Per un’introduzione: scrivere nel XXI secolo.
Oggi, in questo momento storico, si pensa che sia più “facile” scrivere, rispetto al passato. Questo è certamente vero, tutti (o quasi) sono messi nella possibilità di scrivere un loro pensiero o una loro opinione e vederla – sembrerebbe per magia – condivisa con una platea potenzialmente infinita. Ciò vale per tutti i campi: la musica le arti visive, la divulgazione. Quello che abbiamo provato a fare in questo spazio è, a nostro avviso, diverso. Partendo dal concetto stesso di opinione, che ha spesso preso una piega gnoseologicamente negativa – da cui vogliamo distaccarci –, il nostro scrivere è “antiquato”, si rifà forse a un tempo diverso. Ed è proprio il tempo a rendere tutto più complesso. Prendersi il tempo per mettere per iscritto qualcosa oggi è sempre più difficile, poiché la nostra società predilige la velocità e la quantità invece che l’accuratezza. In un mondo che sembra, quindi, procedere molto più velocemente rispetto a qualche decennio fa, lo studioso ha molti meno punti di riferimento; ciò fa emergere nuove sfide che vanno affrontate senza rifiutare la società che le pone, né cadere in un’apologia dei valori della stessa. Lo studioso deve mostrare che c’è una via diversa. Ciò che abbiamo fatto in questo numero introduttivo è, per certi versi, criticare: un compito, che lo studioso ha il dovere di perseguire. Chi studia, infatti, non può mai fermarsi a una conoscenza “innocua”1, un pericolo verso il quale ci dirigiamo attraverso il processo di democratizzazione del sapere, che la tecnologia oggi propone e impone; sintetizzando i concetti di velocità e di tecnologia, viene in mente come oggi sia immediato usare un’intelligenza artificiale per fare una ricerca. Messa in questi termini la questione fa sembrare chi scrive molto elitario: voglio subito rifuggire da questo possibile fraintendimento. Nonostante sia impensabile un processo di formazione senza una gerarchia (seppur minima), penso che oggi lo studioso abbia il compito di diffondere le sue tesi e occupare l’immenso spazio comunicativo di cui può disporre. Certo, quando si tende la mano verso il pubblico, d’altra parte, non si può cadere nel tranello di una eccessiva semplificazione dei concetti, rischiando che questi passino troppo blandamente. In altre parole, la nostra intenzione è duplice: da una parte vogliamo dare spazio a persone che hanno poca possibilità di affrontare temi cogenti, ma in un modo e con tempistiche che si avvicinano maggiormente alle riviste specializzate, che alla velocità eccessiva di internet (il nostro mezzo di diffusione).
1. UNA DOVUTA PRESENTAZIONE. PERCHÉ IL PRIMO NUMERO DELLA RIVISTA NON È IL NUMERO 1?
Le idee che muoveranno le future pubblicazioni saranno esposte, in seguito, nel Manifesto della rivista; le esigenze di un “Numero 0”, invece, sono leggermente diverse. Quello a cui puntiamo è mostrare la nostra visione circa ciò che ci piace maggiormente; questa, guiderà la nostra stessa linea editoriale.
Abbiamo scelto di parlare della interdisciplinarità della storia, una questione che ha un’importanza fondamentale sia per la costituzione attuale della materia storica, sia per porre le basi gnoseologiche della nostra rivista che, pur essendo noi tutti storici di formazione, ha l’intento di trascendere volentieri i limiti che un certo modo di fare storia di solito rispetta (anche se le tendenze moderne sembra stiano modificando la situazione).
