Rivista Alcione

Rivista di Storia, Scienze Sociali e Scienze Umane

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Il concetto di “archivio” e le sue articolazioni. Configurazioni teoriche e pratiche contemporanee

“Io la odiavo la storia, tu no?
È solo un mucchio di cose già successe”1

“La bolla del presente non vissuto,
Paura del futuro e passato come rifugio”2

In questo spazio scritto desidero introdurre il tema della storia partendo dall’attualità, facendo riferimento implicitamente ad alcuni processi di trasformazione che hanno plasmato la realtà in cui oggi viviamo. Dalla fine della Guerra Fredda, che delineava un contesto internazionale caratterizzato dalla divisione in due blocchi contrapposti, e dall’avvento di Internet, è scaturita una società globalizzata e digitalizzata, che fa percepire l’assetto precedente distante anni luce dal nostro presente. Queste significative trasformazioni strutturali hanno influenzato profondamente anche il modo in cui gli storici di professione svolgono il loro mestiere. Non si è trattato semplicemente di considerare nuove tipologie di fonti, ma si è assistito a una vera e propria moltiplicazione delle fonti stesse, favorita dalle nuove tecnologie che hanno ridotto i tempi di produzione e accesso ai documenti.

Lo sviluppo gigantesco delle reti ha portato a trasformazioni decisive anche nel modo in cui i documenti vengono conservati. L’enorme mole di dati e informazioni richiede archivi altrettanto vasti per la loro custodia. Purtuttavia, non si tratta più soltanto di archivi tradizionali gestiti da istituzioni pubbliche o private, ma di un numero in continua crescita di archivi immateriali istituzionali, affiancati da quelli «“semi-professionali” e “amatoriali”». Se in passato gli archivi erano sotto il controllo di grandi enti storicamente riconosciuti, oggi ciascuno di noi ha la possibilità di creare, organizzare e gestire un proprio archivio digitale3. Questo cambiamento ha avuto effetti positivi, ma solleva anche alcune problematiche non marginali. Infatti, se da un lato l’utente medio gode apparentemente di maggiore discrezionalità nell’archiviazione, dall’altro spesso manca degli strumenti per distinguere le informazioni utili da quelle superflue e, in seguito, per leggerle e interpretarle correttamente, portando così a un potenziale fraintendimento o sottovalutazione del loro valore.

Se l’attuale stato delle cose è quello appena descritto, poiché il supporto attraverso cui intendiamo portare avanti il nostro progetto è digitale, e poiché, volente o nolente, le motivazioni che alimentano tale progetto sono indissolubilmente legate a un fine determinato nell’agire in cui siamo immersi, diventa opportuno riflettere su questi processi e analizzare alcuni concetti per acquisire maggiore consapevolezza. Questo contributo sulla storia, dunque, non si propone come un trattato di metodo né intende affrontare la questione da un punto di vista epistemologico o didattico, analizzando i metodi di insegnamento o i contenuti, come già è stato fatto da alcuni colleghi, offrendo spunti di riflessione interessanti. Credo fermamente che se vogliamo trovare un modo per far comprendere l’importanza di questa materia che tanto ci appassiona, il discorso sulla storia non può limitarsi ai confini della storia stessa, ma deve andare oltre: deve essere anche un discorso di natura filosofica.

Iniziamo, allora, con alcune considerazioni sull’archivio, il luogo in cui lo storico trascorre gran parte del suo tempo e compie il suo mestiere: un luogo d’origine.

Figura 1. L’anima come luogo d’archivio (immagine generata con l’assistenza di ChatGPT)

1.  IL CONCETTO DI ARCHIVIO

Sono passati ormai trent’anni dalla conferenza tenuta da Jacques Derrida il 5 giugno 1994, in occasione di un simposio internazionale a Londra intitolato “Memory: The Question of Archives”. L’anno successivo, nel 1995, gli atti del seminario sono stati raccolti e pubblicati in un volume intitolato Mal d’archive. Une impression freudienne4. Con una costante operazione di smontaggio e decostruzione di tre testi che interagiscono tra loro5 , il filosofo francese annuncia, in senso figurato, attraverso un «gioco di rispecchiamenti continui, rimandi intertestuali e strategie retoriche che si intrecciano, si scontrano e si svelano reciprocamente», quello che un tempo era l’avvenire e che oggi è realtà: un mondo scaturito da una rivoluzione nell’area della comunicazione e delle tecnologie relative a tale settore, caratterizzato da un vero e proprio “delirio documentale”6.

