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Il primo impero coloniale europeo: l’affermazione dell’impero spagnolo fra spinta ideologica e organizzazione burocratica.

L’epopea della nazione spagnola, dalla sua nascita fra le radure aride e secche dell’Estremadura, sino all’affermazione come grande monarchia europea e poi, a impero oceanico nel giro di una letterale manciata di anni, appare ormai esempio fulgido di ascesa di uno dei primi imperi coloniali della storia. Fortunata negli incroci matrimoniali, nel finanziare felici esplorazioni oceaniche, nell’infilare una serie di vittorie militari terrestri capaci di far apparire i tercios dell’esercito spagnolo sostanzialmente imbattibili1, quella iberica fu la prima duratura esperienza europea fuori dall’Europa. Ma può trattarsi unicamente di fortuna? Sicuramente no. Obnubilati da quasi due secoli di supremazia anglosassone, l’immagine del vessillo bianco con la croce di Sant’Andrea, appare impolverato e colpevole di efferati eccidi nelle Americhe, logoro e lordo di sangue. La corona di Spagna degli Asburgo, da Carlo V, fino all’ultimo ancora capace dei suoi avi, Filippo IV, ha rappresentato per la storiografia moderna un oggetto di studio che poco accademicamente si potrebbe definire scontato. Emblema della pessima nomea che il ramo iberico ha portato con sé, vi è il figlio di Carlo, Filippo II, forse primo vero monarca della Spagna moderna, in considerazione del fatto che i bisnonni, i Cattolicissimi Ferdinando D’Aragona e la ben più potente Isabella di Castiglia, non ufficializzarono mai l’unione del regno. Bisognerà aspettare i risvolti successivi, l’inadempienza della figlia Giovanna (la Pazza), ma soprattutto il seme del rampollo austriaco Filippo I (il Bello). Ma se Giovanna era naturalmente spagnola – per la precisione Castigliana –, di certo il marito non poteva essere lo stesso. E Carlo V? Carlo com’è noto parlava molte lingue, ma era nato a Gand, nelle Province unite spagnole, gli odierni Paesi Bassi, e uomo di quelle lande rimase2 sino all’abdicazione; anche quando l’infinita estensione del suo impero lo mise di fronte alla necessità di avere una corte itinerante3 e, quindi, un palazzo reale perennemente in movimento, costretto a prendere il mare ogni volta che doveva superare le insidie del nemico di sempre: il francese. Dunque, Filippo II primo vero monarca spagnolo; Filippo II che, come detto precedentemente, subì il critico e poco gentile parere dell’analisi storica. Per i suoi nemici di sempre, non più i francesi, ma gli inglesi, egli era come un aracnide sulla ragnatela, in attesa di prendere le sue prede. Per gli studiosi moderni fu un indegno erede: troppo temporeggiatore e timido per il Braudel4[4]; incapace di infondere uno spirito borghese nel popolo spagnolo per la scolastica moderna. 
Ciò che però troppo poco è stato ancora approfondito, è l’incredibile sfida che Filippo II si trovò ad affrontare. Egli non era alla guida di un regno qualunque, ma del primo impero oceanico. I problemi che si trovò a dirimere dal punto di vista sociale, culturale, militare e quindi soprattutto logistico, furono contraddistinti dall’unicità e il primato. Per la prima volta un’élite europea naturalmente medievale, poco incline alla burocrazia, proprio come ogni classe al comando del periodo, si trovò a dover creare un sistema che potesse unire persone e organizzazioni dalle Filippine al Perù e dal Cile all’Italia, passando ovviamente per la nuova capitale prescelta: Madrid5. Non una città portuale come Lisbona (la corona del Portogallo verrà presa Filippo), non una città direttamente collegata al mare come Siviglia, da dove arrivavano le navi cariche d’oro e argento americano; no, Filippo scelse Madrid, poiché in fin dei conti la Spagna era e rimaneva una monarchia continentale. La scoperta dell’America di Colombo, in effetti, nonostante l’importanza nel dettare i tempi dello storico, non rappresenterà un segno di rottura per il vecchio continente. Dal punto di vista economico, il Grande Mediterraneo cesserà di essere l’epicentro degli scambi solo dal 1650 circa in poi6. Per assurdo, proprio in concomitanza con la chiusura del Siglo de Oro – il secolo d’oro dell’impero spagnolo. Allo stesso modo, dal punto di vista culturale, la scoperta dell’America e la sua successiva colonizzazione, non modificò i rapporti di potere fra le classi sociali, né di conseguenza minò l’organizzazione delle istituzioni che da secoli contraddistinguevano le forme di potere europee. Se l’idea d’impero non trova facilmente posto nell’Europa contemporanea, schiacciata politicamente dai veri imperi del nostro tempo – Usa e Cina – è interessante soffermarsi su come l’idea d’impero squisitamente europeo non solo geograficamente parlando, ma come idea politica e culturale, capace di interessare continenti fra loro lontanissimi, nasca proprio agli albori dell’Età moderna, precisamente con l’affermarsi dell’Impero di Carlo.
Di fatto, come vedremo nel secondo capitolo, nonostante questa novità, le caratteristiche delle organizzazioni burocratiche messe in atto dalla struttura spagnola e poi riprese e modificate in base alle necessità dalle seguenti potenze coloniali, mostravano ancora le tipiche caratteristiche collegiali dei consigli medievali. Scopo di quest’articolo, seppur breve, è quello di suggerire nuovi orizzonti di ricerca su ciò che fu a livello organizzativo e ideologico il primo impero oceanico della storia e, di come, dal punto di vista etimologico, l’idea di Europa nel senso culturale, forse, non sia altro che un costrutto sociale e culturale. 

