Il mondo riflesso. Realismo e allegoria in Robinson Crusoe
1. Il primo romanzo moderno?
Come ha indicato Bertoni «L’incipit di Robinson Crusoe (1719) è talmente paradigmatico da costituire un implicito, preterintenzionale, manifesto di poetica1» perché presenta, in poche righe, una serie di elementi formali che il lettore contemporaneo probabilmente dà per scontati, dal momento che tali elementi si sono consolidati a tal punto nel romanzo moderno da essere considerati tipici del genere: un contesto spazio-temporale ben definito, un individuo preciso, di cui ci viene fornito nome e cognome, un contesto socio-culturale determinato2. Ma in tal senso la novità più vistosa è soprattutto la manifesta indicazione della classe di appartenenza del protagonista, l’emergente middle-class inglese, le cui caratteristiche vengono descritte dal padre di Robinson nel tentativo di dissuaderlo dal mettersi in viaggio per mare, cercando di farlo riflettere sui vantaggi della loro posizione nell’ordine sociale3.
Tutti questi fattori certo basterebbero di per loro a chiarire le ragioni per le quali il romanzo di Defoe venga dai più considerato il capostipite del romanzo moderno. Lo stesso non si può tuttavia affermare per la prima parte del romanzo, relativa ai viaggi per mare che Robinson intraprende spinto da un desiderio di conoscere il mondo e che lo porta, appunto, a disubbidire alla volontà paterna4. Basta andare avanti di poche pagine infatti per vedersi catapultati indietro di secoli nella storia letteraria: ci ritroviamo in un racconto biblico,5 quando assistiamo alle due tempeste che non sono semplici calamità naturali, ma una punizione divina, una conseguenza diretta del non aver assecondato i desideri del padre; in questo senso va interpretato anche il monito del capitano, che attribuisce alla sua presenza sulla nave la causa delle sventure e lo esorta a tornare a casa il prima possibile 6; o in un romanzo greco, o addirittura in un racconto delle Mille e una notte 7». Eppure, alla luce delle premesse, non solo la prima parte presenta elementi narrativi inverosimili e in contrasto con la precisione anagrafica, geografica, storica e sociologica dell’incipit, ma anche la stessa permanenza di Robinson sull’isola e le modalità con cui questo vi trascorre ventotto anni della sua vita sono tutt’altro che verosimili8. Se poi guardiamo la terza parte, quella relativa al ritorno in patria e all’accumulo delle ricchezze nella piantagione in Brasile durante la sua assenza, ci troviamo di fronte a un meccanismo di ricompensa «degno delle migliori favole9.
La questione sembrerebbe risolversi considerando la prefazione dell’autore, nella quale si legge che la storia è raccontata «[…]per istruire gli altri mediante questo esempio, e per giustificare ed esaltare la saggezza della Provvidenza […]10, per cui la vicenda di Robinson sembrerebbe essere modellata sulla scorta di un racconto esemplare, mentre i fatti narrati assumere i tratti del romanzo allegorico11; ma la questione si fa ancora più complessa quando poche righe dopo Defoe afferma che «Chi l’ha data alle stampe è convinto che questa storia sia una cronaca di fatti realmente accaduti, e non vi sia in essa traccia veruna di invenzioni10». E quest’ultimo punto non fu un mero espediente retorico da parte di Defoe, perché, per quanto strano possa apparire ai nostri occhi, moltissimi lettori nel 1719 credettero davvero che da qualche parte vivesse ancora il vecchio Robinson12. Da un lato abbiamo dunque un dichiarato intento moralistico, dall’altra una negazione della finzione romanzesca tale da trattare il contenuto dell’opera non come materiale narrativo, ma come fatto di cronaca. Per comprendere le ragioni di queste scelte autoriali è innanzitutto necessario partire dalla distinzione tra romance e novel13».
2. Romance e Novel
Tra il finire del XVII secolo e gli inizi del XVIII secolo, con il termine romance si faceva riferimento a un gruppo di opere, diacronicamente e sincronicamente anche molto distanti fra loro14, la cui caratteristica principale è quella di raccontare stati di eccezione: storie i cui protagonisti non sono sottoposti alle leggi della fisica, della logica pragmatica e che si muovono in una realtà che ha poco o nulla a che fare con l’esperienza ordinaria del mondo15. Con il termine novel invece si faceva riferimento a un gruppo di opere, anche in questo caso molto eterogeneo16, la cui caratteristica principale è di ambire a raccontare le cose nella maniera in cui accadono nel corso ordinario del mondo: personaggi dai nomi plausibili vivono in un tempo misurabile, vivono in uno spazio definito, attraversano un ambiente sottoposto alle leggi della probabilità che vigono sull’esperienza ordinaria17. Il dibattito per trovare un termine distintivo tra queste due tipologie testuali nacque già in Francia nella seconda metà del 160018, quando i letterati francesi cominciarono a distinguere due forme narrative diverse: Roman e Nouvelle19. Gli scrittori francesi di fine XVII secolo infatti, da un lato divennero progressivamente più consapevoli della necessità di operare una distinzione, lamentando la varietà di questo nome polisemico che abbracciava indiscriminatamente categorie di testi anche molto diversi fra loro, come il romanzo picaresco e il romanzo cavalleresco. Dall’altro, a fronte di molteplici accuse di natura estetica ma soprattutto morale tali scrittori sentirono il desiderio e la necessità di staccarsi dalla letteratura roman e dalle sue peculiarità, perseguendo, al fine di legittimare e dar credito alle proprie opere, una strada che portasse alla mimesi realistica della realtà. Nel corso del ‘600 infatti, in Francia soprattutto, si scrissero numerosi trattati sulla pericolosità del roman20.
La questione venne ripresa nel corso del ‘700, soprattutto nella cultura inglese21, dove si sviluppò, parallelamente a quella francese fra roman e nouvelle, la dicotomia fra romance e novel22. Ed è per l’appunto durante il ‘700 inglese che i due termini entrarono in rapporto contrastivo. Inizialmente infatti, i due termini non erano considerati rappresentativi di generi letterari autonomi, come li intendiamo noi oggi23, ma di due tipologie testuali appartenenti al medesimo spazio letterario, e nella percezione comune assumevano lo stesso valore che nella poetica di Aristotele hanno poesia e storia24. In Inghilterra poi, nel corso del XVIII secolo, gli scrittori si dimostrarono progressivamente più consapevoli nel distinguere le caratteristiche formali che definivano romance e novel, rifiutando progressivamente il primo e abbracciando il secondo, sino a giungere a un tale grado di distinzione per cui i due termini corrisposero non più a due tipologie testuali ma a due generi in netta contrapposizione. Verso gli anni ‘60 del ‘700, questa dicotomia è ormai ben consolidata nella sensibilità degli autori e molti romanzieri insistono nell’illustrarne le differenze25. Le ragioni di questa frattura sempre più marcata sono principalmente due. In primo luogo, quando gli scrittori inglesi tra ‘600 e ‘700, proprio per rispondere alle accuse rivolte al romance, si differenziarono nell’ambito del novel, le medesime accuse che erano state rivolte al primo vennero riproposte per il secondo26. In virtù della natura delle critiche avanzate, gli scrittori ebbero il desiderio e la necessità di staccarsi dagli elementi più spiccatamente romance, adattandosi all’epoca e descrivendo gli avvenimenti in modo realistico, distanziandosi pertanto dagli elementi più vistosamente pertinenti alle opere romanzesche. Questo fu il tentativo con cui gli scrittori cercarono di legittimare il genere e di dargli credito, ma non fu sufficiente a respingere le critiche. L’eredità mimetica di Aristotele unita alla volontà di staccarsi dalla scomoda eredità del romanzo fecero sì che i romanzieri impiegassero diverse strategie retoriche al fine di dissimulare la natura romanzesca delle loro opere. La prima e più comune strategia fu quella di negare la natura romanzesca nelle prefazioni all’opera e dichiararsi contrari alle fantasie e ai topoi dei romanzi27. Un’altra fu far finta che l’autore non avesse scritto nulla, ma avesse invece trovato un manoscritto che presentava come documento autentico, trattando i fatti narrati come fossero veri, come dei documenti o delle cronache28.