L’aspetto che più interessa a chi scrive è l’analisi etimologica della parola «archivio», che Derrida sviluppa in apertura della sua riflessione seminariale. Quel luogo in cui sono custoditi i documenti, ovvero le fonti, è un luogo delle origini. La fonte, da fons, fontis ecc., designa, nel suo significato letterale, la sorgente di un fiume o di acqua; in senso figurato, però, può essere intesa come origo, originis ecc., termine che indica la causa o il principio di un fenomeno.

Il prefisso arch- della parola «archivio» deriva dal greco. Arché (ἀρχή) è un termine diasemico, ovvero possiede due significati ben precisi:

Arché, ricordiamocelo, indica assieme il cominciamento e il comando. Questo nome coordina apparentemente due principi in uno: il principio secondo la natura o la storia, là dove le cose cominciano ˗ (principio fisico, storico o ontologico) ˗, ma anche il principio secondo la legge, là dove uomini e dèi comandano, là dove si esercita l’autorità, l’ordine sociale, in quel luogo a partire da cui l’ordine è dato ˗ (principio nomologico)7.

Sembrerebbe, dunque, che il concetto di «archivio» non sia qualcosa di banale o superficiale, né un semplice spazio fisico. Al contrario, esso sottende ciò che definisce l’essere umano ed è strettamente legato alla questione del senso intenzionato, inteso come agire sociale8. Il verbo all’infinito che precede la parola «umano» indica una condizione irrisolvibile e perenne: una condizione esistenziale, anzitutto, ma al contempo inseparabile da un progetto in divenire. Non ci riferiamo, dunque, alla mera esistenza dell’uomo, ma alla sua condizione di essere ˗ ovvero, alla sua capacità di generare senso e significato nell’esistenza stessa. Il verbo essere, collocato in quella posizione strategica, rimanda all’azione e suggerisce che l’umano non è mai statico, ma sempre in movimento, costantemente in smontamento e ri-costruzione. Lo “stato” dell’uomo è, per sua natura, antitetico alla quiete: alcune cose, infatti, devono rimanere in continuo movimento per preservare la propria apparente immobilità. Inoltre, il diritto di accesso all’archivio e la possibilità di gestirlo conferiscono «potere»; un potere inteso sia come esercizio di controllo, sia come capacità di cambiamento, ovvero la possibilità di passare da un punto A ad un punto B, trasformando la propria condizione.

Tuttavia, tale metamorfosi non comporta necessariamente un miglioramento. Un esempio particolarmente eloquente di questa dinamica emerge nel cinema, dove un film può offrire uno spunto illuminante per comprendere come le funzionalità dell’archivio possano essere utilizzate sia in modo corretto e benefico, sia in modo errato e dannoso. Ci si potrebbe allora chiedere quale sia l’effettiva pertinenza di ricorrere alla trama di un film per affrontare un tema di tale complessità. A questa obiezione si può rispondere sottolineando il valore della comunicazione metaforica, uno strumento che si rivela particolarmente efficace nel descrivere, analizzare e approfondire questioni di grande urgenza e rilevanza.

2. LA COSCIENZA DELL’ASSASSINO E IL DISPOSITIVO ARCHIVISTICO

La pellicola cinematografica a cui faccio riferimento è In Bruges – La coscienza dell’assassino, diretta da Martin McDonagh e prodotta da Focus Features nel 2008. Il cast annovera attori di grande rilievo: Ray, il protagonista, è interpretato da Colin Farrell; Harry, l’antagonista, da Ralph Fiennes; mentre Ken, il mediatore tra i due e mentore morale, è portato sullo schermo da Brendan Gleeson. Stando alle dichiarazioni di McDonagh, l’idea di ambientare un film nella città medievale belga di Bruges è nata durante un suo viaggio nella stessa città. Le peculiarità di Bruges – con la sua architettura gotica, le stradine acciottolate e la rete fluviale – lo hanno colpito profondamente, al punto che ha dichiarato che le sue peculiarità, rispetto a città più celebri come Venezia o Parigi, l’hanno resa l’unico luogo adeguato ove ambientare l’opera. McDonagh ha persino affermato che, qualora non fosse stato possibile girare a Bruges, avrebbe abbandonato il progetto9. La città di Bruges, afferma il regista, gli ha suscitato un senso ambivalente di bellezza e stranezza. Due parti del suo cervello sembravano dialogare tra loro: una, entusiasta e affascinata dalla cultura cittadina; l’altra, annoiata e insofferente verso l’innumerevole quantità di musei e tour guidati, che lo portava spesso a rifugiarsi nei bar, dove consumava litri di birra. È proprio da questi sentimenti contrastanti che hanno preso forma i personaggi del film, incarnando prospettive opposte10.

