Ho fatto riferimento a componenti nella società che potrebbero – e dovrebbero – costruire e promuovere delle istanze per la costituzione di un ambiente dialettico con la cultura dominante6. Credo che la nostra società abbia un grande bisogno degli intellettuali, definendo così coloro che mettono le loro capacità – di riflettere, e dare un valore sociale al loro pensiero – e la propria cultura al servizio del benessere collettivo. L’intellettuale deve accettare di dover farsi carico di tutti i problemi che gli si pareranno davanti, nella vita. Si badi, non solo la sua, ma soprattutto l’esistenza degli altri. Tale missione richiede grande coraggio, perché essa conduce ad una forma di alienazione che lo avvicina ad esperienze eremitiche, ma in nessun modo all’isolamento. Una volta intrapresa la via, l’intellettuale non può voltarsi indietro, chiedendosi ciò che sta perdendo, ma deve volgere le sue fatiche alla ricerca di una palingenesi dell’essere umano, con un obiettivo: porre le basi per un’alternativa, una soluzione dialettica, un’idea di società e di umanità altre, rispetto a quelle descritte finora. L’alternativa è un uomo culturale, entità in grado di rivedere totalmente l’universo concettuale dominante, per provare a gettare le basi per una nuova forma di umanesimo. In una fase aurorale, se la direzione intrapresa è quella giusta, l’intellettuale fraternizzerà soprattutto con il sentimento della solitudine, ma le pene saranno il sacrificio per mostrare una nuova via agli uomini. In un certo senso, egli dovrebbe avere le qualità di un visionario, colui che riesce a vedere laddove i più non riescono, così che possa guidare questi ultimi verso nuovi lidi. D’altronde, non è pensabile ch’egli – in quanto individuo immerso in un’esistenza media e “ordinaria” – non corra il rischio di inimicarsi coloro che non comprenderanno la sua più alta ed ecumenica impresa; così come quel gabbiano che, superando i limiti che i suoi simili non avevano osato oltrepassare, fu ostracizzato e guardato con sospetto; e come l’Alcione, che rischia di perdere la propria prole per procurare il cibo, quanti non ne giudicherebbero l’amore di madre? Nella filigrana del nostro progetto risiede, tra gli altri, questo obiettivo. I nostri sforzi saranno al servizio di uno scopo preciso: diffondere l’idea che il sapere debba costituire il traino mediante il quale elevare l’uomo nelle sue più virtuose possibilità civili e morali. Ogni disciplina dovrebbe rispondere a tale imperativo, prima che a qualsiasi altro. Ognuna di esse indaga l’uomo, e all’uomo deve rivolgersi. Se assumiamo che le partizioni del sapere sono prodotte dall’uomo stesso, non appare insensato provare a ricondurle allo stesso seme. Parlando del tentativo di alcuni di edificare per la sociologia un proprio magistero, Adorno e Horkheimer si esprimevano in questi termini:
In nome della divisione del lavoro scientifico si cerca da più parti di tracciare una demarcazione netta e precisa tra la sociologia da un lato e i territori adiacenti dell’economia, della psicologia e della storia dall’altro […] questi tentativi […] valgono bensì a render più maneggevoli i sistemi concettuali di cui ci si serve, ma assai meno a intendere le cose stesse. La preoccupazione dell’autonomia della scienza sociologica […] non deve far dimenticare che le sezioni operate nei fenomeni con tali astrazioni hanno sempre un momento d’arbitrarietà7
Se il fine che ci prefiggiamo è unico, le discipline possono e devono dialogare tra loro. È quello che gli ideatori di questa rivista ambiscono a realizzare. Non è questione di poco conto, e il rischio di intersecare in maniera errata metodologie ed epistemologie è alto. Ma siamo pronti a sporcarci le mani, insieme ad una comunità che speriamo possa sorgere ed espandersi intorno a questo progetto. Perché il sapere unisce, mostra la relatività delle cose, delle esperienze, delle idee, e delle opinioni. Il sapere ci responsabilizza, ci stimola a pensare noi stessi non solo nell’ordine delle individualità, creando un sentire comune, un destino, comune. Non è ricercandone l’utilità – per chiudere il cerchio – che ci abbevereremo in modo saggio alla fonte del sapere. In un’intervista, alla domanda “a cosa serve la letteratura?”, Josè Saramago rispose:
A niente. Prenda le opere letterarie più notevoli […] quelle che hanno messo il dito nelle piaghe delle miserie umane, quelle che con maggior acume e forza ci hanno avvertiti sul pericolo che rappresenta la nostra presenza umana per il mondo in cui viviamo, prenda le tragedie di Sofocle, la Commedia di Dante, il Don Chisciotte, i drammi e le tragedie di Shakespeare, i romanzi di Kafka, Tolstoj, Dostoevskij, Musil, Camus, Sartre, quelle che vuole, e sarà d’accordo con me che nessuna di queste opere […] sono riuscite a cambiare una virgola nella storia della barbarie umana. – Va bene, signor Saramago, quindi lei perché scrive? – Questo è un altro paio di maniche. Sebbene sia vero che la letteratura non è mai servita a cambiare il corso della nostra storia, e in questo senso non nutro alcuna speranza nei suoi confronti, a me è servita per amare di più i miei cani, per essere un miglior vicino di casa, per curare i miei alberi, per non buttare la spazzatura in strada, per amare di più mia moglie e i miei amici, per essere meno crudele e invidioso, per capire meglio questa cosa tanto strana che siamo noi uomini8.