Anche in Robinson Crusoe si utilizza la medesima strategia: Defoe imposta la storia come se fosse un fatto di cronaca. In realtà a ben vedere la vicenda è tratta da una storia vera, perciò Defoe utilizza il procedimento inverso: la vicenda riguarda il marinaio scozzese Alexander Selkirk, abbandonato dai compagni su un’isola vicino a Juan Fernandez. La storia del marinaio verrà poi ripresa dal capitano Wooden Rogers in A crousing voyage round the World e da Isaac James nel suo Providence displayed; infine, Richard Steele riprenderà l’avvenimento in un saggio pubblicato su “The englishman” in un articolo del 1° dicembre 1713. Come anticipato molti prestarono fede alla prefazione, credendo che la storia di Robinson fosse vera ed è proprio questo aspetto che spiega lo straordinario successo dell’opera: non si tratta solo di un rifiuto del romance e del favolistico nelle opere letterarie da parte del pubblico, ma anche di un generale mutamento della sensibilità estetica avvenuta nello stesso. Se da un lato infatti la volontà di resa realistica da parte degli autori fu dovuta alla necessità di respingere le accuse mosse nei confronti del genere, dall’altro fu certamente dovuta a una sensibilità e una mentalità nuova nel pubblico, che gli autori nel corso del ‘700 cercarono di cogliere ed assecondare29. Il ‘700 infatti non è solo il secolo in cui il novel nasce e si consolida come genere letterario, ma è anche il secolo in cui la borghesia inizia la sua ascesa a ceto economico dominante, definendosi per contrapposizione agli altri due30. Nel novel non c’è solo una volontà mimetica da parte degli autori, c’è una forte correlazione tra i dati formali che ci vengono forniti e gli elementi storici della vita degli individui e della società, con un interesse per l’individuo ordinario e per gli accadimenti quotidiani che non si era mai osservato prima in letteratura, anche in quei generi che nella rota virgilii erano indicati come humilis. Tutto ciò non è affatto banale, perché implica una forte relazione tra forma e storia31. Tutto ciò è dovuto principalmente a quattro fattori: anzitutto il già citato emergere della borghesia, la middle-class inglese, con un conseguente allargamento del bacino dei lettori tra il XVII e XVIII secolo32. Questi due fattori ebbero come conseguenza un necessario mutamento della sensibilità estetica dei lettori33, che non avevano più alcun interesse nei confronti di storie che parlassero di nobili e di grandi caratteri, ma mostravano invece un forte desiderio di identificazione, a cui conseguì a sua volta l’interesse da parte della letteratura di porre al centro del suo interesse appunto non più l’uomo straordinario che compie azioni altrettanto straordinarie, bensì quello ordinario, che compie azioni quotidiane, immerso in una realtà che risponde a criteri di verosimiglianza34. La sensibilità di Defoe, come di Richardson e di altri autori del ‘700 fu straordinaria nel cogliere questa esigenza di identificazione da parte del nuovo pubblico che corrispondeva in larga misura quale lettore di periodici che proprio a questa altezza vedono la loro comparsa35.
3. Il realismo in Robinson Crusoe
Ma tutti questi punti non spiegano ancora perché il testo sia così pieno di elementi romanzeschi, pertanto va infine chiarita una cosa: la verosimiglianza o meno dei fatti narrati non è un elemento funzionale a spiegare perché Robinson Crusoe venga considerato il primo romanzo moderno, nonché la nascita simbolica di un genere letterario che nella coscienza degli autori e dei lettori si collocherà progressivamente in rapporto di antitesi e non di comunanza al romance. Affermo questo certo per ragioni storiche, ma anche e soprattutto formali36. Paradossalmente, infatti, il realismo in letteratura non richiede necessariamente la presenza di elementi rispondenti a criteri di verosimiglianza; allo stesso modo un’opera fantasy può presentare elementi realistici37, ma non per questo essa si presenta come una rappresentazione fedele della realtà, men che meno delle caratteristiche di quella particolare forma di società nella quale l’autore si muove e vive. La vera originalità di Robinson sta nel fatto che nonostante gli eventi narrati essa è a tutti gli effetti una rappresentazione della società europea del XVII secolo nonché la prima rappresentazione di quella classe emergente che prende il nome di middle-class. Ecco perché oltre a essere considerato il primo romanzo moderno è parimenti considerato il primo romanzo borghese, e i due termini si sovrappongono l’uno all’altro fino a confondersi nella percezione dei critici. In effetti se si guarda al solo contenuto narrativo dell’opera di Defoe la storia presenta tratti del tutto pertinenti al romance. In altre parole, quando si parla di realismo in letteratura, non sono tanto importanti gli eventi riportati, ma è importante il modo, la forma con cui gli eventi vengono narrati. Tale linea interpretativa è espressa da Ian Watt in Le origini del romanzo borghese, con il termine «realismo formale38». Con questo termine Watt si riferisce a una serie di tratti fondamentali che si manifestano nei novel, tra cui:
- Attenzione al dettaglio e alla circostanza precisa.
- Individui concreti, con un’identità ben circostanziata e un nome proprio riconducibile alla società reale.
- Collocazione dei personaggi in un particolare sfondo storico e in un particolare contesto temporale.
- Collocazione della vicenda in un luogo concreto, quasi visualizzabile.
- Stile piano e linguaggio referenziale.
Tutti elementi che, come si legge dall’incipit, troviamo in Robinson Crusoe e che se non fossero presenti farebbero di tale opera non, appunto, un novel, ma un romance. Il testo infatti rivoluziona il genere non grazie agli eventi narrati, ma nonostante questi. Ponendoci in questa prospettiva, diventa secondario, ai fini di analizzare le ragioni della modernità del romanzo, che nella prima parte si incontrino tigri in Africa o che i fiumi Gambia e Senegal vengano considerati vicini dai fuggitivi, quando distano circa 200 miglia dalla posizione di Robinson39, perché tali avventure favolistiche hanno come soggetto per l’appunto un individuo di cui ci vengono forniti nome e cognome, non una funzione narrativa; allo stesso modo nella seconda parte non importa quanto sia inverosimile che un individuo possa passare ventotto anni su un’isola deserta e che per tutto questo tempo egli non faccia altro che lavorare, ma importa il modo in cui viene gestito lo spazio e il tempo, il modo in cui lavora, con la puntale descrizione delle operazioni che il protagonista compie giorno per giorno e soprattutto il modo in cui egli concepisce e gestisce le relazioni con gli altri individui, dal momento in cui giungono sull’isola. Anche nella terza parte infine non importa che la ricompensa sia favolistica: importa il motivo per cui tale somma sia finita nelle sue mani, ossia il frutto di un calcolato investimento che tramite i dividendi ha dato i suoi frutti.