In Bruges esplora tematiche filosofiche complesse attraverso una miscela di black humor, violenza e dialoghi autentici. Sebbene non in modo esplicito, la trama offre spunti di riflessione significativi sulla funzione dell’archivio e sulle pratiche di archiviazione, intese – ed è qui che risiede la forza del suo messaggio metaforico – come un tratto costitutivo e intrinseco dell’essere umano, essenziale per definirne l’identità. In definitiva, la narrazione del film affronta le questioni della memoria e dell’archivio, intrecciandole con l’azione e il potere che da esse scaturiscono. Tuttavia, poiché l’apprendimento e il ragionamento non rappresentano le finalità principali di un’opera cinematografica, ma risultano in qualche modo subordinati al piacere estetico generato dalle immagini e dai suoni, condurre un’indagine filosofica su una pellicola richiede un impegno, per certi versi, più complesso e comunque diverso rispetto all’analisi di testi esplicitamente filosofici. Si tratta, dunque, di portare alla luce la dimensione conoscitiva nascosta in un tipo di prodotto culturale in cui essa è spesso celata sotto l’immediatezza dello spettacolo, oscurata dalla più appariscente evidenza dei dispositivi audiovisivi11.

Figura 2. Locandina ufficiale di In Bruges (2008), IMDb, https://www.imdb.com/it/title/tt0780536/

 

2.1 Trama istoriale e personaggi

Dopo un colpo andato male, Ray e Ken, due sicari, ricevono l’ordine dal loro boss Harry di rifugiarsi all’estero e mantenere un profilo basso fino a nuove indicazioni. La missione assegnata a Ken, un killer professionista con anni di esperienza e molte vittime alle spalle, e a Ray, un novizio al suo primo incarico, consisteva in un regolamento di conti con un prete che, per ragioni non specificate, era coinvolto negli affari illeciti di Harry. Tuttavia, durante l’omicidio, Ray finisce per colpire accidentalmente anche un bambino che stava pregando all’altare, uccidendolo con un colpo alla testa. Proprio per il carattere tragico del fallimento, Harry sceglie Bruges, la città medievale belga, come luogo in cui far nascondere i due killer.

Una volta giunti all’hotel prenotato dal loro capo, Ken decide di attenersi al ruolo impostogli: quello del turista straniero in visita per scoprire e ammirare il patrimonio storico-artistico del borgo medievale. Ray, al contrario, appare fin da subito irrequieto e turbato, soprattutto a causa della proprietaria dell’albergo, in dolce attesa, la cui condizione risveglia in lui i terribili ricordi del colpo andato a male e dell’uccisione di una vittima innocente e indifesa. Ray, insomma, fatica a comprendere perché lui e il collega debbano soggiornare lì per due settimane, tormentato e annoiato dall’idea di dover passare giorni a visitare musei e partecipare a tour guidati. L’“avventura archivistica” si apre con un dialogo tra Ken e Ray, usciti per la prima volta la sera, dopo aver sistemato i bagagli. Di fronte a un edificio storico, che Ken indica con entusiasmo a un Ray completamente disinteressato, quest’ultimo pronuncia la frase riportata in apertura del testo: «Io la odiavo la storia. Tu no? È solo un mucchio di cose già successe». Questa battuta non deve essere intesa in senso letterale: in questo contesto, la storia coincide con la trama stessa, ovvero con la mise en scène cinematografica. È proprio a partire da questo momento che si sviluppano le peripezie del cortometraggio, con Ray che esprime tutta l’incoerenza del suo personaggio.

La relazione tra passato e presente è caratterizzata da nessi di intelligibilità autenticamente reciproci: l’incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall’ignoranza del passato, ma non è forse vano affaticarsi nel comprendere il passato senza una conoscenza del presente12. Il protagonista prova una nostalgia per il luogo delle origini, rappresentato dall’involontaria uccisione del bambino, e desidererebbe che quell’evento non fosse mai accaduto: «Io ho ucciso un bambino […] non volevo ucciderlo, ma è morto a causa delle mie scelte. La conseguenza delle mie azioni è che quel bambino non è più qui, e mai più ci tornerà […] intendo in questo mondo, non qui in Belgio» (Ray esplode in lacrime). Le modalità con cui Ray utilizza il proprio archivio interiore risultano estremamente dannose e disfunzionali: per lui, l’accesso a quel passato genera impotenza e incapacità di agire, spingendolo sempre più verso l’idea del suicidio.

In realtà, il vero motivo per cui Ken e Ray si trovano a Bruges è che, all’interno della criminalità organizzata, l’uccisione di un minore è considerata una grave mancanza di onore. Harry, il boss e antagonista, telefona all’hotel e, assicurandosi di parlare solo con Ken, gli ordina di uccidere Ray. Per Harry, un gesto del genere non può essere perdonato: ha scelto Bruges perché, da bambino, aveva visitato la città e ne conservava un ricordo piacevole, ritenendolo un gesto simbolico quasi misericordioso.