- A tal punto, sembra, che la didattica scolastica sia destinata a convertire i propri dettami alla religione dell’innovazione. Per dare un’idea del mutamento dei rapporti di forza – e limitandoci al contesto italiano – solo cinquant’anni fa la neonata televisione (a rete unica) modulava la propria offerta in base a principi educativi “suggeriti” dalla Scuola.[↩]
- Anche la divulgazione risente, in parte, del medesimo problema. Non mi dilungherò oltremodo sulla questione: ho già enunciato alcune problematiche relative alla diffusione in rete di micro-nozioni ambasciatrici del sapere (non che esistano solo tali proposte: sono molti i casi di pagine social e siti internet che impiegano notevoli sforzi per tradurre nel linguaggio di questi media contenuti che richiedono spazi di comprensione e discussione più estesi; così come esistono esperienze di gioco elaborate nel rispetto di criteri scientifici di base). Il problema della compressione è che questa possa generare una pedagogia del “di tutto un po’”, così che bastino alcune citazioni di un autore per maturare la convinzione di conoscere il suo universo di pensiero ed espressione (altro problema, correlato, è l’estrapolazione arbitraria e coatta di passi ed enunciati, riadattati alle situazioni più disparate). Al contempo, l’assimilazione di una mole eccessiva di conoscenza – in tempi relativamente brevi – fa sì che venga a mancare talvolta la possibilità di verifica della veridicità di ciò che si introietta (non a caso è sempre più diffuso il fact checking sull’informazione, che tuttavia avviene per “delega”[↩]
- Riprendendo il discorso relativo al connubio tra la storia e le attività ludiche, a mio parere il problema non risiede nel ricercare un trait d’union, bensì il motivo per cui ciò avviene. A molti sarà capitato di fare una partita al Risiko, un gioco da tavola il cui obiettivo è conquistare paesi nel Mondo. Bene, credo che questa sia un’esperienza interessante dal punto di vista documentale (nel senso di riproporre dinamiche storiche e politiche) ma escludente valori cardine che il sapere può veicolare, soprattutto quelli etici. Questo problema, attiene in generale alla questione degli “usi” della storia[↩]
- La deriva di un’unica dimensione possibile, per l’uomo, come preconizzava Marcuse negli anni ‘60 del secolo scorso, H. MARCUSE, L’uomo a una dimensione, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1999.Benché le previsioni strizzino l’occhio all’audacia, questo breve passaggio m’induce ad una riflessione, che mi fa tornare (forse), sui miei passi: il “regime” dell’uomo economico si accinge ad essere soppiantato – e forse ciò già accade – da quello dell’uomo robotico. No, non mi riferisco a macchine o intelligenze artificiali. Gli uomini stessi sono in balìa di un’omologazione pervasiva e di default, il che li avvicina sempre più alle sembianze di robot, soggetti a settaggi predefiniti, azioni previste e preventivabili. Il dubbio – di chi scrive – è: il robot è alter ego dell’uomo, o viceversa?[↩]
- Ci sono anche altri modi di comunicare, ad esempio attraverso le immagini e i gesti. Anche il silenzio può essere una forma di comunicazione[↩]
- Parlando, precisamente, di “sviluppo culturale”. È un’affermazione poco esatta, in realtà: la cultura è sempre soggetta a sviluppi, per cui sarebbe forse più corretto parlare in termini di miglioramento, o perlomeno di prospettive alternative[↩]
- M. HORKHEIMER, T. W. ADORNO, Lezioni di sociologia, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1966.[↩]
- Trad. a cura di M. FERNANDEZ, https://www.facebook.com/share/p/9mTZ65fZtnnN5Ctz/[↩]