3.1 Prima parte
Nella prima parte del romanzo vediamo un personaggio che abbandona tutte le comodità e i vantaggi della sua posizione sociale per un impulsivo e sconsiderato desiderio di viaggiare, come viene descritto più volte dallo stesso Robinson-narratore; questo desiderio tuttavia, solo in apparenza irrazionale, cela in realtà una volontà pragmatica: Robinson non vuole certo vagabondare, ma vuole commerciare e migliorare la propria condizione economica grazie al capitalismo dinamico e al movimento incessante e intraprendente del libero mercato. Ancora, il fatto che Robinson venga catturato dal pirata di Salè e venga costretto a uno stato di prigionia per due anni è certamente un elemento più pertinente alla letteratura romance che a quella novel, ma, al contrario, non lo è il modo in cui riesce a liberarsi: progetta un piano di fuga calcolando e aspettando pazientemente il momento propizio, ruba cibo e armamenti, infine si impossessa della lancia gettando in mare Ismaele e salvando la vita a Xury non per pietà ma perché gli può tornare utile. In poche parole, Robinson, anche in questo caso, ha calcolato pragmaticamente quello che doveva fare.
La dimensione pragmatico-utilitaristica presente in entrambi gli episodi menzionati si scorge anche in altri luoghi testuali e non solo nella mentalità di Robinson, ma anche in quella dei personaggi europei minori. E tale sistema valoriale è quello della borghesia europea del XVII secolo e del prosperante sistema economico capitalista, di cui il romanzo non è che un’allegoria40:[41] l’individualismo (portato alle estreme conseguenze nella seconda parte della storia date le contingenze materiali in cui il protagonista è costretto a vivere), l’iniziativa legata al nuovo mondo economico del libero mercato, la razionalità, la programmazione, la capacità di trasformazione del mondo naturale, ma soprattutto il basare le relazioni con gli altri individui unicamente sulla base del valore di scambio41. Lo si vede in primo luogo quando il capitano inglese della prima nave che fa naufragio, in un momento di estrema difficoltà e di concreto pericolo mortale, si preoccupa di informare i suoi salvatori che avrebbe ripagato al capitano della nave venuta a salvarlo il prezzo della scialuppa di salvataggio, qualora questa fosse andata distrutta nella tempesta42. Un altro episodio illuminante in tale prospettiva è quando Robinson e Xury vengono salvati dal capitano portoghese a largo di Capo Verde e quest’ultimo chiede a Robinson quanto volesse per la lancia, per le pelli di leopardo e di leone e, soprattutto, quanto volesse per acquistare Xury. Qui emerge un altro tratto decisamente innovativo rispetto alla precedente narrativa europea: il valore del denaro. Esso non è più un semplice e vago oggetto del desiderio o un mezzo attraverso il quale i personaggi possono raggiungere un fine43, ma è il fine stesso. Il denaro è il motore della storia: Robinson si mette in viaggio per guadagnare, viene salvato dal capitano portoghese e una volta giunto in Brasile inizia l’attività di piantatore perché vedeva «quanto si arricchissero in poco tempo i piantatori del luogo» e, sempre per guadagno, nonostante stesse cominciando a ricavare profitto dalla sua attività, cosa che peraltro sottolinea lo stesso Robinson-narratore che condanna retrospettivamente la sua avidità, decide di partire alla volta della Guinea per entrare nel commercio clandestino di schiavi. Infine, è proprio questa decisione che porterà Robinson a fare naufragio sull’isola44. Rispetto alla prima parte del romanzo, è stato osservato che la storia di Robinson rappresenterebbe la prima fase del capitalismo che proprio grazie ai viaggi e agli enormi guadagni dati da una parte dalle piantagioni in Sud America, dall’altro dal commercio degli schiavi, iniziò proprio in quegli anni a muovere i suoi primi passi in un’ottica di controllo delle nuove terre conquistate dai coloni45. Questa mentalità emerge paradossalmente in modo molto più chiaro nella seconda parte dell’opera, la più consistente, nonostante il dinamismo della prima, caratteristica per eccellenza del capitalismo, contrasti significativamente con l’estrema staticità della seconda.
3.2 Seconda parte
Il punto è che proprio perché Robinson si trova in un territorio vergine, senza vincoli di tempo e con il pieno controllo dello spazio dell’isola che il sistema valoriale della sua classe di appartenenza emerge senza filtri. L’isola è uno spazio laboratoriale nel quale, da un iniziale stato di natura, si assiste alla sua progressiva antropomorfizzazione secondo le caratteristiche della mentalità capitalista del XVII secolo, e questo perché: «L’isola è comunque sempre fortemente radicata nella società cui il naufrago appartiene. […] L’isola radicalizza la condizione di individuo, riassumibile in due aspetti: isolamento ed esiguità dello spazio disponibile, e svela gli elementi critici del rapporto individuo / società e individuo / altri46.»[47] Il controllo che Robinson esercita sullo spazio dell’isola, sul tempo in essa trascorso e in ultimo luogo sui coloni che vi giungono non è che il riflesso della sua mentalità.

3.2.1 Tempo e Spazio
Robinson è un personaggio estremamente metodico: è molto preciso nel trattare le coordinate cronologiche della sua permanenza sull’isola e ha un forte senso della misurazione del tempo. Non a caso una delle prime cose che fa è costruire un calendario, avendo ben cura di indicare le domeniche con un segno più lungo degli altri. Inoltre, tiene costantemente informato il lettore su ogni cambiamento climatico o stagionale e sulle caratteristiche naturali dell’isola. Tiene addirittura un diario fino all’esaurimento dei materiali necessari alla scrittura indicando giorno per giorno le attività compiute sull’isola, organizzando e pianificando rigidamente i diversi momenti della giornata, come se al posto di un’isola deserta si trovasse su un luogo di lavoro. Per ultimo Robinson cerca di calcolare l’arrivo delle stagioni e crea una tabella con le caratteristiche di ogni momento dell’anno. Da un lato si tratta certamente di un espediente retorico autoriale, messo in atto per dar credito alla prefazione nella quale si affermava l’assoluta veridicità dei fatti raccontati, dall’altro però è indicativo della mentalità estremamente razionale di Robinson, che anche nei momenti di disperazione e in una condizione di solitudine estrema sente il dovere di scandire il trascorrere del tempo secondo il calendario gregoriano, in un luogo che è in tutto e per tutto fuori dal tempo ordinario.
Per quanto riguarda la gestione dello spazio, anche in questo caso Robinson fornisce elementi di narrazione paesaggistica con grande precisione, riuscendo a sfruttare le caratteristiche del paesaggio a suo vantaggio dimostrandosi anche in questo caso estremamente metodico e pragmatico. Inoltre, Robinson solo inizialmente si considera un naufrago, ossia un ospite costretto alla permanenza in quell’isola, ma una volta soddisfatti i bisogni essenziali e conosciuto il territorio, inizia a considerarsi il padrone della stessa. E infatti da questo punto in avanti l’isola viene sfruttata secondo la mentalità coloniale che si svilupperà in modo decisivo in quegli anni: nella sua mente tutto il territorio deve divenire di sua proprietà, dai terreni agli animali terresti e marini che vi vivono. Si tratta di una presa di possesso dello spazio che rivela la sua ossessione per la regolarità del paesaggio, il che è piuttosto paradossale considerando che il luogo in sé è estremamente selvaggio e non presenta particolari pericoli, fatta eccezione per le inevitabili calamità naturali. Nel concreto: costruisce una palizzata, costruisce non una bensì due abitazioni sui due versanti opposti dell’isola47, delimita i campi coltivabili e costruisce dei recinti per allevare il bestiame, costruisce addirittura una piccola darsena e infine, all’arrivo dei coloni, decide di dividere il territorio in appezzamenti di terra ben calcolati e precisi, dal momento che si considera sovrano dell’isola. Robinson è «un divoratore di spazi. Ovunque arrivi, erige recinti, delimita spazi, fissa una presenza definitiva. […] Robinson individualizza spazi. Le forme legali della proprietà privata sono il corrispondente, sul piano giuridico, dei recinti materiali che erige. Sono barriere di difesa48». Le precauzioni che prende durante i primi undici anni, quando è completamente solo, sono infatti quanto meno eccessive. Eppure, in questi anni non corre alcun pericolo da parte di animali selvatici o altri esseri viventi. Il suo problema principale sono gli uccelli che gli rubano i semi. Anche all’arrivo dei coloni, alla gioia del contatto con altri essere umani prevale la paura: le sue ansie raggiungono livelli altissimi e si chiude in sé stesso, isolandosi sempre di più. Come ha notato Stephen Hymer in Robinson Crusoe and the secret of primitive accumulation: «[…] it seems to me that Defoe, in describing Robinson Crusoe, was not only talking about a man who by accident becomes isolated, but is presenting an allegory about the life of all men in capitalist society – solitary, poor, uncertain, afraid. His isolation, in short, is no more nor less than the alienation of possessive individualism, repeated a million times in capitalist society […]49». E se questo è vero, se cioè il naufrago è portatore allegorico dei valori e delle caratteristiche della società capitalista, allora i connotati di tale mentalità emergeranno principalmente nelle modalità con cui egli svolge le sue attività.
