Una conclusione ed un nuovo inizio: ripensare la trasmissione del Sapere
Arrivati alla fine di questo, primo, numero della nostra rivista sembra doveroso tirare alcune somme per chiudere il lavoro e lo sforzo cui ci siamo sottoposti. In realtà, come vedrete, rimanderemo a qualcos’altro per la chiusura definitiva. Qui, prenderemo dello spazio per investigare sul mezzo, la tecnologia (e quindi la metodologia).La tecnologia è da sempre, senza dubbio, di aiuto per chi – come noi – ha l’intento di trasformare quello che ha in testa in un’“informazione” (nel senso più generico possibile). Tuttavia, dobbiamo fare attenzione al concetto di progresso inteso in questi termini, poiché il rischio dell’alienazione è sempre presente, come ha messo in luce il sociologo e politologo Hartmut Rosa.
Il rapporto uomo-tecnologia si sta facendo sempre più stretto. Rosa, in Accelerazione e alienazione, ha storicizzato e contestualizzato la teorica critica della società elaborata da Max Horkheimer.Una prima lettura dell’alienazione deriva dal rapporto con i prodotti tecnologici: oggi abbiamo a che fare con equipaggiamenti e strumenti che non abbiamo mai imparato a usare fino in fondo e che non sentiamo realmente nostri. Se un dispositivo iniziasse a funzionare in modo anomalo, o a non funzionare del tutto, difficilmente sapremmo individuare la causa del problema. L’alienazione, in questo caso, nasce dal fatto che non troviamo mai il tempo per approfondire realmente ciò che stiamo facendo: il sovraccarico di informazioni esterne ci impedisce persino di leggere un foglietto illustrativo, o un manuale d’uso1.
Secondo Rosa, questa superficialità si applica anche a interi processi decisionali. Le molteplici opzioni a nostra disposizione ci portano a lanciarci in ciò che conosciamo solo in parte, lasciandoci con il senso di colpa di non aver approfondito abbastanza 2. L’alienazione però è dettata anche dalla distrazione: in molti ambiti lavorativi, ad esempio, le persone lamentano che il tempo che hanno a disposizione per portare a termine le proprie mansioni è troppo breve a causa della lista di cose da fare che cresce, rendendo il senso di estraniamento dal proprio operato ancora più accentuato2. Lo stesso studioso è parte integrante di questo processo di alienazione, sia nel rapporto che ha con la tecnologia (e che abbiamo descritto) sia per quanto riguarda quello di cui scrive. Inoltre, il rapporto tra le idee e la loro trasmissione è, forse, sempre stato conflittuale; persino il mezzo che usiamo per trasmettere tali idee contribuisce a conferire un determinato grado di attendibilità all’informazione trasmessa. Oggi, grazie alla diffusione dei mezzi tecnologici, è sempre più facile non solo pubblicare qualcosa di scritto, ma anche creare e diffondere una discussione orale, pubblicando un “podcast” via internet o radio. Filosoficamente parlando, siamo davanti a una grande novità poiché la possibilità di diffondere un pensiero (lógos) attraverso la propria parola (lógos) sembrerebbe risolvere quel problema che sollevava Socrate nel V secolo a.C., e che ha poi tenuto impegnati moltissimi pensatori. Cerchiamo di delinearne alcuni aspetti, non per risolvere la questione ma per permetterci di ragionarvi.
Ancora prima di Socrate il tema viene individuato da Gorgia, che si sofferma su un punto ancora più interessante, forse. Il filosofo sofista ha, infatti, messo in luce che «Non esiste […] niente; se anche esiste è inconoscibile; se poi esiste ed è conoscibile, tuttavia non è mostrabile ad altri 3» e cioè, parafrasando, che l’incapacità di poter diffondere qualcosa sta nel mezzo (tra cui dobbiamo annoverare la parola, anche per l’importanza del logos nel pensiero greco). Ritornando a Socrate, invece, è lui che individua nella parola l’unico modo con il quale si può trasmettere il pensiero, negando in ogni caso la scrittura e lo scrivere. La sua scelta sarà rifiutata sia da Platone sia da Aristotele: il primo suo allievo diretto, il secondo in quanto “allievo dell’allievo”. Entrambi, infatti, hanno scelto di occuparsi di scrittura ma usandola come mezzo per dissimulare il lógos: Platone è famoso per i suoi “dialoghi 4”; Aristotele scrive dialoghi divenuti inizialmente tra le opere più lette, fino alla scoperta dei testi esoterici che ne determinano, ironicamente, l’oblio e quindi la perdita. Questo esempio mostra tutta la fragilità della rimozione della materialità, di cui parla Derrida: lo spirito dell’oralità, cioè, sembra potersi reificare, postumo – con quali implicazioni poi, è un altro discorso – soltanto attraverso una materialità. I podcast di cui abbiamo parlato, non sono diversi 5.