Anche l’utilizzo dell’archivio da parte di Harry si rivela profondamente dannoso e disfunzionale: egli attinge selettivamente dal passato per alimentare un potere distruttivo e annientare chiunque ostacoli la sua visione del mondo. Per Harry, il passato fornisce un sistema di valori dogmatico, rigido e integralista, che non ammette deviazioni: chiunque non condivida i suoi principi o si frapponga tra lui e i suoi obiettivi deve essere eliminato.

Questa ossessione per i suoi principi lo porta, nel finale, a un tragico epilogo. Nel tentativo di uccidere Ray durante un inseguimento per le strade di Bruges, Harry spara contro di lui, colpendolo con un paio di proiettili. La scena richiama l’errore commesso da Ray: un nano, apparso in varie occasioni, si trova dietro di lui e viene ucciso accidentalmente da un colpo che gli sfigura il volto, rendendolo irriconoscibile. Convinto di aver ucciso un bambino, Harry, osservando Ray in fin di vita, pronuncia un’ultima frase: «Bisogna rimanere fedeli ai propri principi», prima di rivolgere la pistola contro di sé e premere il grilletto.

Dulcis in fundo, la ragione per cui Harry si reca fino a Bruges per uccidere Ray è legata alle decisioni prese da Ken, la figura positivo-morale. Ken incarna un modello di economia dell’archivio che, a differenza degli altri due appena analizzati, risulta utile e funzionale alla vita. È un personaggio complesso e affascinante, che non dà mai nulla per scontato e non si lascia condizionare da niente e da nessuno. Quando riceve la telefonata di Harry, che gli ordina di eliminare Ray, Ken è subito turbato all’idea di dover porre fine alla vita del suo compagno, specialmente dopo che Ray si era confidato con lui, rivelando il suo senso di colpa e il profondo rimorso. Nonostante ciò, Ken decide con riluttanza di tentare l’orribile gesto. Ray, seduto da solo su una panchina in un parco nei pressi dell’hotel, non si accorge del pericolo imminente. Proprio mentre Ken cerca di sparargli alle spalle, Ray estrae una pistola e la punta alla tempia. In un gesto di ribellione all’ordine di Harry, Ken lo ferma, intimandogli di non farlo. Ne scaturisce un dialogo profondo e intenso tra i due:

 

Ken: «Ascolta, ti darò un po’ di soldi. Prendi un treno e sparisci.»
Ray: «Torno in Inghilterra?»
Ken: «In Inghilterra saresti un uomo morto!»
Ray: «Ken, io voglio essere un uomo morto! Ti era sfuggito per caso?»
Ken: «Tu non vuoi essere un uomo morto.»
Ray: «Ken, io ho ucciso un bambino!» (scoppia in lacrime)
Ken: «Il prossimo lo salverai, Ray. Sistemati da qualche parte, trovati un lavoro e fai qualcosa di buono. Da morto non saresti utile a nessuno. Non puoi riportare in vita quel bambino, ma puoi salvarne un altro. Puoi fare qualunque cosa, Ray. Qualunque cosa!».

 

L’approccio di Ken ci suggerisce che da una corretta amministrazione dell’archivio emerge il potere di creare: nuovi mondi sono possibili. Ken incarna la consapevolezza per antonomasia. È riflessivo, introspettivo, sempre pronto a mettersi in discussione, e le sue azioni sono legate a un potere di cambiamento straordinario. Numerosi episodi dimostrano le sue attitudini, culminando nel sacrificio della sua vita per salvare Ray dalla furia omicida di Harry.

Un esempio particolarmente significativo delle sue “abilità archivistiche” si trova a metà della storia. Dopo aver appreso che dovrà uccidere Ray, i due, entrambi depressi per ragioni diverse, si ritrovano a sniffare cocaina a notte fonda, in compagnia di alcune prostitute e di Jim, il nano che sarà accidentalmente ucciso da Harry nel finale. La conversazione che segue, per quanto alimentata dall’effetto delle sostanze, rivela le virtù di Ken e la sua capacità di interrogarsi persino nel surreale.

Jim, in preda a deliri ideologici, inizia a descrivere un futuro apocalittico segnato da una guerra razziale: bianchi contro neri, senza bisogno di uniformi per distinguersi. Nel suo discorso razzista, sostiene che le divisioni saranno imposte a priori dai tratti somatici e dal colore della pelle, rendendo impossibile scegliere da che parte stare. Ken, con una calma disarmante, risponde: «Però, Jimmy, mia moglie era nera, e io l’amavo molto. E nel 1976 è stata ammazzata proprio da un bianco. Quindi, dove cazzo dovrei schierarmi io in questo apocalittico scenario?».