3.2.2 Il lavoro
Già da numerosi critici, Robinson e stato definito Homo Faber50. Con questo termine ci si riferisce all’abilità manuale e alle caratteristiche di chi manipola. Robinson è l’eroe della tecnica, del lavoro e dell’ingegno: sa plasmare la materia al fine di costruire ogni sorta di utensile di cui avesse bisogno o di cui sentisse la necessità. Si tratta di una caratteristica correlata al suo razionalismo e alla sua perseveranza, perché con lo sforzo riesce a costruire un ambiente domestico nella natura selvaggia. Come anticipato è la situazione eccezionale a mettere in rilievo le sue capacità: da frutti e ortaggi spontanei riesce a creare una produzione agricola calcolata, dalla caccia passa all’allevamento, riesce a trovare il modo di cucinare praticamente ogni cosa e riesce a crearsi dei vestiti e numerosissimi utensili. Per ognuna di queste attività Robinson descrive le operazioni compiute in modo forse eccessivamente puntuale, quasi come se Defoe volesse ancora una volta assicurare al lettore la veridicità della storia. D’altro canto, tutti questi passaggi ci dimostrano ancora una volta l’estrema meticolosità del personaggio, nonché la sua disciplina e la dedizione al lavoro insita in ogni operazione compiuta, nonostante sia poco verosimile che un uomo disperso su un’isola deserta lavori per ventotto anni ogni giorno per quattro ore al giorno, ma come già anticipato importa osservare come Robinson lavora e il fine per cui lo fa.
Se si legge il romanzo in quest’ottica ci si accorge subito di una cosa: se all’inizio della sua permanenza sull’isola questi utensili sono strettamente necessari alla sopravvivenza (parlo delle armi per cacciare, del cibo, dell’abbigliamento, delle materie prime e degli utensili da costruzione), man mano che si procede nella narrazione ci si accorge che la fabbricazione sempre più specialistica e raffinata concerne un bisogno produttivo legato più al soddisfacimento personale, che al sostentamento. Infatti, soddisfatti i bisogni fondamentali, comincia l’attività manifatturiera di Robinson: lo si vede perfettamente nella trasformazione di attività di mera sopravvivenza (la caccia, l’agricoltura, l’allevamento e la raccolta di frutta) in attività produttive: «[…] Anche la caccia è vista in funzione industriale: concia delle pelli e sartoria e costruisce lucerne con il grasso delle capre. All’allevamento consegue la produzione di burro e formaggio. Robinson arriva alla coltura del grano casualmente, ma la sua pratica sistematica e razionale richiede tutta una serie di passaggi, di operazioni, a ciascuna delle quali corrispondono altrettanti strumenti, per arrivare al prodotto finale: il pane. […] Per dissodare e rivoltare la terra, costruisce una vanga di legno. Come erpice, si serve di un grosso ramo d’albero. Per la mietitura, si serve di una delle sciabole trovate sulla nave. Per preparare il grano e la farina c’è bisogno di contenitori che non siano i panieri di vimini già realizzati. Per questo si tratta di trovare l’argilla adatta, impastarla, modellarla, farla seccare al sole. Da questi primi contenitori, si passa alla realizzazione di recipienti capaci di contenere liquidi. I recipienti di argilla vengono arroventati al fuoco, in modo da ottenere delle vere e proprie pentole e tegami. Per pestare e schiacciare il grano, si costruisce un mortaio e un pestello di legno. Per separare la farina dalla pula e dalla crusca, si ottengono setacci servendosi di fazzoletti di cotone provenienti dalla nave. La cottura del pane richiede infine la costruzione di un forno, rudimentale, ma efficace allo scopo. L’industria della terracotta compie progressi con l’invenzione di una ruota che permette di modellare e sagomare perfettamente gli oggetti51.» Peraltro, questo processo di individuazione dei materiali utili alla realizzazione di un oggetto e la sua effettiva produzione si riflette anche sulla sintassi, soprattutto quando Robinson compie i tredici viaggi dalla riva al relitto col fine prelevare quanti più oggetti avrebbero potuto tornargli utili: «una cascata di costruzioni finali […] completa il triangolo dell’utilità. Soggetto, oggetto e verbo. Un verbo che ha interiorizzato la lezione degli strumenti e la riproduce all’interno delle attività di Robinson: dove un’azione, tipicamente, si fa sempre con il fine di fare qualcos’altro[…]52».
L’economia di Robinson, nonostante egli si trovi solo su un territorio deserto e senza la speranza di essere salvato, non è un’economia di sussistenza, ma un’economia proto-industriale. Ancora una volta, è impossibile che il lettore contemporaneo ritenga realistica la storia di un naufrago che si dedichi a simili attività col solo fine di mostrare che «non me ne stavo di certo con le mani in mano, e non lesinavo ogni sforzo per condurre a buon fine qualunque cosa potesse aumentare il mio benessere53»; è invece molto più facile ritenerla realistica se la si considera un’efficace allegoria dell’economia capitalista della rivoluzione industriale, messa in risalto, per contrasto, dalla desolazione di un luogo inviolato.
3.2.3 Friday e i coloni
«La mia isola era adesso riccamente popolata e io mi compiacevo di avere un numero così elevato di sudditi: spesso mi veniva fatto di paragonarmi a un re e indugiavo divertito su questo pensiero. Innanzitutto, tutto il territorio era di mia proprietà indiscussa, ed io pertanto avevo il diritto incontestabile di esercitarvi il mio dominio. In secondo luogo, il miopopolo era talmente ligio alla mia volontà. Io dettavo legge ed ero il signore assoluto, loro mi dovevano la vita ed erano pronti a sacrificarla per salvare la mia, se ce ne fosse stato bisogno54». Una serie particolarmente nutrita di possessivi, seguiti da termini quali proprietà, dominio, popolo; infine, due antonomi, il re e i suoi sudditi. Così Robinson concepisce la natura del rapporto con l’isola, come già indicato, e soprattutto con gli altri tre membri del suo popolo: Friday, suo padre e lo spagnolo. Nella sua mente tutti e tre sono, al pari dell’isola, una sua proprietà. Questo meccanismo di deumanizzazione, che riguarda in misura minore lo spagnolo, come si vedrà in seguito, è particolarmente evidente nei confronti di Friday. Dopo che Robinson gli ha salvato la vita, inizia a considerare l’indigeno più come una sorta di animale domestico che un essere umano. Per prima cosa «gli insegnai che il suo nome sarebbe stato Venerdì, perché venerdì era appunto il giorno in cui gli avevo salvato la vita. Lo chiamai così a ricordo dell’avvenimento55». Da un lato, dunque, Robinson gli nega il nome di nascita, tipica procedura a cui erano sottoposti gli schiavi, dall’altro gli attribuisce un nome che di fatto serve come monito per ricordargli costantemente di avergli salvato la vita. Sembrerebbe che l’intenzione di Robinson sia fin dall’inizio quella di avere un servo che ubbidisca ai suoi ordini, più che di istruirlo e renderlo un buon cristiano, come dichiara lui stesso più volte. E infatti subito dopo «gli insegnai a dire «Padrone» e gli spiegai che questo era il nome con cui doveva rivolgermi la parola56». E Robinson non uscirà mai dal ruolo di padrone, nemmeno quando «cominciavo ad affezionarmi a questa creatura». «Creatura», «essere», «selvaggio»: questi sono i termini con cui Robinson parla di Friday.