In mezzo a questo tipo di contraddizione si immette il nostro sforzo di poter traslare un dibattito scientifico – che di solito prende il nome di “tavola rotonda” – nel “mondo social”. Il proposito è quello, quindi, di parlare e di discutere come i temi e le idee espresse all’interno dei nostri lavori siano, in realtà, oltremodo interconnessi e dialoganti. Non solo, l’unione delle parti – a nostro parere – è maggiore delle parti singole. Questa interconnessione della cultura (usiamo “interdisciplinarità” come parola riassuntiva di tale concetto) è al centro del progetto Alcione e, in particolare, di questo numero: pensare già i nostri lavori come “isole” sembrava del tutto incoerente.
A tal proposito riprendiamo due visioni – diverse ma complementari – espresse sugli archivi da Stefano Baldini e Riccardo Aramini, analizzando il primo l’aspetto filosofico e il secondo quello tecnologico. Ne esce una visione che attualizza la portata storico-politica dell’archivio, che rappresenta in ogni momento della storia dell’uomo una grandissima risorsa per gli studiosi (nel caso migliore) o per una serie di soggetti più o meno politici (si passa dai governi alle big-tech)6. Infatti, oggi, l’archivio non è soltanto un luogo dove risiedono le “carte” (termine ombrello che sappiamo non rende la complessità di ciò che esso contiene) ma siamo noi stessi degli archivi e mettiamo in atto pratiche simili – di natura sia spirituale che materiale, per tornare alla dicotomia iniziale –, archiviando le tracce che lasciamo durante le nostre giornate (sempre più spesso in modo digitale (Cfr. figura 8 dell’articolo di Stefano Baldini), rendendo il problema di natura, tecnologica e quindi – una volta che i processi temporali ce lo permettono – squisitamente storica.
Parimenti abbiamo affrontato anche delle questioni che ci stanno maggiormente a cuore: come utilizzare le fonti che sono lasciate indietro dal mondo accademico? In questo caso particolare parliamo dei film e, in generale, dei contenuti audio-visivi. La problematizzazione del tema ha rispecchiato quanto detto in questa sede ed è stata affrontata con un taglio didattico-filosofico. Da una parte è stato visto come all’interno delle scuole possano avere dei risvolti positivi esempi tratti da film per visualizzare concetti difficilmente enunciabili a parole (questa è stata la tesi di Lorenzo La Rosa), mentre Daniele Di Tommaso ha sottolineato il ruolo fondamentale che ha il professore quando si tratta di contestualizzare tali pellicole per aiutare i ragazzi a comprendere meglio le tematiche o, quando è necessario, per individuare eventuali inesattezze o errori di sorta – non per pedanteria ma per dovuta onestà intellettuale (il problema è simile, se non identico, se esteso al pubblico del contesto “divulgativo”).
- Rosa Hartmut, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, Torino, Einaudi, 2015, pp. 102-104.[↩]
- Ibidem.[↩][↩]
- De Melisso, Xenophane, Gorgia.[↩]
- Nel dialogo Platonico Fedro se ne parla esplicitamente nel mito di Theut: Cfr. Platone, Fedro. [↩]
- Cfr. sul tema Ferraris Maurizio, Politiche dell’amicizia, Festival della mente, 2009.[↩]
- In una delle tantissime interviste che ha rilasciato negli ultimi anni della sua vita, il controverso “Maestro venerabile” Licio Gelli ha affermato: «Però certe cose molte volte conviene dimenticarle, distruggerle, incenerirle. Una volta incenerite non se ne farà più. È il miglior archivio che esiste al mondo: quando lei incenerisce qualcosa è la cosa sicura, può dormire tranquilla, è incenerita», Cfr. L’intervista del 2010 di Valentina Petrini a Licio Gelli; inoltre è molto poetica una frase che ho sentito in una canzone di Fabri Fibra che sembra quasi anticipare di 10 anni tale discussione: «Il futuro è negli archivi, e tu ci convivi», Cfr. Fabri Fibra, E tu ci convivi, Squallor, 2015. [↩]