3. RAPPRESENTAZIONI DI RAY E HARRY NELLA REALTÀ: FORME DI PATOLOGIA SOCIALE

Il passato storico, nelle sue molteplici declinazioni – dalla narrazione cinematografica alla memoria individuale e collettiva, fino allo studio scientifico – è indissolubilmente legato al concetto di «archivio». Riflettere sull’importanza della storia significa riconoscere che essa non è confinata a un tempo ormai trascorso, ma continua a plasmare il presente.

L’idea di «archivio», infatti, non si limita a custodire il passato, ma abbraccia tutte e tre le dimensioni temporali, configurandosi come uno strumento concettuale dinamico. Da un lato, il principio ontologico si riferisce alla memoria – l’organo mentale che rievoca il passato e le origini, il luogo di inizio di un evento. Dall’altro, il principio nomologico riguarda la dimensione attiva del tempo e si proietta verso il futuro, dove la volontà – organo del presente e del futuro 13 – si connette al «senso intenzionato» e al «potere». Così, nel «qui e ora», il passato appare come insieme di oggetti, mentre il futuro ci propone dei progetti14, rendendo lo spirito umano un vero e proprio luogo d’archivio.

Il «Mal d’archivio» di Derrida solleva interrogativi profondi e indaga questioni complesse15. Bisogna chiedersi se il concetto di «archivio», come proposto attraverso le lenti del film e dei suoi personaggi, rispecchi tematiche rilevanti per l’attuale status quo. Ciò che In Bruges illustra si riassume nell’espressione: «La bolla del presente non vissuto, paura del futuro e passato come rifugio». Fabio Bartolo Rizzo, in arte Marracash, con il suo nuovo album È finita la pace, interpreta la contemporaneità con intensità, suggerendo che siamo sempre più vicini al crash – termine che, nel gergo informatico, indica un sistema sovraccarico di informazioni. In questo scenario, Ray incarna una forma di suicidio simbolico, una nostalgia verso un passato idealizzato o oppressivo, una paralisi verso un futuro privo di speranza e un presente alienante.

È curioso come, nonostante la varietà di prospettive e termini, si ritorni sempre allo stesso fenomeno nocivo.

Abnorme flusso di informazioni di qualità variabile, prodotto e diffuso con rapidità sia dai media tradizionali sia digitali, genera disinformazione e distorsioni della realtà, con effetti pericolosi sui comportamenti sociali 16.

Si tratta di un prodotto tipico del nostro tempo, che induce ansia generalizzata e una difficoltà nel disfare i nodi dell’appartenenza in un mondo iperconnesso. L’eccessivo flusso di dati può favorire pratiche di archiviazione malsane, come quelle che vediamo in Ray e Harry.

Harry, al contrario di Ray, incarna l’adozione di forme di violenza e individualismo tossico, costruendo verità ad uso personale, in contrasto con il bene collettivo e il senso civico. Il carattere effimero delle informazioni fa sì che molti dimentichino, ad esempio, le manifestazioni dei terrapiattisti, dei negazionisti del Covid-19 e dei No‑vax 17 18 e dei No‑vax tout court19.

Figura 4. Clip dal film La spada nella roccia, Wolfgang Reitherman, 1963.

 

Figura 5. Il 9 gennaio 2022, il capogruppo della Lega Giuseppe Degradi ha pubblicato sul proprio profilo Instagram una raffigurazione di Mario Draghi presentandolo come Adolf Hitler.

I rischi associati all’idolatria degli “influencer gnoseologici” e alle pratiche di archiviazione che ne derivano sono evidenti e profondamente radicati, con conseguenze che minano le fondamenta della comunità accademica. Prendendo ad esempio il settore delle scienze umane, si nota che l’idolatria si estende anche ai divulgatori scientifici. Ci si chiede: perché, con l’inizio del conflitto russo‑ucraino, vengano invitati a dibattiti televisivi intellettuali autori che pubblicano volumi solo quando il tema è in voga 20 mentre studiosi consolidati non ricevono la medesima visibilità?

Alla luce dei casi analizzati, è evidente che per i soggetti coinvolti è in atto un processo di archiviazione – un movimento la cui direzione rimane confusa. Al contrario, vi sono soggetti, sia individuali che collettivi, che traggono enormi vantaggi dall’accumulo e dalla catalogazione di un flusso smisurato di dati, promuovendo una logica in azione precisa e una visione nitida del futuro. È necessario, inoltre, evitare una lettura unilaterale del fenomeno, che rischierebbe di semplificare eccessivamente la questione.

Nella polis greca, l’archeîon (ἀρχεῖον) era la dimora dei magistrati supremi, gli arconti, presso cui venivano custoditi i documenti ufficiali – non solo come guardiani, ma anche interpreti 21. Da qui emerge come l’archivio sia intrinsecamente legato al concetto di «potere» e alle modalità del suo esercizio.