La concezione che Friday sia un sub-umano è evidente dalle considerazioni che il protagonista esprime nei suoi confronti e nei confronti del suo popolo, perché osserva «con meraviglia che, pur essendo piaciuto a Dio nella sua Provvidenza, e nel governare le opere delle sue stesse mani, di privare una parte così grande delle sue creature, in questo mondo, del miglior uso a cui le loro facoltà ed energie spirituali sono destinate, tuttavia Egli ha accordato loro le stesse capacità, la stessa ragione, gli stessi sentimenti di gentilezza e di gratitudine, la stessa veemente ribellione ai torti subiti, lo stesso senso di riconoscenza, di fedeltà e la stessa facoltà di fare ed elargire il bene ch’Egli ha concesso a noi57». Potrebbe sembrare una considerazione elogiativa nei confronti di quei popoli, poiché Robinson sembra attribuire loro tali qualità indipendentemente dalla loro provenienza, se non fosse che alla base del discorso vi è proprio la pregiudiziale contraria, cioè che loro non sono come noi, che questi individui possiedono tali qualità solo in potentia: non le possiedono in quanto esseri umani, ma potrebbero giungere a manifestarle qualora, da una condizione di creature selvagge che possiedono simili qualità latenti, venissero condotti sulla retta via. E naturalmente, nell’ottica di Robinson la retta via è costituita dai valori e dai costumi europei e soprattutto dalla religione cristiana. E così Friday viene progressivamente privato dei costumi del suo popolo: viene vestito, gli viene insegnato a mangiare carne cotta e soprattutto gli viene detto che la sua religione è una menzogna, che il dio Benamuchi non esiste, e Robinson comincia a «istruirlo nella conoscenza di Dio, del vero Dio […] E così, a poco a poco, gli aprii gli occhi sulla verità58.»
Sarebbe inutile tracciare un parallelismo tra l’atteggiamento di Robinson nei confronti di Friday e quello dei missionari cristiani nei confronti delle popolazioni indigene del Sud America: le rispondenze sono fin troppo evidenti59. Quel che invece vale la pena sottolineare è la modalità affatto implausibile con cui Friday si sottomette spontaneamente a Robinson, o meglio, il modo con cui Defoe ha concepito tale sottomissione. Non solo Friday non mette mai in discussione il ruolo di padrone che Robinson si è attribuito (e questo certo è in parte dovuto al fatto che Robinson gli ha salvato la vita, ma dopo tre anni trascorsi con la sola compagnia dell’altro, viene da chiedersi se sarebbe credibile relazionarsi ancora in termini di servo e padrone), ma, una volta costruita una nave abbastanza grande da poter navigare per grandi distanze, lo supplica di andare con lui nella sua terra natia, perché «[…] no bello Venerdì, da solo, senza padrone» perché «Tu fare molto, grande bene, tu insegnare uomi selvaggi a essere uomi buoni60». Friday ha cioè perfettamente interiorizzato il ruolo che il “missionario-Robinson” ha avuto nei suoi confronti e vuole che anche il suo popolo si uniformi al modo di vivere europeo, considerando quello delle sue origini, appunto, selvaggio, inferiore. Quando poi Robinson gli risponde dicendo che «tu andrai per conto tuo e mi lascerai qui a vivere tutto solo», Venerdì prende delle accette, le porge a Robinson e gli intima: «Tu prendere, tu uccidere Venerdì56». Friday preferisce morire piuttosto che separarsi dal suo padrone. Tale è il rapporto di sudditanza che lega i due personaggi. E se a noi lettori contemporanei questo passaggio appare a dir poco assurdo, nella mentalità dell’autore, del narratore e del pubblico a cui l’opera è rivolta, questo scambio si mostra non solo plausibile, ma del tutto ascrivibile all’ordine naturale delle cose: non solo il «selvaggio» si sottomette naturalmente all’uomo bianco, riconoscendo la sua inferiorità all’interno di quell’ordine gerarchico naturale, ma legittima il valore degli insegnamenti impartitigli, arrivando ad avere nei confronti del suo padrone un grado di prostrazione tale da impedirgli di poter anche solo concepire una vita separata dal esso. In questo dialogo è lo stesso Friday a riconoscere il suo statuto di sub-umano, non in grado cioè di poter vivere senza la guida di un essere vivente superiore, Questa «creatura» deve occupare il posto che gli spetta ed egli stesso è ben predisposto ad occuparlo: ecco in che modo si manifesta il realismo in questa storia per il pubblico dei lettori del XVIII secolo.
Quando ai due abitanti dell’isola si aggiungono anche lo spagnolo e il padre di Friday quest’ordine gerarchico si riflette anche nella divisione delle mansioni lavorative. Pur non mettendo mai in discussione la propria superiorità in qualità di «proprietario» dell’isola, nel tentativo di costruire una nave, a Friday e a suo padre viene assegnato il lavoro di manovalanza mentre Robinson e lo spagnolo sovraintendono tali attività. Ossia tutti e tre possiedono lo statuto di sudditi, ma solo allo spagnolo, in quanto europeo, spetta una posizione di controllo. Robinson non risparmia la vita agli indigeni sbarcati sull’isola, ma la risparmia ai cinque ammutinati inglesi ai quali concede loro di restare sull’isola, nonostante si fossero macchiati di molti crimini, a differenza dei primi. Infine, per ritornare a Friday, l’episodio forse più esplicativo che riassume tutte le questioni aperte relativamente al suo grottesco stato di asservimento verso il protagonista, è quello in cui, dopo che il padre e lo spagnolo sono partiti nel tentativo di recuperare i quattordici naufraghi spagnoli, Friday non batte ciglio nel seguire il suo padrone a bordo della nave inglese che lo porterà in Inghilterra. Nessuna esitazione, nessuna domanda, nessuna manifestazione di amore filiale verso un padre di cui non ha più notizie da giorni vengono riportate sulle pagine del libro. Nulla lo dissuade dal seguire ciecamente il suo padrone, e la cosa peggiore è che ci viene presentato come un gesto automatico, perché Robinson non ce ne parla affatto. Non si sa nemmeno se Friday si sia imbarcato, perché Robinson e il lettore del ‘700 lo danno per scontato. Di fatto noi lettori contemporanei, anche se siamo portati a crederlo, non sappiamo nemmeno se tali esitazioni siano passate per la testa di Friday, perché evidentemente tutto questo, agli occhi del narratore, non aveva alcuna importanza.