1. La Crociata infinita

Nonostante quanto detto nell’introduzione, un attento lettore potrebbe far notare come il primo vero esperimento di Europa culturale fuori dall’Europa geografica (nel modo in cui la intendiamo, dunque dimentichiamoci l’arrogante pretesa di considerare l’antichità romana come soggetto politico europeo in chiave moderna), furono i regni crociati sorti in seguito alla prima spedizione militare indetta da Papa Urbano II nel 1096. Tuttavia, per quanto corretto, l’esperienza crociata si concluse nel fallimentare crollo del Regno di Gerusalemme. Il tentativo cattolico di riportare la Terra Santa sotto la Grande Croce si scontrò con diatribe interne, comandanti incapaci, interessi differenti e, non da ultimo, un formidabile avversario come il Saladino. Naturalmente il breve dominio non fu sufficiente per influenzare culturalmente gli usi locali. La Mezzaluna, quando tornò padrona dei luoghi sacri, non ci mise molto per ristabilire la sua influenza socioculturale. Terminava così, ingloriosamente, la prima forma di colonizzazione da parte del mondo europeo nei confronti di altre società, nazioni e culture. Ironia della sorte, il successivo sorgere e imporsi dell’Impero Ottomano, ribalterà i destini dell’est Europa. Con la conquista di Costantinopoli, dei Balcani e di grandi isole come Creta e Cipro, sino a prima dominii della Serenissima Repubblica di Venezia, la Sublime Porta riuscirà nella conquista e nella colonizzazione di uno spazio profondamente diverso7, europeo dal punto di vista culturale e geografico e, a differenza dei crociati, riuscirà a stabilire un legame con le popolazioni locali che permetterà un dominio lungo oltre quattro secoli. Lo spazio inteso come europeo, noterà un attento lettore, diviene naturalmente uno spazio prima di tutto cristiano, indifferentemente dalla possibilità che la dottrina debba considerarsi cattolica o ortodossa. 
Mentre i cavalieri francesi, inglesi, italiani e tedeschi erano impegnati nella liberazione del Santo Sepolcro però, dall’altra parte del Mediterraneo, era in corso un’altra Crociata, non dichiarata apertamente, ma benedetta dai Papi di Roma: la Reconquista. I sovrani cattolici di Spagna, gli eredi del potere visigoto insidiatosi nella penisola iberica nel corso del V secolo, subirono la Renovatio Imperii di Giustiniano prima e poi, con maggior sofferenza, l’invasione araba che determinò un ruolo di sudditanza e debolezza sia dal punto di vista militare che culturale8. Il mondo arabo, durante il corso dell’Alto Medioevo, espresse conoscenze artistiche, matematiche e scientifiche ormai perdute nell’occidente cristiano cattolico. Questa superiorità semitica venne ben presto minata da dissidi interni e dalle consuetudini guerriere dei regni di Castiglia, Aragona, Navarra e Portogallo. Dopo la battaglia di Las Navas del 1212, la Reconquista imboccò il sentiero finale che nel giro di quasi tre secoli avrebbe portato alla conquista cristiana dell’intera penisola, culminata con l’assedio di Granada del 1492, lo stesso anno della spedizione di Colombo. Va da sé scontato considerare come la nascita dello stato spagnolo venisse percepito come un disegno voluto da Dio e che solo in Dio questa unità potesse continuare9. In altre parole, l’unità di Spagna poteva compiersi sono in nome dell’omogeneità religiosa10. Dunque, non vi era posto per ebrei e mussulmani. I primi a adoperarsi nella cacciata furono Isabella e Ferdinando che, con gran zelo, spinsero gli ebrei a emigrare o a convertirsi (i conversos, com’erano chiamati, una volta divenuti cristiani potevano essere perseguitati dalla Santa Inquisizione come falsi credenti)11. In seguito, i mori che abitavano l’Andalusia vennero spinti ad andarsene e, anche re Filippo II, che dovette affrontare le rivolte interne degli stessi, si prodigò nella cacciata12. L’unità, quindi, passava per un solo credo, vietato disobbedire a questo dogma. L’esempio di questa granitica unità è riscontrabile nella mancata penetrazione delle idee protestanti post 1517. Nonostante all’epoca la corte di Carlo V fosse composta da simpatizzanti mitteleuropei di Lutero, non vi era spazio per la loro fede nella Spagna di allora. Nemmeno la diffusione dell’Elogio alla Pazzia di Erasmo da Rotterdam aiutò il diffondersi di eresie se non nella ristretta cerchia della corte di Carlo13. Se consideriamo il concetto di Europa in termini culturali, diversamente da come erano soliti fare i contemporanei dell’Imperatore Carlo, ossia come un’idea geografica a cui tuttavia potrebbe confarsi un certo confine culturale blindato dal pattern cristiano, la Spagna, a causa della sua intransigenza religiosa, potrebbe considerarsi una super-Europa in senso ideologico. Come recitava il poeta Hernando de Acuña: un gregge, un solo pastore terreno, un monarca, un impero e una spada14. Dove il solo pastore era naturalmente il Dio biblico del Nuovo Testamento.
Ma se la Spagna era e poteva essere raccolta sotto un’unica fede, le energie della vittoriosa crociata contro i moriscosora avrebbero dovuto trovare un nuovo obiettivo, un nuovo altro, contro cui rivolgersi. L’economia del paese era cresciuta grazie all’esportazione di lana merinos, di cui il regno di Castiglia deteneva il monopolio; la diffusione dell’allevamento ovino e la promessa di ricchezza che questo portava con sé, fece sì che il lavoro agricolo divenisse meno appetibile per piccoli e grandi latifondisti (con future disastrose conseguenze alimentari), facendo esplodere un’anacronistica disoccupazione che ben si sposava con le costanti guerre di Carlo prima e Filippo poi15. Inoltre, con il Sacco di Roma del 1527, Carlo fece capire che l’Imperatore era superiore alle diatribe fra cattolici e protestanti, dunque pace fu; ma soprattutto, dopo la battaglia di Pavia, per qualche anno fu pace per tutti i cristiani e quindi per tutta Europa. In seguito, la battaglia di Lepanto contro i turchi e la seguente perdita d’interesse per il Mediterraneo, fecero volgere a Occidente: era l’ora dell’Atlantico16. Dall’altra parte dell’Oceano, fra imperi violenti e tribù di selvaggi, la crociata poteva continuare. Questa volta tuttavia, alla spada, necessaria per contrastare i maomettani, venne spesso preferita la liturgia e, una volta constatato che anche i selvaggi avevano un’anima17 e non erano animali, la Spagna da monarchia geograficamente europea, poté divenire Impero europeo transoceanico. 