Questa questione non potrà mai essere ridotta a una mera questione politica: essa pervade l’intero campo, definendo il politico come res publica. Nessun potere politico esiste senza il controllo dell’archivio, se non in termini di memoria. La democratizzazione effettiva si misura dalla partecipazione e dall’accesso, sia all’archivio che alla sua interpretazione 22.

4. ARCHIVIO, POTERE E FUTURO

Le parole di Derrida evidenziano che un sistema è democratico nella misura in cui garantisce l’accesso agli archivi e fornisce gli strumenti per la loro comprensione e interpretazione 15. In precedenza si era fatto riferimento alla democratizzazione del sapere tramite la digitalizzazione – la cosiddetta civiltà dell’informazione – un processo che, sebbene prezioso, non è neutrale, così come l’archivio contemporaneo, che diventa uno strumento di potere per decidere cosa viene ricordato e cosa relegato all’oblio.

Il contributo di grandi pensatori del secolo scorso ci mostra come l’organizzazione del sapere sia il risultato di rapporti di potere storicamente situati 23. In questo contesto, mi concentrerò sulla storia, ambito in cui il concetto di «archivio» riveste un ruolo fondamentale.

4.1 Il capitalismo della sorveglianza

Con l’avvento delle tecnologie digitali assistiamo a una trasformazione dell’individuo da cittadino a utente e a una “asimmetria senza precedenti nella conoscenza e nel suo potere” 24. Oggi il controllo elitario del sapere è esercitato da motori di ricerca e social media, che detengono l’oligopolio tecnologico e operano in maniera poco trasparente 15. Se molti dei loro servizi sono “gratuiti”, sorge spontaneo interrogarsi sul vero prezzo che paghiamo.

In meno di due decenni, i proprietari delle “Big Tech” hanno acquisito un potere tale da rivaleggiare con i governi nazionali 25. Le tecnologie sono strumenti al servizio di uno scopo e la loro progettazione è determinata da chi detiene il potere. Esse possono essere usate per il bene o per il male, e il futuro digitale che ne deriva può essere positivo se usato correttamente. Il problema è che i detentori dell’oligopolio tecnologico stanno espropriando il diritto alla privacy e alla conoscenza, sfruttandoli per alimentare un mercato aggressivo 26. Shoshanna Zuboff definisce questo fenomeno “capitalismo della sorveglianza”, in cui l’esperienza umana viene trasformata in dati sui comportamenti, dando origine a un surplus comportamentale privato che, tramite processi sofisticati, viene convertito in prodotti predittivi in grado di “vaticinare” cosa faremo a breve e a lungo termine 27.

4.2 L’architettura dell’archivio digitale

Il capitalismo della sorveglianza dà origine a nuove forme di potere, che Zuboff definisce “ideologia strumentalizzante”: un sistema di credenze basato sull’indispensabilità dei prodotti tecnologici, inculcato nelle strutture cognitive delle persone tracciate e sfruttate, e che si fonda sul tacito consenso dei sottoposti 28. I fautori di questo progetto non si nutrono di lavoro, bensì di ogni aspetto della vita umana 29.

Non ho affermato casualmente, né per semplice effetto stilistico, che l’archivio progettato dagli oligarchi del digitale sia una struttura vivente: le persone stesse ne costituiscono le fonti, i documenti custoditi nell’archivio digitale del capitalismo della sorveglianza 30. L’archivio assume la struttura di un alveare umano. Nei paragrafi precedenti abbiamo visto come esso sia il fondamento della soggettività; il capitalismo della sorveglianza sfrutta questa natura per costruire il proprio archivio, manipolando gli archivi individuali attraverso sofisticati processi di profilazione nelle piattaforme social.

Figura 5. Alcuni esempi di “archivi” elettronici e personali: elenco Playlist di YouTube; struttura di un profilo Instagram; sezione “Elementi salvati” di Instagram; elenco iscrizioni a canali YouTube; archivio delle storie di Facebook; archivio delle storie di Instagram (da sinistra a destra, dall’alto al basso).

Gli oligarchi del digitale, controllando archivi in costruzione che favoriscono la capitalizzazione della memoria collettiva, si arrogano il diritto di creare il futuro e di influenzare profondamente la storia dei posteri 15. Secondo Derrida, «questa questione non sarà mai determinabile come una questione politica tra le altre», e, come storico, mi pongo domande sul mestiere: le esperienze, documentate in modo seriale, costituiscono un archivio personale che si integra in un puzzle più grande, un archivio collettivo non deciso dall’utente. Chi avrà il potere di selezionare le fonti del passato da tramandare? Quante nuove tipologie di documenti si stanno formando? Persino le conversazioni con l’intelligenza artificiale e le ricerche online lasciano tracce che parleranno alle generazioni future.