3.3 Terza parte
«Dopo una lunga traversata, arrivai in Inghilterra l’11 giugno del 1687, dopo un’assenza durata trentacinque anni.». La principale reazione che ci si aspetterebbe sarebbe quella di una profonda gioia; invece, assistiamo in primo luogo a una grande preoccupazione: non avere quasi più denaro. Per questo motivo, Robinson si reca immediatamente dalla vecchia vedova, sua amministratrice, e solo una volta compreso lo stato di indigenza della stessa, decide di recarsi nello Yorkshire, dalla sua famiglia. Ma anche in questo caso, alla presunta gioia di rivedere i membri rimanenti della sua famiglia, prevale lo sconforto nel costatare che «non trovai nessuno disposto ad assistermi nelle mie necessità», necessità economiche, s’intende. Cosicché Robinson prende la decisione di partire per Lisbona accompagnato dal «suo» Venerdì, che solo a questo punto fa la sua ricomparsa dopo un’assenza di nove pagine61. Dal momento in cui arriva a Lisbona e dalla scoperta che il vecchio capitano portoghese e il suo socio in affari brasiliano sono entrambi ancora vivi, inizia un elenco minuzioso delle procedure burocratiche necessarie per giungere dapprima al rendiconto dei suoi guadagni, poi al recupero degli stessi, anche in questo caso descritti con estrema precisione. La porzione di testo in cui si descrive il suo ritorno in Inghilterra, l’incontro con la vedova e con i familiari è lunga una pagina; la porzione in cui si descrivono tali procedure e la venuta in possesso dei beni materiali e dei moideres accumulati dopo la sua assenza è lunga ben dieci pagine. È evidente che Robinson ritenesse molto più importante raccontare quest’ultimo aspetto che il primo.

Come ho sottolineato per la prima parte il denaro è il motore del romanzo, è ciò che spinge Robinson alla partenza, è ciò che lo conduce al naufragio, è ciò di cui non riesce a liberarsi nemmeno su un’isola deserta62, infine è il centro delle sue preoccupazioni, del suo interesse e della sua gioia una volta fatto ritorno in Europa. Quando Robinson entra in possesso dei 2046 moidores e dei 38892 cruisadoes «impallidii e mi sentii venir meno; e se il vecchio capitano non fosse corso a prendermi un cordiale, credo che l’improvviso impeto della mia gioia avrebbe sopraffatto la Natura e io sarei morto sul colpo63». Ecco dove si indirizza la sua gioia, ancora una volta, nel denaro. Una gioia tanto più eccessiva se confrontata con la tiepida descrizione del ritorno in patria e dell’incontro con i familiari. Tale sentimento nei confronti del denaro spiega anche perché Robinson abbia un’enorme paura a tornare in Inghilterra via mare: non si tratta della paura di far naufragio, ma della paura di perdere il denaro con esso. La paura è un sentimento che pervade anche la seconda parte del romanzo64, ma qui traspare con forza: Robinson piuttosto di rischiare il viaggio per mare, compie un irragionevole viaggio via terra di circa quattro mesi, rischiando più volte la vita65. Inoltre, dopo che sua moglie muore, Robinson viene persuaso dal nipote a compiere un altro viaggio per mare, perché «era rientrato da un viaggio in Spagna particolarmente redditizio» che lo induce «a salpare sulla sua nave in qualità di mercante privato66». Ancora una volta Robinson è mosso da ragioni economiche. Per ultimo, Robinson fa ritorno all’isola, la «mia nuova colonia», come la definisce, e, accertatosi della natura problematica della convivenza tra gli abitanti, divide «l’isola in varie parti, riservando a me la proprietà di tutto il territorio, ma assegnando a ciascuno dei coloni gli appezzamenti che desiderava67», da buon sovrano. Di Friday, anche in quest’ultimo viaggio, nessuna traccia.

Conclusioni.
Alla luce di quanto osservato, Robinson Crusoe si rivela un testo fondativo non perché inauguri un improvviso realismo dei contenuti -elemento, come abbiamo visto, tutt’altro che stabile all’interno del romanzo- ma perché elabora una forma nuova di rappresentazione dell’individuo, della società e del rapporto tra soggetto e mondo. È proprio nella tensione fra realismo formale e struttura allegorica, fra vocazione documentaria e permanenza di motivi romanzeschi, che si colloca la sua modernità. Defoe non si limita a raccontare la storia di un naufrago: trasfigura, nel microcosmo dell’isola, l’intero universo ideologico della nascente borghesia europea, mettendo in scena i suoi valori, le sue ansie, le sue contraddizioni. Robinson, con la sua razionalità metodica, con la centralità assegnata al lavoro, alla trasformazione dello spazio, alla proprietà, alle relazioni concepite come rapporti di dominio e scambio, è il primo vero protagonista «borghese» della letteratura moderna. Friday, i coloni e persino la stessa isola sono strumenti in mano a un dispositivo narrativo che trasforma l’avventura in una parabola politica ed economica, un laboratorio simbolico in cui Defoe riflette, spesso inconsapevolmente, sulle logiche del capitalismo alle sue origini. Se il romance resiste nella trama, è la forma del novel (la sua attenzione al dettaglio, la sua disciplina descrittiva, la volontà di “misurare” il mondo) ad affermarsi come centro significante del romanzo. Per questo Robinson Crusoe non è solo un testo di soglia nella storia del romanzo: è il punto in cui la narrativa europea comincia a guardare all’individuo ordinario come al principale oggetto di indagine, e al mondo sociale come sua scena naturale. Nella figura solitaria di Robinson si riflette, in forma embrionale ma già compiuta, il nuovo tipo umano che abiterà la modernità. La sua isola non è un altrove fantastico, ma lo specchio deformante -e proprio per questo tanto più nitido- della società che l’ha generato. E nel riflesso di quell’immagine prende forma, per la prima volta, il romanzo moderno.
- Bertoni Federico, Realismo e letteratura. Una storia possibile, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2007, cit. p. 136.[↩]
- «Io nacqui nel 1632 nella città di York da una buona famiglia che peraltro non era del luogo. Mio padre infatti era uno straniero, di Brema, e in un primo tempo si era stabilito ad Hull. Poi, grazie al commercio, aveva accumulato un ragguardevole patrimonio, cosicché, abbandonati i propri affari, aveva scelto di vivere a York e vi aveva sposato mia madre, appartenente a un’ottima famigli locale. Mia madre di cognome si chiamava Robinson, e perciò io ebbi il nome di Robinson Kreutznauer; ma siccome notoriamente gli inglesi inclinano a storpiare le parole ora noi veniamo chiamati, ed anzi ci chiamiamo e ci firmiamo, Crusoe; ed è così del resto che mi hanno sempre chiamato i miei compagni.» Defoe Daniel, Robinson Crusoe, Aldo Garzanti editore, Milano, 1976, cit. p. 2.[↩]
- Ivi, pp. 3-4.[↩]
- Appena dopo il passaggio più innovativo dal punto di vista tematico, ci si accorge subito di un elemento in contrasto con questa serietà descrittiva: il fatto che alla mancata benedizione del padre corrisponda una mancata benevolenza di Dio nei confronti del nostro protagonista. E non si tratta di una semplice minaccia volta a dissuadere il figlio dalla partenza, dal momento che tutto ciò avrà effetti concreti sui viaggi di Robinson; anzi si può affermare che questa mancata benedizione sia a tutti gli effetti la chiave di lettura con cui Robinson-narratore reinterpreta l’intera vicenda attribuendo un rapporto consequenziale tra la scelta di disubbidire al padre e le successive disavventure per mare. L’ultima parte del discorso che il padre fa a Robinson, infatti, è definita dallo stesso «profetica». Ivi, p. 5.[↩]