Mappa 1. I Regni della Spagna nel 1210 (https://it.wikipedia.org/wiki/Regno_di_Castiglia#/media/File:506-Castile_1210.png;https://it.wikipedia.org/wiki/Regno_di_Castiglia).

2. Razionalizzazione dell’Impero: limiti e successi

La questione religiosa nella realizzazione dell’impero spagnolo e quindi nella realizzazione dell’impero europeo oltreoceano diviene pregnante quindi. Se l’energia scatenata dalla Reconquista aveva fatto unita la corona degli stati spagnoli, essa era per tutti la chiave di volta anche per la conquista dello spazio oltre oceano. L’idea solamente, tuttavia, non poteva essere sufficiente a generare l’impero. Così come non possiamo considerare l’idea di Europa come un concetto chiaro e definito per gli uomini del tempo di Carlo, allo stesso modo non possiamo considerare nelle corde dei suoi contemporanei la volontà di erigere un impero con matematica chiarezza. Se nella religione essi avevano trovato il solo senso del tempo, la scoperta del nuovo continente, sicuramente mise in crisi molti credenti, poiché l’assenza nei testi sacri della terra oltre le colonne d’Ercole metteva in crisi i teologi più tradizionalisti18. Non ci è possibile escludere fra le cause della crisi della cristianità agli inizi del ‘500 anche il cambiamento geografico che la scoperta americana comportò. Crisi della cristianità che, come detto precedentemente portò a un radicale cambiamento negli stati europei, ma non nell’idea stessa di europeicità, dato che nonostante le differenze fra protestanti, cattolici e ortodossi vi fu sempre un comune modo di rappresentarsi membri di uno stesso spazio geografico. 
Di certo, questo spazio geografico, che ora lambiva entrambe le coste dell’oceano Atlantico, era oltremodo eterogeneo e popolato da popolazioni totalmente diverse. Per governare più facilmente le nuove zone era necessario organizzare i territori in maniera logica. Per farlo, per razionalizzare l’Impero, la Spagna si profuse in una serie di sforzi particolari, diversi rispetto a quelli che nello stesso momento stava portando avanti il Portogallo. Mentre i lusitani seguirono il classico espansionismo commerciale, stabilendo basi commerciali19 e soltanto in seguito creando vere e proprie colonie, gli spagnoli stabilirono sin da subito organismi statali attraverso la concessione di grandi feudi tracciati sulla carta3, nella totale disconoscenza delle popolazioni che vivevano su quei territori. 
La razionalizzazione dell’Impero, del resto, non fu altro che un importare e un riadattare alle eventuali diversità del territorio americano le precedenti esperienze imperiali spagnole all’interno del territorio europeo. 
Il regno di Spagna era nato dall’unione dei regni iberici, divenuti, dopo il matrimonio di Isabella e Ferdinando, vicereami, ossia compagini territoriali dotate di una certa autonomia che dovevano rispondere al volere di un sovrano che unicamente nell’idea godeva di un potere assoluto, mentre nella realtà doveva spesso e volentieri sottostare alle richieste dei viceré; anch’essi legati al volere di un Consiglio che rappresentava la volontà del sovrano nel territorio corrispondente. Esempi geograficamente europei di questa conformazione sono il Vicereame di Napoli, influenzato e controllato nelle scelte dal Consiglio Collaterale e il Vicereame della Catalogna, a sua volta rispondente al Consiglio dell’Aragona. Lo spazio americano quindi venne suddiviso, con sostanziali cambiamenti nel corso dei secoli, nello stesso modo in cui era stato organizzato lo spazio europeo. 
Al termine del percorso di colonizzazione e razionalizzazione burocratica dell’enorme spazio americano nacquero quattro vicereami: Vicereame della Nuova Spagna; Vicereame del Perù; Vicereame della Nuova Granada; Vicereame del Rio de la Plata20.
Tutte queste organizzazioni statali, rette da un viceré con poteri simili a quelli di un sovrano, dovevano rispondere direttamente al, quasi, onnipotente Consiglio delle Indie3, un ordine supremo, formato da una decina di membri nominati direttamente dall’Imperatore Carlo prima e da Filippo II poi, e che solo ai due e ai successivi eredi, doveva rispondere. Ovviamente, i membri del consiglio erano nobili di Castiglia21 ed è necessario fare attenzione a questa peculiarità: l’essere nobili del vicereame che aveva dato vita all’unità della nazione, mette in luce come per i signori della Castiglia e anche per il sovrano fosse di vitale importanza sottolineare il carattere non tanto spagnolo quanto più iper-regionalista e castigliano della faccenda. I