Il capitalismo della sorveglianza e i suoi promotori ci pongono di fronte a una sfida contro il diritto naturale del futuro, ossia la capacità di ogni essere umano di immaginare, decidere e costruire un avvenire 31. Zuboff ci interroga sulle implicazioni di questo cambiamento per i nostri figli, per le democrazie e per il futuro dell’essere umano in un mondo digitale 32. Nonostante le preoccupazioni, essa ci ricorda che il futuro non è garantito 33.

5. UN MESSIANISMO SENZA MESSIA: KEN E IL PROGETTO «ALCIONE»

Nell’elaborare il concetto di capitalismo della sorveglianza, Zuboff usa il verbo «vaticinare» per descrivere l’impulso di archiviare i dati comportamentali, simile al compito di un profeta. Il termine deriva dal latino vaticinari («predire, profetizzare»), con il suffisso -ari che indica azione, da vates, ovvero profeta.

Il «Mal d’archivio» non è solo la nostalgia per il passato, ma una malattia che nasce dalla tentazione di prevedere l’indefinito e costruire una certezza assoluta. In questo senso, l’archivio limita la libertà individuale, proiettando l’umanità in una logica deterministica o messianica. Le dinamiche di costruzione e controllo dell’archivio digitale sostituiscono la violenza fisica con quella intellettuale e simbolica 34.

A Derrida, per contrastare questa “febbre archivistica”, è necessario un “antidoto”: una nozione di «messianico ex novo», che rifiuti il tradizionale messianismo basato su una figura redentrice, aprendo invece a un’attesa sempre aperta dell’evento messianico.

Il modello di economia dell’archivio di Derrida trova corrispondenza in In Bruges nel personaggio di Ken: “vogliamo essere come Ken, e lo saremo attraverso la nostra rivista”. Alcione rappresenta la nostra volontà di volere e sarà il lascito ai posteri, un progetto per un futuro costruito sul libero arbitrio e sulla libertà di pensiero ed espressione. È fondamentale ricordare: «un’affermazione non ha il diritto di presentarsi se non a condizione di poter essere verificata» 35. Disporre del libero arbitrio nella scrittura della storia non significa legittimare l’anarchia, ma implica un approccio metodologico basato sulla verifica, come quello di citare ogni fonte per promuovere una società delle pari opportunità.

 

Autore

  • Stefano Baldini

    La mia formazione prende avvio dallo studio della storia dei concetti politici e giuridici, approfondito durante la triennale in Scienze storiche all'Università di Padova. Successivamente, nel percorso magistrale presso lo stesso ateneo, ho ampliato il mio orizzonte di ricerca verso la storia e la teoria culturale dei secoli XIX e XX, integrando studi in scienze filosofiche e vivendo un'esperienza internazionale di sei mesi a Parigi, presso l'Université Paris Cité, grazie al programma Erasmus. Queste esperienze mi hanno permesso di sviluppare un approccio interdisciplinare, alimentando una costante riflessione sul presente e sulle dinamiche culturali che plasmano la nostra società.