- Non è un caso che nel passo sia presente un riferimento biblico: «Se avessi avuto il buon senso di tornarmene ad Hull, e di là a casa mia, e mio padre, vivente incarnazione della parabola del nostro Divino Redentore, avrebbe ucciso il vitello grasso in mio onore;» Ivi, cit. p.17.[↩]
- «Nondimeno più tardi egli mi parlò con la massima serietà, esortandomi a tornare da mio padre e a non sfidare la divina Provvidenza. Potevo scorgere chiaramente visibile, mi disse, la mano del Cielo levata contro di me. «Tieni a mente quel che ti dico, giovanotto,» concluse, «se non torni sui tuoi passi sta’ certo che ovunque tu andassi non ti abbatterai che in amarezze e in calamità, e fino a quando le parole di tuo padre non fossero adempiute». Ibid. cit. p.15.[↩]
- Empson William, Some Versions of Pastoral, in New Directions, New York, 1974, p. 204, paragona le peregrinazioni di Robinson a quelle di Sinbad il marinaio.[↩]
- La vicenda è tratta da una storia vera: riguarda il marinaio scozzese Alexander Selkirk, abbandonato dai compagni su un’isola vicino a Juan Fernandez. Questa è la descrizione che Steele fa di Selkirk in «The Englishman», XXVI (1713); ora si trova in R. Blanchard (a cura di), The Englishman: A Political Journal by Richard Steele, Clarendon Press, Oxford, 1955, pp. 107-8: da un lato Selkirk si mostra «avvilito, apatico e malinconico», dall’altro si abbandona a «un continuo Banchetto […] degno dei Piaceri piú sensuali».[↩]
- Moretti Franco, Il Borghese. Tra storia e letteratura, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2013, cit. p. 25.[↩]
- Robinson Crusoe, cit. p. 1.[↩][↩]
- A sostegno di ciò il già indicato rapporto di consequenzialità con cui l’io narrante (Robinson narratore) interpreta retrospettivamente l’intera vicenda. Cfr. inoltre Hill Christopher, Robinson Crusoe, in History Workshop, X, Oxford University Press, Oxford, 1980, p. 7.[↩]
- Cfr. Heitman Danny, Fiction as Authentic as Fact, The Wall Strett Journal, 11 Gennaio 2013.[↩]
- Per un’etimologia dei due termini rimando a Diotto Caterina, Mythos, o del rapporto tra romanzo e verità. Per una teoria del romanzo tra Bachtin, Benjamin e Lukacs, Tesi di Dottorato in Scienze Umane – Filosofia, XXXIII ciclo, Università degli studi di Verona, pp. 11-13.[↩]
- A questa categoria appartengono principalmente il romanzo classico, il romanzo pastorale, il romanzo cavalleresco in versi.[↩]
- Mazzoni Guido, Teoria del romanzo, Il Mulino, Bologna, 2011, pp. 97-99. [↩]
- A questa categoria appartengono principalmente la novella italiana e il romanzo picaresco.[↩]
- Ivi, pp. 99-104.[↩]
- Mazzoni indica la soglia simbolica del 1670. Ivi. p. 91.[↩]
- Ivi, cit. p.92: «[…] col primo termine indicano il romanzo eroico barocco, col secondo, una storia di circa 100 o 150 pagine che […] racconta le vicende private e amorose di personaggi per lo più nobili.»[↩]
- Cfr. Nicole Pierre, Les imaginaires ou lettres sur l’heresie imaginaire, 1665, consultabile on-line all’indirizzo: https://archive.org/details/bub_gb_P2ajhyB8cGQC, e Heidegger Gotthard, Mythoscopia romantica oder discours Von den so benanten romans, 1698, consultabile on-line all’indirizzo: https://www.deutschestextarchiv.de/book/view/heidegger_mythoscopia_1698?p=1.[↩]
- Non solo in Inghilterra, dove nasce il termine novel, ma anche in Spagna, dove a quest’altezza nasce il termine novela.[↩]
- Mazzoni Guido, Teoria del romanzo, cit. p. 94: «Qualche decennio dopo la nouvelle viene esportata in Gran Bretagna e l’antitesi roman-nouvelle genera la dicotomia fra romance e novel.»[↩]
- Certo tale distinzione per un italiano è meno immediata vista la mancanza di un termine che distingua i due generi letterari, ma basti pensare all’Orlando Furioso e alla Coscienza di Zeno e per accorgersi della distanza che separa questi due testi nella nostra percezione estetica.[↩]
- IVI p. 92.[↩]
- Cfr. la prefazione di Reeve Clara, The Progress of Romance through Times, Countries, amd Manners, 1785, consultabile on-line all’indirizzo: https://archive.org/details/bim_eighteenth-century_1785_1_0/page/n15/mode/2up, introduzione, p. xix: «Il romance è una favola eroica, che tratta di persone e cose favolose. Il novel è una rappresentazione della vita e dei costumi reali, al tempo in cui è stato scritto. Il romance descrive, con un linguaggio più raffinato, ciò che non è mai accaduto né è possibile che accada. Il novel fornisce una relazione familiare di quelle cose che succedono tutti i giorni e che potrebbero accadere a chiunque, la sua perfezione consiste nel rappresentare in modo così semplice e naturale facendo apparire come possibile ogni scena, da darci l’illusione che tutto sia reale, fino a farci provare le gioie e le sofferenze delle persone nella storia, come se fossero le nostre.»[↩]
- Cfr: Blyn Natalie, Criticism of the English Novel in the Eighteenth Century, Bachelor’s Essay, Marquette University, 1932; Hudson Nicholas, Literature and Social Class in the Eighteenth Century, Oxford Handbooks Online (Oxford University Press, 2015, pp. 1–21.[↩]
- Cfr. le prefazioni di de Marivaux Pierre, Le vie de Marianne (1741), Garnier-Flammarion, Parigi, 1978, p. e di Defoe Daniel, Moll Flanders (1722), Garzanti, Milano, 1965, p.11.[↩]
- Nerozzi Bellman Patrizia, Alle origini della letteratura moderna, Bruno Mondadori, Milano, 1997, pp. 7-35.[↩]
- Bertoni Federico, Realismo e letteratura, p.134.[↩]
- Moretti Franco, Il borghese, cit. pp. 8-9: «Al senso giuridico del termine – da cui nacque l’idea tipicamente borghese di libertà come «affrancamento o esenzione da qualcosa» – si aggiunse verso la fine del XVII secolo un significato economico che si riferiva, con la solita sequenza di negazioni, a «colui che non apparteneva né al clero né alla nobiltà, non lavorava con le mani, e possedeva mezzi indipendenti» (ancora Robert). Da quel momento in poi, sebbene con cronologia e sfumature semantiche diverse da paese a paese, la parola emerge in tutte le lingue dell’Europa occidentale, dall’italiano borghese allo spagnolo burgués, il portoghese burguês, il tedesco Bürger e l’olandese burger.»[↩]
- Goldmann Lucien, Per una sociologia del romanzo, Bompiani, Milano, 1981, cit. p. 19 «Il primissimo problema che avrebbe dovuto affrontare una sociologia del romanzo è quella della relazione tra la forma romanzesca (il romanzo come genere letterario) e la struttura dell’ambiente sociale all’interno del quale essa si è già sviluppata (la moderna società individualistica)»[↩]
- Watt Ian, Le origini del romanzo borghese, Studi su Defoe, Richardson e Fielding, Bompiani, Milano, 1976, cit. p. 32: «molti osservatori del settecento ritenevano che la loro fosse un’epoca di notevole e crescente interesse popolare per la lettura».[↩]