territori d’oltreoceano, quindi, prima che essere della Spagna erano della Castiglia. Pensare in termini di europeicità di fronte a tanto regionalismo castigliano, appare fuoriluogo, se non fosse che il collante religioso travalicasse le questioni commerciali e burocratiche. Quindi, se anche chi comandò nelle Americhe fu irriducibilmente un gruppo di uomini castigliani (almeno fino agli inizi del XVIII secolo), coloro che furono attivi nelle colonie furono uomini spagnoli provenienti da tutti i vicereami della compagine imperiale europea. L’organo principale delle colonie, la grande organizzazione burocratica adagiata e controllante dei vicereami, il Consiglio delle Indie, venne istituito da Carlo V nel 1524 col nome di Real Y Supremo Consejo de las Indias22 e per quasi due secoli e mezzo rappresentò la principale forma di potere sulle colonie amerinde e di fatto, fu l’apparato parallelo al Consiglio di Stato con cui il sovrano poteva mantenere il controllo sulle colonie. A esso, inoltre, era incorporata la Casa de Contrataciòn, una sorta di amministrazione centrale di questo che aveva lo scopo capillare di tener conto di ogni vascello mercantile e militare dei vicereami3. Era chiaro come il principale scopo del Consiglio fosse avere chiarezza delle faccende commerciali delle colonie – ricordiamo che il consiglio era situato a Madrid, a migliaia di chilometri di distanza – ma non disdegnò di indirizzare dal punto ideologico l’azione dei viceré e di conseguenza della struttura burocratica che sotto di essi aveva forma. Premura del Consiglio fu, fin da subito, anche la diffusione della dottrina cristiana, la tutela delle popolazioni amerinde e la mescolanza delle popolazioni3. In contrasto con quanto perpetrato dai coloni protestanti nel Nord America, la Spagna non legiferò mai e non osteggiò mai l’unione fra spagnoli (detti peninsulares) e nativi, o anche creoli (criollos), ossia spagnoli nati nei vicereami3.
È possibile, col senno di poi, intravvedere in questo un progetto di fusione dei popoli sotto l’egida della cattolicità e della corona spagnola? Possiamo intravedere, indirettamente, un tentativo di rendere “spagnoli” e quindi “europei” dal punto di vista religioso, civico e culturale le popolazioni coloniche? 
Nel tentativo di rendere più adeguato il volere della corona rispetto alle esigenze dei vicereami, a fianco ai viceré vennero create le audencias3: una sorta di tribunali con il potere di legiferare. Esse erano sia arma per e contro gli stessi, potendo mettersi di traverso rispetto le scelte di questi. Il loro potere legislativo toccava materie di vitale importanza, dal commercio all’amministrazione. Considerata la vastità degli stessi vicereami, il controllo capillare poteva venire meno nei territori più distanti dalle capitali coloniali come Città del Messico, Lima, etc., dunque nacque la figura dei corregidores: governatori con potere di regolamentare la vita degli spazi politici più lontani3; potremmo vedere in questi la medesima situazione del Ducato di Milano che, troppo ricco e potente per essere direttamente controllato da Napoli, al suo governatore vennero concessi poteri particolari, simili a quelli di un viceré. L’ultima organizzazione burocratica in ordine d’importanza per avere un controllo capillare del territorio erano i cabildos, consigli cittadini che eleggevano gli alcades meyores: sindaci delle città più piccole3.
Un apparato di tale grandezza necessitava di tre risorse: oro, carta e risorse umane. La prima non mancava dopo la scoperta degli enormi giacimenti minerari del Perù; la seconda, resa necessaria nel cambiamento dall’ordine per parolaall’ordine per scritto23 fece sì che la Spagna divenisse il primo impero moderno dotato di uffici dal significato contemporaneo. Esiste una allegra storia riguardo all’utilizzo della carta all’interno della corte imperiale di Carlo V, che ci aiuta a capire come il cambio radicale della carta determinò uno stravolgimento dal punto di vista organizzativo: un giorno, Carlo chiese della carta e un calamaio per scrivere, ma in tutto il palazzo non se ne trovò, cosicché venne ordinata e cercata per tutta la capitale3. La novella, che a noi non sembra dire nulla, acquisisce senso se si apprende che questa era solita essere raccontata ai tempi del figlio, Filippo, noto per l’utilizzo abbondante del materiale cartaceo per dirimere le faccende di governo; materiale prima pressoché inutilizzato dato che, come precedentemente detto, nei primi tempi del regno di Carlo, la forma del governo manteneva invariata la struttura di potere del Medioevo in cui l’ordine per parola rappresentava il principale verbo di comando. 