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  1. In Bruges – La coscienza dell’assassino, diretto da McDonagh Martin (Focus Features, 2008).[]
  2. Marracash, «Crash», È finita la pace (Island Records, 13 dicembre 2024).[]
  3. Cannarella Carmelo – Piccioni Valeria, Il Mal d’Archivio: raccogliere, catalogare e classificare il maggior numero di informazioni possibile.[]
  4. Derrida Jacques, Mal d’archive: une impression freudienne, 1995; Mal d’archivio. Un’impressione freudiana, 1996.[]
  5. I testi di riferimento per la dissertazione del filosofo francese, messi in dialogo tra loro, sono: Freud Sigmund, L’uomo Mosè e la religione monoteistica; Yerushalmi Yosef Hayim, Il Mosè di Freud. Giudaismo terminabile e interminabile (pubblicato per la prima volta nel 1993), e l’opera di Derrida, che decostruisce e commenta lo scritto di Yerushalmi mentre analizza il lavoro di Freud alle prese con Mosè e il suo spettro. Lo spettro di Mosè, in effetti, tormenta tutti e tre gli autori. Sebbene la trattazione qui proposta non segua in modo ortodosso il lavoro seminariale di Derrida, desideriamo sottolineare che la sua opera è stata fondamentale per l’elaborazione e l’organizzazione delle argomentazioni presentate.[]
  6. Cabassi Andrea, “Mal d’archivio” Una impressione freudiana, di Jacques Derrida, in: «Ricerca psicoanalitica. Journal of the Relationships in Psychoanalysis», 1997, Anno VIII, n. 2, pp. 173-177[]
  7. Derrida, Mal d’archivio, p. 1.[]
  8. Weber Max, Economia e società. Teoria delle categorie sociologiche Vol. 1, p. 4. «Per agire “sociale” si deve intendere un agire che sia riferito, secondo il senso di un individuo o di un gruppo di individui, intenzionato dall’agente o dagli agenti, all’atteggiamento di altri individui e orientato, nel suo corso, in base a questo»[]
  9. «PopEntertainment.com: Martin McDonagh (2008) interview about In Bruges».[]
  10. In Bruges. Interview to Martin McDonagh and Colin Farrel, in: «Charlie Rose – The power of questions».[]
  11. Curi Umberto, Cinema e filosofia, in: «Insegnare filosofia: modelli di pensiero e pratiche didattiche», p. 293.[]
  12. Bloch Marc, Apologia della storia o Mestiere di storico, p. 36.[]
  13. ARendt Hannah, La vita della mente, 1987[]
  14. Zuboff Shoshanna, Il capitalismo della sorveglianza, pp. 348–49[]
  15. Cannarella – Piccioni, Il Mal d’Archivio.[][][][]
  16. Accademia della Crusca, s.v., Infodemia.[]
  17. Terrapiattisti, parla il relatore: “La Terra non è sferica, ecco le prove”, Il Mattino, 23 aprile 2019; Vicentini Laura, Terrapiattisti a Milano: “In Antartide dimostreremo che la Terra è piatta”, Corriere di Milano, 24 novembre 2019.[]
  18. Coronavirus: i negazionisti europei scendono in strada, Euronews, 20 settembre 2020; Barbascura X, Ho incontrato la piazza dei NEGAZIONISTI del COVID, 20 novembre 2020; Cazzullo Aldo, Siccome non ho il virus il virus non esiste, Corriere della Sera, 30 agosto 2020; Spadaccino Maria Rosaria, Conosci nessuno morto per il Coronavirus? I negazionisti in piazza, Corriere della Sera, 11 ottobre 2020; Cazzullo Aldo, La prevalenza digitale del Negazionista-Complottista, Corriere della Sera, 22 ottobre 2020.[]
  19. []
  20. Orsini Alessandro, Ucraina. Critica della politica internazionale, 2022; «Il prof. Orsini all’ambasciatore Sessa: …», La7 Attualità, 11 aprile 2022…[]
  21. Cabassi Andrea, Mal d’archivio, p. 174.[]
  22. Derrida Jacque, Mal d’archivio, pp. 4-5.[]
  23. Foucault Michel, L’archeologia del sapere, 1971; Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, 1976; La volontà di sapere. Storia della sessualità. Vol. 1, 1978.[]
  24. Zuboff Shoshanna, Il capitalismo della sorveglianza, p. 21.[]
  25. Oggi tutto passa attraverso Internet, e chi non lo utilizza rischia l’esclusione – vedi Cadwalladr Carole e Graham-Harrison Emma, Revealed: 50 Million Facebook Profiles Harvested for Cambridge Analytica in Major Data Breach, The Guardian, 17 marzo 2018; e altri esempi relativi a Donald Trump[]
  26. Zuboff Shoshanna, Il capitalismo della sorveglianza, p. 17.[]
  27. Zuboff Shoshanna, Il capitalismo della sorveglianza, p. 18.[]
  28. Sini Carlo, La scrittura e il debito. Conflitto tra culture e antropologia, p. 71: «Tutto ciò non è che la copertura ideologica di una dominazione reale»[]
  29. Zuboff Shoshanna, Il capitalismo della sorveglianza, p. 19.[]
  30. Ivi, p. 20.[]
  31. Zuboff Shoshanna, Il capitalismo della sorveglianza, p. 30.[]
  32. Ivi, p. 17.[]
  33. Ivi, p. 33.[]
  34. Sini Carlo, La scrittura e il debito, p. 71.[]
  35. Bloch Marc, Apologia della storia, p. 68.[]

Stefano Baldini

La mia formazione prende avvio dallo studio della storia dei concetti politici e giuridici, approfondito durante la triennale in Scienze storiche all'Università di Padova. Successivamente, nel percorso magistrale presso lo stesso ateneo, ho ampliato il mio orizzonte di ricerca verso la storia e la teoria culturale dei secoli XIX e XX, integrando studi in scienze filosofiche e vivendo un'esperienza internazionale di sei mesi a Parigi, presso l'Université Paris Cité, grazie al programma Erasmus. Queste esperienze mi hanno permesso di sviluppare un approccio interdisciplinare, alimentando una costante riflessione sul presente e sulle dinamiche culturali che plasmano la nostra società.

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