- Ivi, cit. «tra le molte ragioni che resero possibile questa rottura prima e più ampiamente in Inghilterra che in ogni altro paese, fondamentali sono certamente i mutamenti nel pubblico di lettori nel Settecento. Da tempo Leslie Stephen aveva suggerito che […] il graduale ampliarsi della classe dei lettori influenzò lo sviluppo della letteratura loro destinata e sottolineò il sorgere del romanzo, insieme a quello del giornalismo, come primi esempi degli effetti dei mutamenti del pubblico sulla letteratura».[↩]
- Watt Ian, Le origini del romanzo borghese, cit. p. 56: «l’interesse del romanzo per la vita quotidiana di persone ordinarie sembra dipendere da due importanti condizioni generali: la società deve valutare ogni singolo individuo abbastanza da considerarlo un soggetto degno di lettura seria e deve esistere una varietà sufficiente di idee e di azioni tra le persone comuni perché un racconto dettagliato che li riguardi possa interessare persone altrettanto ordinarie, cioè i lettori di romanzi».[↩]
- Freschi Francesco, Robinson Crusoe: uno studio di sociologia, 2025, consultabile on-line all’indirizzo https://www.academia.edu/144008265/Robinson_Crusoe_uno_studio_di_sociologia, cit. p. 2: «L’uomo qualsiasi, l’individuo, è già il protagonista delle nascenti ricerche economiche, della nascente pubblicistica tecnica, della nascente stampa periodica. La determinazione precisa della sua identità dipende dalla chiarezza degli interessi, dalla prospettiva culturale del pubblico di questa nuova letteratura. L’individuo, l’uomo generico dei giornali, non è mera astrazione: è una realtà, in quanto espressione del lettore di giornali. Esso è l’oggetto di conoscenza e insieme lo strumento conoscitivo di questo nuovo pubblico, il suo nuovo modo di guardare il mondo.»[↩]
- Ho detto come opere anche molto lontane nel tempo presentassero elementi di realismo e ciò è la prova che il realismo di per sé non è un elemento di novità in Robinson. Per quanto riguarda i tratti formali verranno affrontati punto per punto.[↩]
- Ne Il Signore degli anelli, così come ne Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, ogni elemento, dalla lingua all’etnia dei popoli è descritto in maniera sistematica, mentre la consequenzialità degli eventi rispecchia perfettamente le logiche formali che sono poste a base di quello stesso universo narrativo; eppure, nonostante si tratti probabilmente dei due esempi più paradigmatici in questo senso, essi non vengono considerati romanzi realistici, ma, appunto, fantasy.[↩]
- Watt Ian, Le origini del romanzo borghese, cit. p. 32: “Il realismo del romanzo non consiste nel tipo di vita che esso presenta ma nel modo in cui la presenta […] il metodo narrativo mediante il quale il romanzo esprime l’atteggiamento circostanziato verso la vita può essere definito realismo formale. Diciamo formale perché il termine realismo non si riferisce qui ad alcun proposito o dottrina letteraria particolare, ma si riferisce solamente a un insieme di procedure narrative che vengono utilizzate così spesso nel romanzo e così raramente negli altri generi da poter essere considerate tipiche del primo. Defoe e Richardson accettavano che la premessa o la convenzione fondamentale che il romanzo sia un rapporto autentico e completo su una esperienza umana e ha quindi l’obbligo di soddisfare i suoi lettori fornendo loro dettagli sulla personalità degli attori e sulle circostanze di tempo e di luogo delle loro azioni, dettagli presentati usando il linguaggio in modo ampiamente referenziale.[↩]
- Defoe Daniel, Robinson Crusoe, p.30.[↩]
- Freschi Francesco, Robinson Crusoe: uno studio di sociologia, 2025, cit. p 7: «Le vicende di Robinson prima dell’arrivo sull’isola, rappresentano la genesi di come i caratteri di una classe, secondo i criteri tradizionali, la medietà di questo ceto, si prepari a diventare universalità.»[↩]
- Ibid. cit.: «Tutti i rapporti che Robinson stabilisce, sono, almeno implicitamente, dei contratti.»[↩]
- Robinson Crusoe, p. 13.[↩]
- Cfr. Frye Northrop, Mythos of Romance, in: «Third Essay: Archetypal Criticism», Princeton University Press, Princeton, 2000, pp. 186-206, in cui si analizza il romance come genere dell’idealizzazione simbolica, in contrasto con il realismo economico del romanzo. Frye spiega come il romance funzioni su un piano pre-economico e simbolico, dove il denaro non ha ruolo realistico, e Watt Ian, Le origini del romanzo borghese, pp. 9-35, in cui l’autore parla dell’individualismo economico e contabilità nella novel e Ivi, pp. 60-92, in cui mostra come l’economia monetaria entri nella struttura narrativa della novel, distinguendola dai modelli precedenti, tra cui il romance.[↩]
- Sempre in un’ottica di punizione divina, con modalità che ricorda l’esilio forzato, come non manca di sottolineare Robinson, ma come si è visto questo e altri tratti romanzeschi non minano il realismo dell’opera.[↩]
- Moretti Franco, Il borghese, p. 24.[↩]
- Freschi Francesco, Robinson Crusoe: uno studio di sociologia, cit. p.11.[↩]
- La seconda viene costruita perché in quel versante perché più rigoglioso e il paesaggio più piacevole, non per ragioni di sicurezza o sopravvivenza.[↩]
- Freschi Francesco, Robinson Crusoe: uno studio di sociologia, cit. p. 8.[↩]
- Hymer Stephen, Robinson Crusoe and the secret of primitive accumulation, in «Growth, profits and property. Essays in the revival political economy», Cambridge University Press, Cambridge, 1980, pp. 29-41, cit. p. 34.[↩]
- Cfr. Vickers Ilse, Defoe and the New Sciences, Cambridge University Press, Cambridge 1996; Richetti John, Robinson Crusoe over Three Hundred Years, in The Cambridge Companion to “Robinson Crusoe”, ed. John Richetti, Cambridge University Press, 2018; Skocz Dennis, Crusoe’s Island and the Human Estate: Defoe’s Existential Geography, in Symbolic Landscapes, Springer, 2009; Bullard Paddy, Robinson Crusoe and the natural mechanick, Etudes Anglaises, 2019.[↩]
- Freschi Francesco, Robinson Crusoe: uno studio di sociologia, cit. p. 14.[↩]
- Moretti Franco, Il borghese, cit. pp. 32-33.[↩]
- Defoe Daniel, Robinson Crusoe, cit. p. 163.[↩]
- Ivi, cit. p. 257[↩]
- Ivi, cit. p. 219.[↩]
- Ibid.[↩][↩]
- Defoe Daniel, Robinson Crusoe, cit. pp. 222-223.[↩]
- Ivi, cit. p. 230.[↩]
- Cfr. Hymer Stephen, Robinson Crusoe and the secret of primitive accumulation, p. 36.[↩]
- Defoe Daniel, Robinson Crusoe, cit. p. 241.[↩]
- Friday è assente da p. 289 a p. 298.[↩]
- Defoe Daniel, Robinson Crusoe, cit. p. 59: «in un altro cassetto trovai del denaro per una somma di circa trentamila sterline […] qualche moneta da otto reali, un poco d’oro e un poco d’argento. La vista di quel denaro mi fece sorridere: «spazzatura!» esclamai ad alta voce. «Non vali più nulla per me […] Non so proprio che farmene di voi, quindi restate dove siete, come una creatura indegna di salvezza.» Tuttavia, finii per ripensarci: presi il denaro, lo avvolsi in un pezzo di tela insieme con tutto il resto».[↩]
- Ivi, cit. p. 304.[↩]
- Cfr. Hymer Stephen, The secret of primitive accumulation, pp. 34-35.[↩]
- Da Lisbona a Madrid, poi Pamplona, poi attraversa i Pirenei mettendo a rischio tutta la sua compagnia e giunti in Guascogna vengono assaliti dai lupi e da un orso, giunge a Tolosa, poi Parigi, Calais e infine Dover. Cfr. Mappa 1.[↩]
- Defoe Daniel, Robinson Crusoe, cit. p. 325.[↩]
- Ivi, cit. p. 326.[↩]

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