La terza risorsa, che si rivelava essere immediatamente necessaria nel momento in cui la carta divenne fondamentale, ossia la risorsa umana – burocrati alfabetizzati –, rappresentò il principale limite dell’impero24. Non vi erano percorsi di formazione, scuole o collegi preparati a creare figure di questo genere. Furono gli stessi fautori ideologici e organizzatori dell’impero che avevano accudito Carlo, il cardinale piemontese Mercurino Gattinara e lo spagnolo Francisco de los Cobos25, a creare l’idea stessa del segretario di stato. In particolare, il Cobos, si prodigò ad addestrare la successiva generazione di segretari che gli successe. Lo stesso principio di investitura si ebbe per giudici, segretari minori e figure amministrative di collegamento come escribanos de cabildo o semplici receptor de penas (coloro che raccoglievano le multe): quelle delle audencias, i vicini dei corregidores, i consiglieri dei cabildos22, etc. L’unica differenza fu il fattore umano: non tutti i segretari erano dei capaci servitori della corte reale con le capacità del Gattinara o del Cobos. 
Mentre il ruolo di viceré e corregidor veniva dato dal sovrano e poteva avere durata differente3, i ruoli minori di segretario e consigliere divennero spesso ereditari, trasmettendosi di padre in figlio, non garantendo di certo il migliore dei funzionamenti, al contrario, spingendo a mantenere schemi e metodi che nel corso dei decenni si fecero obsoleti26.Inutile dire che l’esoso costo di una macchina burocratica che non spingeva per un adattamento ai cambiamenti economico sociali, rese gli stipendi di queste figure statali troppo bassi e inclini alla svalutazione, impedendo di frenare un’altra macchia che danneggiò pesantemente il sistema: la corruzione27.
Oggi ci appare controverso e per certi versi impossibile intendere e considerare Europa quei territori Sudamericani che fecero parte dell’Impero spagnolo, ma per i contemporanei di Filippo II e dei successivi regnanti, sicuramente lo furono; verranno sempre definite colonie, ma per almeno due secoli, prima del diffondersi delle idee rivoluzionarie e delle fulminee vittorie di Napoleone, nonché naturalmente del diffondersi delle idee illuministe, i territori oltre oceano, grazie alla nuova struttura burocratica e al pattern religioso, furono un naturale prolungamento della Madrepatria. Un territorio come un altro su cui il potere statale che risiedeva a Madrid si faceva sentire. Il concetto di nazione puramente europea sembra non potersi legare alla Spagna, non almeno nel senso geografico del termine. A maggior ragione, definire la storia di Spagna come storia di una nazione puramente europea, sia dal punto di vista geografico che culturale e quindi ideologico, appare un concetto riduttivo. Concreto e corretto nell’essenza unicamente nei pochi anni che precedettero la creazione dell’impero oltreoceano e il XX secolo, quando le ultime colonie, come Cuba e le Filippine si resero indipendenti. A voler essere precisi, anche il XX secolo appare contraddistinto da momenti di forte attrattiva verso la vita europea e corrispondenti momenti di isolamento e allontanamento. Se durante il Primo conflitto mondiale ebbe l’accortezza di tenersi fuori dagli affari europei, così come aveva cercato di fare in seguito alla sconfitta di Napoleone durante il XIX secolo, dopo l’ascesa dei totalitarismi e la vittoria di Francisco Franco, la storia di Spagna parve riavvicinarsi al centro dei fatti del continente. Solo la sconfitta del nazifascismo, spinsero all’isolazionismo; isolazionismo che terminò unicamente grazie alla Guerra Fredda, e al ruolo che Franco, irriducibile anticomunista, poteva assurgere di fronte agli occhi degli Stati Uniti. La Spagna, dunque, nonostante la sua geografia, tralasciando le ultime decadi post-franchismo, potrebbe essere considerata nell’essenza a una non-Europa dal punto di vista culturale. Seguendo questa logica, se volessimo considerare Europa nel senso medievale del termine, dunque nella contrapposizione tra cristianità e islam, la Penisola iberica affronterebbe circa otto secoli di dominazione araba, dunque ancora non-Europea da un punto di vista cultural-religioso. Si apre quindi l’ambigua considerazione circa la possibilità che il primo impero europeo oltreoceano, fosse un impero che di cultura integralmente europea, dal punto di vista della cronologia, avesse davvero pochi anni di vita.