I cinque contributi – che per forza di cose non riescono a esaurire il tema – offrono degli spunti che spaziano su vari argomenti e modi con cui descriviamo l’interdisciplinarità. Il lavoro di Davide Mocellin introduce in modo descrittivo alla questione, delineando il tragitto che la storiografia contemporanea ha percorso in questo senso, legandosi a doppio filo con le discipline antropologiche e sociali; allo stesso modo, Riccardo Aramini tratta delle nuove tecnologie e di come esse possano interagire con la storia, ed essere usate come strumento e supporto per la ricerca storica e la gestione di alti quantitativi di dati. Sono diversi gli approcci degli altri contributi. Daniele Di Tommaso si sofferma, con acuto interesse verso il pubblico, sul ruolo e lo spazio che l’intellettuale e la cultura dovrebbero avere nella società. Vicini – quanto a metodologie e prossimità agli strumenti della filosofia – i contributi di Stefano Baldini e quello di chi scrive: il primo è un affondo, di stampo filosofico, sull’archivio, ripensato in modo “totale” come immenso contenitori di problemi; il mio è, invece, una trattazione circa la divulgazione storica, che ho esaminato dal punto di vista della comunicazione e della didattica. Da questa piccola introduzione si possono evincere i nostri propositi e l’importanza che per noi rappresentano le questioni sopracitate. Lo ripeteremo nel Manifesto, ma è utile anche qui indicare i nostri principali riferimenti scientifici, ovvero le riviste – formatesi nel corso di pochi anni del secolo scorso (rispettivamente 1929, 1932) – “Annales d’histoire économique et sociale” e la “Zeitschrift fur Sozialforschung”, che mettono al centro delle riflessioni e dei lavori prodotti, appunto, l’interdisciplinarità (la prima con la storia, la seconda con la filosofia) scientifica, soprattutto con le scienze sociali. Da qui la nostra esigenza di “aprire” la storia a tutto ciò che storia non è e, allo stesso tempo, favorire l’incontro culturale tra gli storici e coloro che non lo sono (e viceversa). Se da una parte pensiamo, infatti, che la storia necessiti dell’incontro con altre discipline, parimenti crediamo che tutti possano trovare qualcosa di utile e interessante (e divertente, perché no) nella Storia con la esse maiuscola, in un momento in cui – almeno in Italia – essa vive (apparentemente) una grande stagione di menzione e diffusione.
2. IL RAPPORTO CON IL PUBBLICO: OBBLIGHI METODOLOGICI.
Riprendendo lo scambio epistolare tra Schiller e Goethe, il primo dice «In un giornale politico può trovare posto soltanto ciò che presumibilmente incontra l’interesse generale, non ciò che dovrebbe piacere ma, come dice Boufflers, ciò che piace. Ho letto con grande piacere questo libro di Boufflers: è scritto in modo eccellente e contiene notazioni affascinanti, tanto ben concepite quanto ben esposte2» a queste parole Goethe risponde sottolineando che «Boufflers è piaciuto molto anche a me, e proprio per gli stessi motivi; Francesi e nobili invece, per quanto ho potuto sentire, non ne sono entusiasti, benché l’opera sia scritta per loro. A quale pubblico dovrà dunque indirizzarsi e rivolgersi uno scrittore?3». I due intellettuali tedeschi, parlando del contesto culturale a loro coevo, aprono due temi che sono ancora attuali e che interessano particolarmente noi della rivista Alcione: quale posto deve avere una pubblicazione e a chi essa debba rivolgersi. Questo problema è di natura sia comunicativa che metodologica. Comunicativa poiché il lessico, ma soprattutto il contenuto, devono essere adatti al pubblico cui ci si riferisce; inoltre, se vi è l’intenzione di ampliare la platea dei lettori – parlando, dunque, anche a non specialisti – è d’uopo farsi intendere argomentando, e spiegandosi senza dare per scontato nessun concetto.