Mappa 2. L’impero spagnolo durante il regno di Filippo II (https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/ed/Spanish_Empire_in_1598.png).

3. L’impero rallenta.

Nonostante i limiti del suo tempo, l’Impero spagnolo fu per circa un secolo l’entità politica più potente del mondo. I suoi eserciti, riforniti dalle miniere americane, arrivarono a scendere sui campi di battaglia e a non dover nemmeno combattere, tanto era la paura che questi sapevano incutere. I tercios erano stati una formidabile tattica di guerra: un terzo di archibugieri, nascosti in mezzo a una falange di picche. Ma quando le armi da fuoco divennero più precise e i francesi del moderno regno assoluto, che sembrava essere l’avanguardia in tema di filosofia politica, si imposero nella battaglia di Rocroi, il sogno spagnolo si infranse. Nonostante molti vedano nella sfortunata sconfitta dell’Invincible Armada l’inizio della fine, in realtà per altri sessant’anni non vi fu nessuno capace di mettere spalle al muro i soldati degli Asburgo di Spagna. Solo la nuova tattica ebbe la meglio sul vetusto metodo di guerra che, dopo un secolo, aveva battuto le ore. Pare quasi che, proprio come il sistema burocratico aveva cessato di modernizzarsi a causa del nepotismo, allo stesso modo, anche la macchina bellica, rimasta ancorata agli allori del passato, si rivelasse incapace di capire il potenziale dei nuovi pezzi d’artiglieria e dei più moderni fucili ad avancarica. Tuttavia, nella storia sono rare le battaglie decisive capaci di far rovinosamente cadere un regno, o chiudere una supremazia secolare. Alla sonora batosta, gli spagnoli avrebbero potuto rispondere modernizzando l’esercito, intervenendo come tentò l’Olivares, per rendere la monarchia più potente, centralizzata e in un certo senso onnipresente, su imitazione dell’assolutismo francese. Ma i limiti dell’impero vennero proprio dall’Oceano. Nonostante la corruzione, le guerre infinite, l’agricoltura sempre più povera e la perdita del monopolio della lana merinos per mano inglese, l’impero era comunque rimasto saldo per merito delle miniere americane. Ma quando il flusso d’argento, che per altro aveva provocato l’aumento dei prezzi in Europa, diminuì vertiginosamente, la macchina burocratica e poi bellica spagnola rallentò sino al paradosso di apparire apatica e inerme (come del resto sarà nel corso del regno dell’ultimo Asburgo: Carlo II, “lo Stregato”). Così come l’Europa aveva portato il suo sistema di governo dall’altra parte del mondo, con essa portò anche virus e batteri e, la popolazione amerinda, inesorabilmente, cominciò a morire, privando di forza lavoro i giacimenti28. Inoltre, il valore dell’argento crollò in Europa29. Quando la manodopera scarseggiò, il quantitativo estratto diminuì e la funzionale macchina burocratica, acerba e medievale, ora solo fagocitatrice di ricchezze, smise di essere davvero capace di garantire la proiezione del potere dello stato. Le spinte indipendentiste in Europa aumentarono, la Catalogna per prima tentò di separarsi e divenire possedimento francese, senza successo. Di lì a poco, il sistema dei vicereami conoscerà una prima crisi e l’impero comincerà a perdere pezzi: le Fiandre, con le loro banche, i loro porti e il loro gettito fiscale, e il Portogallo con le sue colonie brasiliane e asiatiche. 
Mentre la tragedia si consumava dall’interno, i paesi nemici di sempre come Francia, Inghilterra e le neonate Province Unite, si davano da fare a tracciare le loro rotte oceaniche. Ben presto la flotta dell’oro non fu più al sicuro, braccata da pirati inglesi e olandesi; i Caraibi divennero territorio di guerra contro la marina britannica. Forse solo la provvidenziale alleanza con la cattolica Francia, facilitata dall’ascesa dei Borbone come casata reale iberica, permise alla Spagna di conservare per circa altri due secoli il suo impero coloniale d’oltreoceano. Ironico pensare che, proprio dalla Francia, si diffonderanno poi le idee rivoluzionarie che porteranno alla rottura del sistema dei consigli e all’indipendenza degli stati sudamericani.

Figura 1. Ferrer-Dalmau, Rocroi, el ùltimo tercio, 2011, Collezione privata (CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=25148552).

4. Conclusioni. 

Come un corpo malato nel cuore, l’Impero spagnolo lentamente cessò di essere in grado di pompare energie e argento nelle sue vene. Non che le miniere amerinde cessarono di funzionare, ma la diminuzione del metallo estratto, in concomitanza della nascita della potenza navale inglese e olandese, segnarono la fine dell’invincibilità. Inoltre, l’enorme quantitativo di ricchezza che aveva contraddistinto il Siglo de Oro, aveva portato all’emergere di consuetudini particolari. Mentre nei paesi a nord dei Pirenei, l’importanza del lavoro e della produzione si affermava come necessità alla ricchezza delle nazioni, per nobili e hidalgos iberici, il dedicarsi ad attività manuali era considerato abbietto30. E se il lavoro era abbietto per la classe dominante, di certo impegnarsi in qualsivoglia attività diveniva automaticamente un’ammissione di povertà anche per coloro che, medio-bassa nobiltà, volevano entrare a far parte dei Grandi di Spagna. Queste consuetudini portarono alla mancata nascita di una manifattura sviluppata. A differenza di ciò che per secoli si è detto, ossia che la cacciata degli ebrei portò alla mancata nascita di una classe borghese spagnola, il vero mancato appuntamento di ciò, va ricercato nell’immane quantità di ricchezza che investì la nazione per quasi un secolo e, quindi, nella non necessaria evoluzione dei sistemi organizzativi burocratici statali e commerciali. Governanti e segretari non trovarono utile ingegnarsi in soluzioni migliori dato che il sistema aveva continuato a fluire per più di un secolo; era considerazione ritenere insensato produrre dato che era sufficiente comprare, nella convinzione che tutta l’Europa lavorasse per la Spagna31. Così, l’apprezzatissima lana spagnola usciva grezza dal paese per poi tornarci lavorata dalle manifatture inglesi. È stato calcolato che solo il 10% del metallo prezioso estratto nelle Americhe rimase in Spagna32. Inoltre, l’atteggiamento passivo verso il lavoro, unito all’importanza riservata all’allevamento, portò al tracollo agricolo33. Le tecniche utilizzate rimasero quelle tardo medievali; innumerevoli ettari di terra coltivabile vennero abbandonati, producendo un danno tale che le carestie interesseranno la nazione spagnola fino alla metà del ‘900. 
In effetti, se considerassimo ad ampio spettro la storia di Spagna, ci rendiamo conto di come, dopo i grandi eventi del Siglo de oro, lentamente essa esca come protagonista dalla Grande Storia, come se, dopo essere stato fulgido esempio di europeicità nel mondo, stanca del suo sforzo, si piegasse su sé stessa, cessando di lanciarsi in nuove avventure e rifiutando di cambiare la sua struttura organizzativa. Il che ci porta inevitabilmente a ragionare su questa considerazione: la Spagna, cessò nuovamente di essere culturalmente Europa? Così come non lo era stata per larga parte del Medioevo, quando il cristianesimo subì il processo di secolarizzazione (che inizia in concomitanza della chiusura del Siglo de oro) e gran parte delle nazioni europee si lanciarono nella rivoluzione scientifica, facendo della scienza e del razionalismo vessilli del nuovo credo, la Spagna e i suoi vicereami rimasero legati alle consuetudini religiose e culturali che, oramai, la stessa Europa stava abbandonando. Dunque, se considerassimo il concetto di Europa non solo da un punto di vista geografico, ma culturale, la Spagna per svariati secoli dopo la pace di Westfalia, ricoprì quel ruolo suggerito precedentemente di non-Europa nel bel mezzo dell’omonimo continente. 
Mentre da un punto di vista culturale l’oggetto Spagna inserito nell’insieme Europa scricchiola, dal punto di vista organizzativo, il destino organizzativo iberico sarà ben diverso. Quella dei consigli e dei vicereami, sarà pressoché l’unica proposta di dominio politico oltreoceano ed europeo e, solo l’avvenire del capitalismo come filosofia e pratica, l’avvento delle borghesie coloniali, porterà a importanti cambiamenti e a una lenta, ma inesorabile presa di coscienza nazionale dei vicereami. 
Il tentativo che fece la Spagna, in un’epoca di grandi cambiamenti e scoperte, fu sicuramente incredibile. Uomini le cui credenze erano state messe alla prova si trovarono a dover cercare un ordine dove ordine parve non esserci. A rendere il compito più arduo ci si misero i limiti tecnici, l’impossibilità di unire i capi del globo e poter rimanere tutt’uno anche se lontani. Per riuscirci, e ci riuscirono, sfruttarono i due capisaldi della loro epoca: la religione e le nuove ricchezze acquisite. La prima aveva garantito l’unità nazionale e, poi con la conversione, aveva portato alla creazione di un pattern culturale che resisterà e resiste tutt’ora nelle ex colonie. Grazie a Cristo, anche la lingua spagnola si diffuse in più di mezzo pianeta e questo fu indiscutibilmente un successo che, considerando i mezzi del 1500, acquisisce immenso valore. Merito di questo, oltre alla nascita della prima acerba burocrazia globalizzata, va anche ai missionari e in particolar modo all’operato dei gesuiti, tanto potenti e tanto influenti tutt’oggi nel continente sudamericano. La seconda ragione del successo spagnolo, come già esplicato e marxisticamente ovvio, furono le ricchezze americane che, finché vi furono, garantirono stabilità e proiezione del potere regio. 
Cosa fu o non fu la Spagna nei centocinquant’anni che separano la scoperta dell’America dalla secolarizzazione, rimane per l’autore una questione aperta: iper-Europa non-Europa. Forse, utilizzando una metrica più tipica delle scienze sociali, sarebbe più giusto vedere e riconoscere l’idea di Europa, ed entrambe le concettualizzazioni, come tutte le astrazioni umane, ossia null’altro che una speculazione relativa atta a creare un confine che vuole esistere unicamente nell’occhio dell’uomo per facilitare la comprensione culturale e antropologica. Del resto, solo con il confronto con l’altroè possibile conoscersi. 