In secondo luogo, il problema che ci si pone davanti è metodologico/deontologico. Il tema è stato anche al centro del pensiero di Richard Cobb, uno dei più grandi storici sulla Rivoluzione francese, che – nel libro “Tour de France” – ha scritto polemicamente che per fare lo storico non serve in realtà nessuna metodologia in quanto «Bisognava soltanto cercare i documenti, leggerli, pensarci sopra, leggerne ancora qualcun altro, e i documenti avrebbero fatto il resto4». Per chi scrive questo è un assurdo tale quanto l’adagio secondo il quale “i numeri non mentono”. Infatti, se i documenti parlassero veramente da soli, sarebbe difficile individuare in modo univoco il lavoro dello storico, il quale sarebbe irrimediabilmente presto sostituibile con un’intelligenza artificiale. La visione di Cobb metterebbe in crisi, in realtà, la figura dell’intellettuale tout court: è impensabile, infatti, una cultura “oggettiva”, che rifugga dall’interpretazione personale dell’autore. Senza contare che il termine documenti (con cui l’autore, suppongo, indichi le carte d’archivio) è tutt’altro che scevro da fraintendimenti. Di questo ne riparleremo in seguito. Oggi, inoltre, sembra che il lavoro che debba fare l’intellettuale sia più simile a quello di Rick Deckard nel libro “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” di Philip K. Dick. In questo libro – celebre anche per la trasposizione cinematografica del 1982 “Blade Runner” – il protagonista, Rick, è un cacciatore di taglie robot che deve fronteggiare un nuovo tipo di androidi-umanoidi, che sottopone a un test dell’empatia per capire se sono umani o se stanno soltanto fingendo. In questo senso, quindi, noi abbiamo il compito di dover porre sotto indagine e di distinguere ciò che reputiamo “vero” da ciò che invece non lo è (per continuare l’associazione con il libro, distinguere gli umani dai robot). Ed è proprio la ricerca della verità e dell’umanità a spingere Rick a continuare la sua quest, ed è soprattutto qui che si sente l’eco di quanto scrive Marc Bloch sullo studioso di storia, cioè che «il buono storico somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda5».
Condizione ineludibile di questa indagine è, secondo gli autori, l’importanza delle notazioni a margine. Infatti, da studiosi, abbiamo un debito di trasparenza con il pubblico, che dovrebbe accogliere le nostre riflessioni con sano scetticismo; sta a noi, perciò, scioglierne le riserve e i dubbi, con una chiara e ferma onestà intellettuale, espressa mediante il supporto di un opportuno apparato bibliografico. Solo in questo modo possiamo provare a superare un’impasse potenzialmente molto pericolosa, che va dalla divulgazione impreparata e inconsapevole alla vera e propria propaganda.
Colgo l’occasione per ringraziare tutte le persone con cui abbiamo parlato del progetto, con le quali ci siamo confrontati per le idee (filosofiche, comunicative, estetiche o di altro tipo) che lo hanno fatto nascere e a tutti coloro che hanno mostrato interesse o che lo mostreranno in futuro. Inoltre, ringrazio coloro che hanno scritto gli articoli di questo primo “Numero” e che faranno parte attiva di questo progetto.
Buona lettura
Bibliografia:
Bloch Marc, Apologia della storia o il mestiere dello storico, Einaudi, Torino, 1949.
Cobb Richard, Tour de France, Adelphi, Milano, 1995.
Dick Philippe K., Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Fanucci editore, Roma, 2017. Goethe Johann Wolfgang – Schiller Friedrich (a cura di Pirro Maurizio – Zenobi Luca), Carteggio: 1794-1805, Quodlibet, Macerata, 2022.
- «Mi è odioso tutto ciò che mi istruisce soltanto, senza accrescere […] la mia vitalità», Cfr. Goethe Johann Wolfgang – Schiller Friedrich (a cura di Pirro Maurizio – Zenobi Luca), Carteggio: 1794-1805, 2022, p. 632.[↩]
- Ivi, p. 631.[↩]
- Ivi, p. 632.[↩]
- Cobb Richard, Tour de France, 1995, p. 59.[↩]
- Bloch Marc, Apologia della storia, 1949, p. 79.[↩]