 

Autore

  • Giuseppe Squizzato

    Tesi triennale in Scienze Sociologiche con titolo: "Ideologia e religione in Unione Sovietica: parallelismi e contrasti fra due massimi sistemi." Tesi Magistrale in Culture, Formazione e Società Globale con titolo: "La Guerra Civile Spagnola: un conflitto dell'Età Moderna all'interno di un mondo contemporaneo."
    Professore di Storia e Filosofia presso la Scuola Internazionale Italo Cinese di Padova.

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  1. Braudel Fernand, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II Vol. 2, Torino, Einaudi, 2002, p. 706.[]
  2. Elliott John H., La Spagna imperiale 1469-1716, Bologna, il Mulino, 1982, pp. 183-184.[]
  3. Ibidem.[][][][][][][][][][][]
  4. Braudel Fernand, op. cit., p. 1330.[]
  5. Ivi, pp. 712-713.[]
  6. Ivi, p. 1334.[]
  7. Ivi, pp. 704, 821-822.[]
  8. Elliott John H., op. cit. pp. 47-49.[]
  9. Ibidem[]
  10. Braudel Fernand, op. cit., pp. 873-874[]
  11. Elliott John H., op. cit., p. 251.[]
  12. Fernand Braudel, op. cit., pp. 833-834.[]
  13. Elliott John H., op. cit., p., 247; Brenan Gerald, Storia della Spagna 1874-1936, Torino, Einaudi, 1970, pp. 27-28.[]
  14. Brenan Gerald, op. cit., p. 195; Elliott John H., op. cit. p. 285.[]
  15. Elliott John H., op. cit., p., 211.[]
  16. Braudel Fernand, op. cit., p. 1272.[]
  17. Bartolomé de Las Casas (Siviglia 1484 – Madrid 1566), missionario e filosofo, ostile al disumano trattamento degli indios, anticipò il pensiero relativista del filosofo francese Michel Eyquem de Montaigne.[]
  18. Makrides, Vasilios N. “Ἡ Ἀμερική Ὡς Θεολογικό Πρόβλημα Τήν Περίοδο Τοῦ (Νεο)Ελληνικοῦ Διαφωτισμοῦ” [= America as a Theological Problem during the (Neo)Hellenic Enlightenment], Ἑῷα Καί Ἑσπέρια (Athens) 2 (1994/96) 9-70, 1996.[]
  19. Ivaldi Roberto, Storia del colonialismo, Roma, New Compton Editori, 2012, p. 1878.[]
  20. Cartwright Mark, Governo Coloniale nell’Impero Spagnolo, World History Encyclopedia, 2022, https://www.worldhistory.org/trans/it/2-2017/governo-coloniale-nellimpero-spagnolo/, consultato il 31/10/2025.[]
  21. Elliott John H., op. cit., pp. 193-203.[]
  22. Cartwright Mark, op cit.[][]
  23. Elliott John H., op. cit., p, 190.[]
  24. Ivi, pp. 199-200.[]
  25. Ivi pp. 185, 187, 192, 195.[]
  26. Elliott John H., op. cit., pp. 199, 202-203.[]
  27. Ivi, p. 202.[]
  28. Cfr. Diamond Jared, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi, Torino, 1997.[]
  29. Elliott John H., op. cit., pp. 335-336, 372.[]
  30. Ivi, pp. 343-344.[]
  31. Cipolla Carlo Maria, Il declino economico della Spagna, SecondaNavigazione, tratto da Storia economica dell’Europa pre-industriale, Il Mulino, 1974, https://www.secondanavigazione.net/declinoeconomico-spagnolo.htm, consultato il 02/11/2025. – La frase era del cronista reale Alfonso Núñez de Castro, scritta nel 1675.[]
  32. Ivaldi Roberto, op cit. p. 1879.[]
  33. Elliott John H., op. cit., pp. 341-342.[]

Giuseppe Squizzato

Tesi triennale in Scienze Sociologiche con titolo: "Ideologia e religione in Unione Sovietica: parallelismi e contrasti fra due massimi sistemi." Tesi Magistrale in Culture, Formazione e Società Globale con titolo: "La Guerra Civile Spagnola: un conflitto dell'Età Moderna all'interno di un mondo contemporaneo." Professore di Storia e Filosofia presso la Scuola Internazionale Italo Cinese di Padova.

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